Convegno del Circolo Culturale Ettore CALVI Riccione - 16 ottobre 2009
L' enciclica "Caritas in Veritate" illustrata da S. Ecc. Mons. Luigi NEGRI
Mi permetterete prima di iniziare di rivolgere un momento di memoria grata e devota per Ettore Calvi che io ho conosciuto a fondo. Uomo al servizio degli uomini, uomo che condivideva degli uomini, l’esigenza più acuta e storicamente imponente, l’esigenza della giustizia. Ma poteva condividere gli uomini nella loro esigenza ultima e più radicale, quella della giustizia, (la giustizia per Paolo VI, evocato in questa enciclica, è la prima iniziale forma della carità) poteva condividere questo, perché Calvi credeva in Cristo, al punto che quando suo figlio, allora giovane studente all’Università Cattolica entrò in quella compagnia che si chiamava Comunione e Liberazione, lui ci fu vicino subito, non credo per la condivisione delle idee nel senso formulato, ma per la condivisione delle idee nel senso sostanziale perché, essendo un cristiano non poteva non amare quelli che nella società cominciavano a vivere e a muoversi come cristiani. Credo che questa memoria che io sento profondamente possa essere di aiuto anche alla realizzazione di questo importantissimo seminario.
I)
Cercherò di tracciare, una linea di approccio, di lettura che diventi poi metodologia della conoscenza e dell’azione, perché il Papa esige questo, che la posizione che egli sottolinea diventi metodo di conoscenza e di azione.
C’è un primo punto: questa enciclica intende attualizzare la Populorum Progressio di Paolo VI, anzi intende riconoscere alla enciclica Populorum Progressio, un valore molto simile a quello della Rerum Novarum, dal punto di vista dell’impatto fra la dottrina sociale e la vicenda dello sviluppo e del progresso su base mondiale, attualizzandola quindi periodicamente, come il magistero pontificio ha fatto della Rerum Novarum, a distanza decennale o, quando non è stato possibile, con scadenze maggiori. In che cosa consiste il nucleo fondamentale dell’insegnamento di questa enciclica, che viene raccolto in maniera precaria nei primi 9 numeri, quella che è l’introduzione. L’introduzione vale veramente “come chiave di lettura”.
C’è una antropologia che è una concezione dell’uomo, della vita, c’è una antropologia autentica e originale che come esigenza caratterizza l’uomo nella sua esperienza di ricerca di conoscenza e di amore, e che si realizza pienamente nel Mistero di Cristo morto e risorto e comunicatore di questa vita nuova a coloro che credono. Dunque non c’è una categoria astratta a guidare l’enciclica, c’è una esperienza. L’esperienza di una novità di vita, potremmo dire, o di una novità umana. Tutto l’avvenimento della natura,della ricerca naturale (quella che don Giussani chiamava Il Senso Religioso) tutta la grande ricerca umana. E’ un’ esperienza. Tutta la natura e tutto l’avvenimento della rivelazione, la presenza di Cristo, finiscono nell’uomo, sono per l’uomo. Perciò il punto in cui si vede la verità cristiana è la vita umana nuova. Se tutto si fermasse prima della vita umana nuova, tutto degraderebbe in ideologia; se il cristianesimo non generasse un uomo nuovo nel mondo finirebbe per essere una ideologia religiosa o un moralismo umano; le due grandi tentazioni che il cattolicesimo ha sopportato vittoriosamente fino ad ora; le altre concezioni cristiane hanno dichiarato fallimento di fronte a questa tendenza ideologica e moralistica. Il Papa, non in questa enciclica ma nella sua prima Deus Caritas ha formulato una convinzione radicale: “il cristianesimo non è un insieme di valori che formulerebbero una ideologia religiosa e non è neanche un impegno etico, è l’esperienza dell’incontro con Cristo e della sequela di Lui. Allora vorrei che capiste che all’origine c’è un uomo nuovo che vive, che ha una coscienza vera di se e che ha in sé criteri adeguati di comportamento. Già S. Ireneo diceva nel corso del V° secolo “Gloria Dei vivens Homo (la gloria di Dio è un uomo nuovo che vive). Questa novità che è l’avvenimento di Cristo partecipato, che diventa nostro, ha certamente , dal punto di vista della struttura della conoscenza e dell’azione (perché l’uomo è dimensione conoscitiva intelligenza e volontà, cioè tendenza ad attuare ciò che ritiene giusto) in questo uomo nuovo leggiamo il cuore. In questo uomo nuovo Benedetto XVI legge il cuore, e il cuore nuovo dell’uomo consiste in un circolo virtuoso e indisgiungibile di verità e di carità. La verità è l’esperienza della umanità vera che gli uomini desiderano e non possono darsi e Dio è venuto nel mondo per offrire all’intelligenza e al cuore di ogni uomo che viene in questo mondo e la carità è l’espressione di questa verità dentro la vita, nella storia nella concretezza e si potrebbe dire anche nella carnalità dell’esistenza. Farete bene a leggere con molta attenzione questi numeri, ma vorrei citarvene uno solo sopra tutti “la carità che è la via maestra della dottrina sociale, la carità dipende fondamentalmente dalla verità, questa carità che è la forza propulsiva per l’intero sviluppo della persona e della umanità intera dunque conoscere la verità conoscere che l’ uomo è per Cristo, che l’uomo si realizza in Cristo per poter vivere pienamente questa verità nella carità pone la persona nella condizione di avere una chiave non solo di lettura ma anche di azione, che lo accompagna nell’affronto e nella soluzione dei problemi personali e dei problemi sociali, sia dei piccoli rapporti come dei grandi rapporti. La carità non investe soltanto la sfera dei rapporti familiari, dei rapporti privati, di quella intimità che sempre personale e sociale, la carità investe il mondo in tutte le sue dimensioni e quindi chi vive la carità e la verità la carità nella verità e la verità nella carità è un soggetto nuovo di conoscenza e di azione nel mondo. Questa è la novità, la dottrina sociale della chiesa è l’esperienza di una umanità nuova che pensa secondo la verità di Dio e agisce tendenzialmente, tentativamente aprendo il grande cammino dell’ethos verso la realizzazione della carità, di cui Dio è la fonte e l’espressione.
La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. Senza fiducia e amore per il vero non c’è coscienza e responsabilità sociale e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori della società, tanto più in una società in via di globalizzazione e momenti difficili come quelli attuali. La verità dunque mette dentro la sostanza delle questioni, non è una premessa ideologica. Se non c’è sintesi di carità e di verità, la verità diventa una ideologia astratta e la carità diventa un emotivismo che non crea storia. Questa è la definizione del Papa. Possiamo fare grandi cose che suscitano un’ emozione ma non cambiano la storia: la storia è cambiata soltanto da questa circolazione virtuosa di verità e di carità, per cui il Papa si assume la responsabilità di dire è vero quello che ci ha detto S. Paolo che la carità è la vera espressione della verità: “ Caritas in Veritate”. Questa circolazione di Verità e Carità è nell’uomo nuovo. Il cristiano è dunque una intelligenza adeguata di sè e del proprio destino rivelatogli da Cristo e un cuore nuovo con cui affronta tutti i problemi della vita nessuno escluso, da quelli che caratterizzano gli spazi della sua privatezza e intimità, dei suoi rapporti gratuiti, dei rapporti parentali, amicali per investire, senza soluzione di continuità, le grandi vicende sociali, internazionali, e mondiali nella dimensione culturale, sociale economica e politica. Non c’è un altro principio per affrontare i problemi, bisogna svolgere questo principio fino alle estreme conseguenze: la logica della fede è una logica fortemente unitaria, non nel senso che riduce tutto a se ma nel senso che la fede diventa capace di leggere la realtà, cercando di coglierla in tutti i suoi fattori e tutti i suoi aspetti.
II) Secondo passaggio in questo primo punto.
Il Papa intervenendo ha detto questo: il cuore della dottrina sociale è il cristiano che vive, il cuore della dottrina sociale è la Chiesa che vive nel cristiano, perché il cristiano è tale, se e in quanto partecipa all’avvenimento ecclesiale, in quanto appartiene ad un avvenimento più grande di lui, altrimenti non è un cristiano ma un uomo devoto. In questo cuore il Papa ha indicato questa circolarità che insieme è esistenziale e ermeneutica: esistenziale perché è una esperienza nuova, ermeneutica perché diventa un criterio con cui giudicare la realtà. Facendo funzionare , anche in modo molto iniziale, questo dato originale, questo uomo nuovo che vive ed ama, che ha di fronte alla realtà una sola risorsa, la novità che è chiamato a vivere per grazia ed a cui è chiamato a corrispondere con la libertà (perché noi sosteniamo che la libertà non sta senza grazia ma la grazia non sta senza libertà). Dentro a questo funzionamento emerge una intuizione formidabile; la realtà non è possesso, la realtà è gratuità e dono, perciò il filo conduttore che legge le vicende della persona e della società non è quella del possesso da prima
ideologico e poi socio politico della realtà come se la realtà fosse oggetto di conoscenza e di manipolazione. La realtà dell’uomo, della storia, dei rapporti rivelano la Gratuità dell’Essere: questo essere dati a se stessi nel mistero della nascita. La fede che rivela all’uomo tutta la verità su di lui (ci ha insegnato Giovanni Paolo II): la realtà è più grande di me e io sono parte viva di questa realtà allora il criterio con cui mi metto a guardare me stesso e la persona, che sento più vicino a me nella via della vita quella di cui Adamo ha detto ossa delle mie ossa carne della mia carne, e la realtà sul mondo e della società mondiale è la stessa. Vado a rintracciare il filo di gratuità che sostiene tutto:(siccome siamo stati donati a noi stessi posiamo donarci al mondo) siccome siamo stati donati a noi stessi alla fede, possiamo vivere la vita come dono, un dono intelligente ed affettivo un dono in cui si esprime la verità e la carità Questa è la prima parte che vado a concludere, in cui sta tutta la originalità che è la logica antropologica e metodologica di questa enciclica.
La dottrina sociale e particolarmente la dottrina sociale formulata da Paolo VI di fronte alla grande questione dello sviluppo che negli anni 60 polarizzava attese e riflessioni e le tragedie sia a livello teorico ma soprattutto a livello pratico e politico, perché la pace e lo sviluppo si infrangevano quotidianamente di fronte alla guerra fredda, si infrangevano quotidianamente contro il forsennato capitalismo per esempio in Africa o nel Medio Oriente. Paolo VI pose una questione di lancinante attualità, l’affronto della quale significava anche un giudizio di estrema chiarezza sulle vicende della pace, dello sviluppo ordinato dei popoli. Pace è il nome vero dello sviluppo diceva alla sintesi del suo lavoro. Non so se sono riuscito a farvi capire che un uomo nuovo che ama, vive, conosce il suo impegno di conoscenza e di amore non sente estraneo a se niente (come diceva l’antico apologeta cristiano, sono cristiano e non considero estraneo a me niente di ciò che esiste).
III)
La dottrina sociale riformulata su questo tema con questa radicalità che ho cercato di evocare va in corto circuito con la mentalità socio politica della modernità. La modernità ha ritenuto che la questione socio politica, culturale, sociale, economica e politica, cioè il vivere della società nella sua densità nella sua problematicità , nella sua contraddittorietà, questa società fosse dominabile intellettualmente e risolvibile tecnologicamente: non il filo della gratuità e del dono, ma il filo del potere (non esclusivamente come potere politico anche se poi ci si arriva perché è inevitabile) ma del potere inteso come capacità del soggetto di conoscere in modo adeguato la realtà e una volta che l’ha conosciuta in modo adeguato attraverso una visione chiara e distinta, come voleva il grande Cartesio, una volta conosciute tutte le questioni in modo chiaro (si chiama ideologia visione assolutamente corretta della realtà fissata una volta per sempre) allora il problema è attuare l’ideologia attraverso l’impegno socio politico, largamente caratterizzato da questioni di carattere tecnologico. Capirete poi perché, l’ultimo capitolo di questa enciclica è dedicato alla tecnica, ma ci arriveremo.
Di fronte a questo, che è stato il trend diciamo vittorioso, che poi è finito nella tragedia della seconda guerra mondiale, nella tragedia dei grandi sistemi totalitari, nella distruzione fisica di milioni di persone, nella perdita della libertà di coscienza e della libertà di vita di milioni e milioni di persone, questo trend vincente che ha provocato quella che Giovanni Paolo II ha chiamato una catastrofe antropologica, perché non soltanto il totalitarismo ha distrutto gli uomini ma c’è un modo edonista e consumista di vivere la vita che ha trapassato la fine delle ideologie e che costituisce oggi l’ideologia vincente che non è meno ripugnante e pervasiva delle grandi ideologie totalitarie. Questo trend ha considerato una Chiesa e la dottrina Sociale come qualche cosa di essenzialmente scomodo. Scomodo perché, secondo la visione laicista della modernità la chiesa era rinchiusa nella difesa dei suoi privilegi socio politici, e per sostenere questi privilegi riproduceva una antropologia, una immagine della vita sociale ormai definitivamente superata, quindi sul piano della vita sociale la Chiesa non era un interlocutore credibile. Le ideologie del 700 e dell’ottocento considerano di essere la visione unica della realtà, l’unico punto di vista, l’unico criterio analitico, selettivo ed operativo. O si accetta questa visione sostanzialmente laicista e quindi fondamentalmente ateistica (anche se si maschera di neutralità) oppure si è fuori dalla storia. La Chiesa nella sua espressione socio politica viene combattuta. Se voi leggete il Magistero Sociale della Chiesa lungo tutto il 19° e il 20° secolo è una difesa della originalità della nostra antropologia, della nostra concezione della famiglia, del popolo, della società e quindi dello stato che non può essere la fonte di tutti i diritti come diceva Pio IX nel 1864. Però per il mondo laicista, dei grandi politici, scienziati ed economisti la Chiesa non ha diritto di parola, al massimo gli si consente di fare quei discorsi pii, morali, ma la morale non ha nessuna incidenza socio politica, la morale è per sua natura un fatto privato, di coscienza personale (per chi poi ha ancora questa tensione o questo scrupolo, come diceva sprezzantemente Nietzsche. La società non ha scrupoli religiosi: allora predicate pure, in chiesa sulla carità sulla gratuità sull’amore dei figli verso i padri, dei padri verso i figli, sulla carità che deve presiedere anche la vita sociale (la Rerum Novarum lanciò la carità come una categoria risolutiva esattamente come Benedetto XVI), ma sono premesse del tutto inincidenti la società in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue dimensioni appartiene al calcolo, appartiene alla razionalità intesa come razionalismo, intesa come volontà e capacità di dominare con la ragione (in senso analitico scientifico) e programmarne una sua manipolazione tecnologica. La questione sociale è una questione tecnica, intendendo nella espressione tecnica la sintesi di intelligenza e di volontà pratica di un uomo senza Dio, di un uomo totalmente padrone di sè e, quindi, padrone della realtà che nella conoscenza della vita sociale in tutti i suoi aspetti compreso quello economico, nella conoscenza adeguata della realtà e nella sua realizzazione tecnologica esprime al massimo il suo potere. L’uomo moderno esprime al massimo il suo potere nella creazione di uno stato totale, capace di dare totalità alla vita sociale e soprattutto di risolvere, come vero soggetto della storia tutte le questioni. All’interno di questo si pone la vicenda di uno stato fondamentalmente totalitario che elimina le istanze di identità che non accettano di essere sbrigativamente omologate: ogni tipo di minoranza. Ma in Italia, come ho detto in un articolo sul Resto del Carlino, cercando di contrastare le idee di un grande notista politico, che ha detto sprezzantemente che la democrazia non viene difesa dalla piazze ma viene difesa dalle istituzioni supreme, gli ho ricordato che le piazze le hanno sempre usate i laicisti per blandirle, per manipolarle, per criminalizzarle per massacrarle, esiste una realtà diversa dalla piazza, esiste il popolo e il popolo è il soggetto autentico della vita sociale e della storia, perché è al popolo che appartiene la sovranità e che la esercita, come dice la nostra costituzione nelle forme e nei modi stabiliti dalla costituzione stessa. Perciò andare contro la volontà popolare è totalitarismo. Mettere in moto, come si mise in moto in modo molto soft negli ultimi decenni del secolo XIX o negli anni 20 i poteri politici ed economici forti per andare contro la volontà del popolo italiano (che poi era una volontà molto esile, una volontà che era tenuta molto ai margini della vita sociale) questo è totalitarismo. Il patto scellerato (diceva Salvemini) fra agrari al sud, industriali al nord, corona ed esercito, è stato quello che ha tenuto fino alla fine il popolo fuori, non dalla stanza dei bottoni ma dalla vita sociale e se il fascismo fu un marchingegno pensato dai poteri forti per tenere ancora in vita uno stato liberale che era stato nei primi decenni del XX secolo sempre sonoramente battuto nelle elezioni amministrative a cui partecipavano cattolici e socialisti. Per buttar fuori il popolo cattolico e il popolo socialista si pensò a quella bella trovata che ci è costata 20 anni di dittatura e soprattutto ci è costata milioni di morti innocenti sui campi di battaglia per la prima e per la seconda guerra che dal punto di vista della logica furono due assolute follie. Il Papa propone alla nostra vita quel che vive lui come dono e gratuità allora io credo che stia qui il punto: di fronte all’evidente fallimento dell’ideologia e della tecnica, noi abbiamo qualcosa da dire che sormonta le ideologie e la tecnica e lo diciamo certamente, dice il Papa con più forza e con più determinazione di fronte alla impossibilità evidente di stare di fronte alla vita sociale semplicemente secondo coordinate di tipo ideologico e tecnologico. Se stiamo nel campo della pura ideologia e della pura tecnologia non risolviamo i problemi ma, soprattutto non aiutiamo l’uomo a vivere realmente e fino in fondo quella natura umana che è il dono più grande che l’uomo ha ricevuto o quella grande, risorsa, l’unica vera grande risorsa che l’uomo ha: se stesso. Diceva Giovanni Paolo II nel suo per me indimenticabile e indimenticato intervento al Meeting per l’amicizia fra i popoli nel 1982 “L’unica vera grande risorsa che l’uomo ha è se stesso”. Non se stesso come potere, ma come domanda di senso, se stesso come ricerca. Io credo che stia qui la genialità storica di questa enciclica. E’ come se il Papa prendesse la palla e la buttasse nel campo avverso e dicesse “adesso tocca a voi! Io vi propongo un tipo di antropologia, una concezione dell’uomo, della conoscenza, dell’azione che si può svolgere in modo perfettamente originale arrivando dalla concezione della persona nella sua privatezza fino ai grandi problemi culturali economici sociali politici che caratterizzano questo momento”.
Questa è secondo me la sfida. Benedetto XVI sfida il postmoderno; il postmoderno vive in una situazione di grave difficoltà teorica, di pensiero debole, di grave difficoltà socio politica, crisi delle istituzioni a tutti i livelli, mancanza di riferimenti fondamentali: pensate alla tragedia della famiglia, non solo in occidente ma in tutto il mondo, pensate a quella che è stata chiamata in questi anni l’emergenza educativa che corrode la vita della Chiesa allo stesso modo con cui corrode la vita della società, perché dove non si è più capaci di educare, la società finisce! Può essere piena di beni (adesso non è neppure così), ma dove una generazione non dà all’altra quello che Bernanos chiamava le ragioni per vivere, si scolla, si scolla la famiglia dai suoi figli, si scolla la generazione adulta dai più giovani e la società si blocca. In questa situazione è come se il Papa dicesse: ho u n’altra strada, più realistica, più comprensiva della realtà e più capace di affrontare i problemi.
Mi è venuto in mente, mentre preparavo queste poche note una delle cose più succulente che racconta Churchill nelle sue sterminate torrenziali e normalmente insopportabili memorie: dice che quando si firmò il trattato fra Molotov e Von Ribbentrov cioè fra nazismo e comunismo, con un minimo di scrupolo (ma faccio fatica a usare la parola scrupolo trattandosi di un personaggio come quello che sto per dire) Stalin chiedesse: chi è che può opporsi a questo nostro trattato? Molotov disse bisbigliando (come faceva sempre perché era un uomo assolutamente duro e infido) disse: l’unico che può obbiettare è il Papa. Allora Stalin scrollando le spalle e ridendo beffardamente disse: ma quante divisioni ha il Papa? Quando sotto l’urto della grande esperienza popolare cattolica di Solidarnosc che, poi, in qualche modo si collegò a tanti movimenti laici e cattolici nell’ est europeo per far crollare quasi senza colpo ferire il comunismo, su Le Figarò che non è propriamente un foglio cattolico, l’editoriale era intitolato così: “Adesso Stalin ha visto quante divisioni ha il Papa”. Il tempo è dalla nostra. E’ un momento straordinario questo perché mentre si addensa sulla vita personale e sociale un periodo di forte crisi ma insieme di grandi possibilità, il Papa dice a un certo punto, questa crisi è anche una inedita possibilità che abbiamo per individuare modi nuovi di affronto della realtà e soluzioni nuove più adeguate. La crisi non è necessariamente e soltanto una situazione negativa, la crisi può rappresentare una possibilità di lettura e di sperimentazioni nuove a condizione di avere la chiarezza della intelligenza e l’energia della azione.
Terzo e ultimo momento.
Il Papa formula una ipotesi di progetto universale. Benedetto XVI ha mostrato che questa antropologia nuova, che è una visione nuova della realtà, che non è di carattere ideologico, scientifico o scientistico, e che fino adesso è stata messa da parte, è stata ampiamente emarginata, ora è attuale ed efficace. Gravissimo è stato quando una certa parte del mondo cattolico ha incominciato a parlare della concezione della cultura e della società, che prescindeva dalla fede, che si metteva accanto alla fede, che non era illuminata dalla fede, anzi la maturità di questa esperienza cristiana a livello economico o a livello politico stava sostanzialmente nel prendere le distanze dalla fede; il cristiano adulto, il cristiano maturo. Allora il Papa dice: No! Noi abbiamo dentro la nostra posizione una ricchezza potenziale che deve essere attualizzata e deve essere attualizzata per verificare le due grandi verità che abbiamo ricevuto dalla Populorum Progressio e che costituiscono questo progetto di cui il contenuto dell’enciclica è espressione.
La prima: tutta la Chiesa, dice Benedetto XVI che rilegge Paolo VI , in tutto il suo essere e in tutto il suo agire quando annunzia celebra ed opera nella carità è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo, l’evangelizzazione contiene lo sviluppo integrale dell’uomo, non bisogna andare a prendere da altri i criteri per affrontare questo problema umano, possiamo utilizzare tutti gli strumenti e valorizzare tutti gli apporti ma non c’è bisogno per arrivare allo sviluppo sociale di introdurre altri principi.
La seconda verità è che l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona ed ogni sua dimensione. Lo sviluppo non può essere lo sviluppo di una parte, di una dimensione a scapito delle altre, una realtà sviluppata solo in un punto a scapito delle altre si chiama, anche geneticamente, mostro.
In riferimento alla Populorum Progressio Benedetto XVI descrive la visione di una vera e nuova antropologia, quella della gratuità e del dono, quella che vive la circolarità Verità Carità e quindi scopre l’intreccio profondo fra gratuità e dono e quindi che pone dentro il mondo dell’analisi sociale e politiche un punto di vista che era sempre stato escluso: la fraternità. Non è che sia antiscientifico è che la scienza ha fallito. Allora diventa anche più ragionevole per un uomo pensoso dei suoi problemi, pensare se non sia meglio partire da un altro punto di vista o utilizzare altri criteri.
In questa descrizione di una immagine nuova di impegno culturale sociale e politico, il Papa dice che lo sviluppo del nostro tempo dipende dall’intervento attivo di questa dimensione nuova che è la dimensione della gratuità cioè della fraternità. Desidererei ricordare a tutti (N° 25) soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato degli assetti economici rinnovati del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e da valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integralità perciò un aspetto di sviluppo, dice il Papa, che in qualche modo prevedesse una riduzione della forza imponente della umanità dell’uomo, sarebbe uno sviluppo disumano e quindi assolutamente negativo. La cultura deve dar luogo a questa considerazione dell’uomo nella sua centralità. Non potrebbe esserci sviluppo dice il Papa a una considerazione adeguata, senza il diritto adeguato al nutrimento, il problema della fame è un problema capitale perché è un problema dell’uomo che piange e muore in tutti i continenti, a tutte le latitudini e tutte le longitudini, sacrificati da regimi che sono astratti e violenti. Ma non ci potrà mai essere sviluppo semplicemente nell’incremento del benessere materiale della umanità anche a livello mondiale, se questo incremento dell’aspetto materiale non fosse contemperato o integrato al rispetto della vita. Non si può pensare allo sviluppo dell’umanità facendo il genocidio degli indios in America Latina, come ha fatto l’Unesco sotto la speciosa giustificazione dell’educazione sessuale, non si potrà mai pensare ad uno sviluppo che non comprenda il rispetto della persona umana, come qualche cosa di sacro e intangibile, non potrà esserci sviluppo senza risolvere il problema della fame, senza rispetto della vita e senza libertà di coscienza e di educazione, perché l’uomo ha il diritto di vivere da uomo e il punto in cui più vive da uomo, ce lo ha insegnato Giovanni Paolo II , è là dove diventa soggetto di cultura. Esprime la sua vita in cultura, in concezione della realtà, delle cose, ma se esprime una cultura è in quanto è educato a vivere fino in fondo la cultura in cui è nato o che ha liberamente scelto.
Quindi vedete già come si afferma questa visione, gratuità e dono vuol dire il dono che l’uomo è. E questo dono che l’uomo è non può essere alterato, modificato o ridotto.
Secondo aspetto di questa ricostruzione, è che allora occorre far intervenire la fraternità, la gratuità, nella valutazione dei problemi e delle questioni più strettamente economiche e sociali. Il Papa progetta e parla di un mercato fraterno, solidale, etico. Il Papa descrive un modo di fare impresa in cui l’impresa non è semplicemente determinata dall’incremento economico, dei valori e delle risorse impiegate nel fare impresa, ma un’impresa in cui debbono sintetizzarsi sussidiarietà e solidarietà. Questi due principi costituiscono la chiave di lettura delle questioni nel loro sviluppo nazionale e internazionale.
Fraternità e sviluppo economico e sociale e civile. E’ uno dei punti più significativi.
Fraternità è il terzo dei punti in cui viene identificato per questa democrazia economica: sono cose che sono sempre sembrate incredibili ad una certa ideologia di carattere laicistico. La sfera economica non è né eticamente neutrale, né per sua natura disumana e antisociale essa appartiene alla attività dell’uomo e proprio perché umana deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente. L’impresa, l’attività dell’uomo nel suo aspetto e nella sua vita sociale deve essere istituzionalizzata eticamente e aggiunge, l’articolazione dell’autorità politica a livello sociale nazionale e internazionale è una delle vie maestre per arrivare ad orientare la globalizzazione economica e essere anche un modo per evitare che mini di fatto la democrazia.
C’è quindi una interazione positiva fra fraternità in cui si esprime la gratuità dell’Essere e la vita sociale. La fraternità è la logica profonda con cui affrontare le questioni socio politiche, non una cosa accanto o una cosa esterna ma un criterio e un affronto sistematico, questo garantisce lo sviluppo dei popoli che deve essere una sintesi di diritti e di doveri. In questa costruzione ci sono delle risorse che non possono non essere messe in evidenza come fondamentali.
La ragione e la fede.
La ragione, la religione e la fede. Pensare allo sviluppo della vita economica e sociale su una base razionalistica o su una base fondamentalistica (per fondamentalismo si intende una religione senza ragioni, una religione che si pone e si impone in forza di pressioni di carattere psicologico sociale e quant’altro) dall’altra parte un razionalismo che analizza la situazione e interviene senza nessuna altra istanza se non quella della propria ragione. Qui noi roviniamo, dice il Papa, perché il fondamentalismo è un tipo di religione inconcepibile perché disumana, perché è incapace di mostrare le proprie ragioni e una realtà che non è capace di mostrare le proprie ragioni è sostanzialmente da respingere, perché è qualche cosa che contraddice le ragioni profonde dell’uomo
L’uomo vuol capire tutto, anche la fede “Rationabili obsequm fidei vostrae” l’ossequio ragionevole della ragione alla fede; dall’altra una ragione che respinga qualsiasi altra istanza come nemica impoverisce la vita sociale ed è fonte di distruzioni inenarrabili. Il Papa fa un esempio molto significativo (lo trovate nei numeri 47 e 48): anche gli aiuti ai popoli sottosviluppati, se vengono dati esclusivamente per espletare un piano di sviluppo di carattere sostanzialmente ideologico o tecnologico, invece di rappresentare lo sviluppo di questi popoli, creano un ulteriore asservimento. Avete fatto ma avete fatto male, perché non avete creato un flusso di novità, per esempio dal punto di vista dell’educazione di questa gente a cui avete dato gli aiuti, ma alla fine i vostri aiuti sono serviti a potenziare le vostre ricchezze all’origine dei vostri paesi e creato situazioni ancora più gravi perché non si aiuta senza responsabilizzare e si responsabilizza se si ha una visione vera dell’uomo e non dei problemi che devo risolvere con gli aiuti e queste sono cose che devono essere da voi certamente più comprese, con maggiore analiticità e articolazione. E da ultimo, allora qual è il pericolo che incombe in questo momento, che cosa può frenare questa novità di cui il Papa si sente portatore e che sente di proporre a tutti gli uomini impegnati nelle vicende sociali culturali politiche economiche: un nuovo e rovinoso rimando alla tecnica, come se la tecnica fosse di per sé individuabile come la soluzione di tutti i problemi. Io vi consiglio di leggere attentamente gli ultimi numeri (il cap. 6°). Lo sviluppo dei popoli e la tecnica. La tecnica è una grande possibilità ma è anche un grande pericolo se non viene usata all’interno di una visione adeguata dell’uomo, se non viene usata all’interno del rispetto della gratuità mia e dell’altro, se non viene usata per l’incremento della personalità mia, del mio popolo e della mia nazione in dialettica positiva e costruttiva con al vita degli uomini e dei popoli delle altre nazioni. La tecnica se viene usata come forma totalizzante di tutte le vicende socio politiche, diventa l’inizio di una nuova schiavitù. Leggo solo questo N° 74: “capo primario cruciale della lotta culturale e sociale, che devono vivere anche gli operatori sociali, tra l’assolutismo della tecnica; adesso l’assolutismo non ha più una colorazione ideologica di tipo partitico, cioè di tipo analitico di analisi sociale, oggi l’assolutismo è della tecnica qua talis, è la tecnica che decide se uno deve vivere o morire, è la tecnica che stabilisce i criteri di approccio della vita nel suo nascere o nel suo morire, è un tipo di assolutismo, che proprio perché sembra immune da qualsiasi riferimento ideologico alto, è molto più radicalmente pericoloso e pervasivo. Campo primario è oggi quello della bioetica. Si può parlare dello sviluppo integrale della persona umana in dimensione mondiale senza che nella cosiddetta bioetica oggi si vive il più terribile tentativo di ridurre l’uomo a oggetto manipolabile, magari sotto la speciosa giustificazione che si vuole farlo vivere meglio. Farlo nascere in modo positivo, perciò se non ci sono delle caratteristiche positive meglio che non nasca. Farlo vivere in modo comodo e farlo morire in modo dolce. La tecnologia oggi sta determinando di fatto una visione perché l’uomo è oggetto manipolabile di istanze di poteri che sono chiaramente definibili. Allora concludo veramente, in questa lettera ci sono pagine sulla immagine nuova del sindacato e altro che sicuramente considererete bene e che mi esimo dal descrivere. Nella Gaudium et Spes che è il documento più coraggioso del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, nel rapporto fra Chiesa e società a oltre 40 anni dalla sua pubblicazione emergono chiaramente anche tutti i limiti culturali, il più grave dei quali era sostanzialmente un ingenuo ottimismo nei confronti di quella che era allora la società nella sua evoluzione o nei suoi criteri evolutivi. Comunque nella Gaudium et Spe è contenuta anche una frase che è realmente decisiva per comprendere dal punto di vista teorico e per usare bene dal punto di vista pratico questa enciclica e quindi la dottrina sociale della Chiesa. I padri del concilio hanno scritto questa frase: “in una società senza Dio l’uomo facilmente diventa particella di una materia e cittadino anonimo della città umana” In una società senza Dio abbiamo assistito per quasi un secolo e mezzo alla manipolazione socio politica e ideologica, adesso stiamo assistendo alla manipolazione di carattere tecno-scientifico, l’alternativa non è cercare di ridurre le conseguenze negative di questa posizione, ma mettere dentro al mondo un altro mondo, il mondo nuovo di Dio nel mondo vecchio degli uomini. Grazie
S. E. Mons. Luigi Negri, rispondendo alle domande che gli sono state sottoposte da alcuni partecipanti al convegno ha aggiunto:
Partirei con rispondere dalla domanda sulla fraternità dal punto di vista della impostazione così raccolgo anche le altre richieste
La fraternità non è che io voglio esserti fratello, che tu sei fratello perché mi piaci, la fraternità è una struttura oggettiva dell’essere perciò è un giudizio. E’ un giudizio, io mi pongo di fronte al problema nella vita e quindi nella società percependo che al di sotto di tutte le tensioni di tutte le divisioni di tutte le lacerazioni di tutte le contrapposizioni c’è una profonda unità che è una unità del genere umano che solo nel Mistero di Cristo è diventata esperienza. Devo innanzitutto dire che la fraternità è un criterio di giudizio che consente di entrare nell’analitico, non una premessa di tipo etico o una conseguenza di tipo etico, ma è il modo per andare a fondo del problema , di vederlo nella sua oggettività e cercare di corrispondervi, ecco perché non può esservi un problema dello sviluppo che non sia rispetto della vita. Se il problema dello sviluppo è l’incremento materiale dei mezzi della produzione di un paese di un popolo di una nazione, che rapporto c’è tra questo e il fatto che deve essere rispettata la vita di un bambino mongoloide che non deve essere ammazzato da un tecnico di laboratorio, una fraternità non è una premessa o una eventuale conseguenza, la fraternità inserisce nella natura profonda della realtà e perciò consente di vedere la realtà nella sua oggettività. Poi diventa un ethos, diceva Giovanni Paolo II, poi diventa un sentimento, poi diventa una storia di maggiore vicinanza, di maggiore sintonia, diventa una preferenza diventa un insieme di condizioni per poter agire e con alcuni molto più che con altri. La fraternità non deve subire nessuna restrizione all’origine, può subire delle articolazioni necessarie, c’è una fraternità che, almeno per i cattolici (almeno fino a quando non verranno messi in estinzione) che è sostanzialmente irriducibile a qualsiasi altra fraternità e non compensabile e non contrabbandabile, si chiama famiglia. La fraternità della famiglia è assolutamente unica, eccezionale, esclusiva, per questo è sbagliato comunque che un uomo vada con altre donne che non sia sua moglie e una donna vada con altri uomini che non sia suo marito, perché nella natura profonda della fraternità famigliare sta scritto un esercizio esclusivo della propria affettività solo in quel punto ad esclusione di qualsiasi altro. La fraternità è un logos, perciò quando diventa una attuazione morale subisce tutte le sue restrizioni. Sostanzialmente o la fraternità si appoggia sul giudizio o diventa mero sentimentalismo, ma il sentimentalismo non fa conoscere veramente la realtà, il sentimentalismo utilizza la realtà per i propri interessi. Diceva un comune amico di molti qui, don Giussani, che se non c’è una amicizia che nasce dall’ideale, ci sono solo connivenze. Perché questa idea della gratuità è già dentro al Senso Religioso è già dentro alla grande filosofia della realtà, quella di cui il Papa ha parlato a Regensburg parlando del domandare Greco. La fraternità è una logica è un modo con cui concepisco me stesso e l’altro perché io e l’altro siamo innanzitutto e prima di tutto la stessa cosa, cioè apparteniamo al Mistero di Dio che si è fatto presente al mondo attraverso la natura, attraverso una umanità. Dio si rende presente al mondo attraverso la creazione. Certo si è reso presente attraverso la Redenzione perché la creazione lasciata a se stessa, cioè lasciata alla libertà mal usata dall’uomo è diventata il caos in cui noi viviamo normalmente. Che cos’è la società di oggi? La società di oggi è l’espressione più rigorosa e impietosa dell’ateismo, per togliere Dio dalla storia dell’uomo si sono creati interi sistemi economici, politici, sociali, filosofici e tecnologici. Allora noi non possiamo dire, la logica è quella di tutti e dentro questa ritagliamo lo spazio della nostra fraternità, è finito, il cristianesimo è finito. Paolo ha detto: non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, poichè voi tutti siete un essere solo in Gesù, così è andato alla radice di quella unità che era negata da queste divisioni, ma non ha detto che queste divisioni non ci sono. Noi saremo forse gli ultimi a sostenere che c’è una differenza sostanziale fra maschio e femmina no? Allora, dire che Greco o Barbaro era lo stesso era sbagliato ma Greco o Barbaro non era il criterio ultimo con cui valutare la vita sociale, il criterio con cui valutare la vita sociale era l’unità in Cristo che rendeva positivo anche il Greco e il Barbaro. Io credo che il punto sia qui, noi dobbiamo far maturare un ethos da un logos cioè da una concezione, e una concezione attecchisce dove attecchisce, può dettare un progetto di mercato diverso (ipoteticamente) ma può creare dei gesti che non c’entrano immediatamente o direttamente col mercato. Anche tecnicamente sono cose diverse che nascono da due concezioni diverse della vita. Noi dobbiamo affermare la forza del Logos, della ragione della concezione perché nella conseguenza si può essere anche incoerenti. Non è che dalla logica nasce la moralità in modo matematico, è un cammino, una storia, ma deve essere giusta l’impostazione, se non è giusta e unitaria l’impostazione le conseguenze giuste sono casuali come le conseguenze negative. L’etica è cammino è una storia, allora la fraternità è una concezione diversa della realtà, devo viverla così; io mi sento fratello di tutti non perché brucio dentro al cuore della volontà di amare tutti , ma sono costretto, lo dice bene Benedetto XVI al n° 39 della Deus Caritas, lo stesso gesto d’amore con cui Cristo mi afferra spalanca la mia vita a tutti per cui amo gli altri perché amo Cristo. Se non fossi capace di amare Cristo non amerei certamente gli altri . Alcuni anni fa ho fatto una interessante conversazione in video conferenza con il grande filosofo Levy il tema era “Perché la carità non è buonismo”, io non so cosa avesse detto lui perché io ero a Milano e lui a Parigi, ho detto semplicemente che la carità non è che siccome c’è una sola autostrada da Milano a Roma io non posso discutere l’autostrada, faccio delle aree di servizio, magari faccio delle piccole enclave in cui mi illudo che la logica dell’autostrada non sia unica. Gli ho detto, professore, S. Paolo e Gesù Cristo non hanno detto l’autostrada è quella dell’impero romano, lasciateci fare qualche piccola isola dentro a questa autostrada, hanno fatto un’autostrada diversa . La carità è un’autostrada diversa nel mondo, lo è perché è una concezione diversa dell’ uomo nel mondo, perché siamo tutti figli di Dio,tutti per natura siamo figli di Dio anche se soltanto nella Rivelazione Cristiana questo trova una sua espressione definitiva.
Mi pare di aver così risposto all’affondo sulla fraternità, per cui far funzionare bene la propria famiglia è essenziale per far funzionare bene l’azienda e viceversa. C’è un nesso profondo, non si può vivere l’azienda e in famiglia avere il caos che c’è normalmente nei 2-terzi per non dire i 3 quarti, per non dire 4 quinti delle famiglie italiane, non si può. Non si può avere nella famiglia una concezione della vita etica ed economica che non risponda a nessuna regola e poi pretendere di fissare le regole nella vita dell’azienda. Le regole non creano i valori. Se ci sono i valori le regole e le strutture le incrementano e le custodiscono, ma non aspettatevi che sia una regola perché la regola detta e detta anche in modo tale da poter essere impunemente contraddetta. Il Signore quando parla con i farisei si diverte, dice: guai a voi che avete detto la legge, la legge, la legge e poi parlavate di decime sulle erbe del niente (bisogna pagare la tassa sulla menta, sulla ruta, sul cumino) per non sostenere l’orfano e la vedova. Il vertice della legge, anche ebraicamente fra virgolette, era quello che noi possiamo chiamare carità verso il povero, verso l’orfano, verso il debole, ma siccome costava troppo, l’ebreo, che ha sempre avuto una grande capacità di calcolo, diceva: no io non pratico la legge applicandola agli uomini la applico alle erbe e allora Gesù dice, voi avete applicato la regola e le tasse su queste cose qui e avete lasciato morire di fame e di freddo gli orfani e le vedove. Ma la legge e la regola di per se è una cosa non neutrale, se nasce da valori profondi ha un valore profondo ma è estremamente vulnerabile perché è vulnerabile e manipolabile da tutti i punti di vista! Perciò noi dobbiamo creare un mondo nuovo, che poi si darà le sue regole; non, cercare di ipotizzare che possa esistere un mondo nuovo perché ci sono delle regole . Tutte le regole che ho visto tentare di applicare agli effetti etici dagli stati, lo dice benissimo il Papa sul riduzionismo psicologico e neurologico, se tutti i problemi fossero di questo carattere sarebbe un problema di tecnici . Stiamo o no, non dico voi che non siete preti, distruggendo i matrimoni dandoli in mano a degli esperti, qualsiasi problema emerga a livello della coppia viene dirottato tecnicamente al tecnico, il quale ha un solo criterio a livello analitico, che venga tolto il motivo del contendere, cioè si torni a prima . Così la società è piena di cinquantenni ridotti alla adolescenza, che credono di poter essere se stessi perché vivono da imbecilli come se avessero 15 anni avendone 50 o 60. La cosa grave è che stanno facendo la stessa cosa con il sacramento dell’ordine, gli stessi psicanalisti che distruggono le famiglie stanno distruggendo i sacerdoti, che di fronte a qualche problema che ha nella chiesa gli dicono di mollare il sacerdozio, torna alla situazione di libertà. Il pericolo della tecnica è questo, che sia la tecnica a creare delle regole che hanno valore tecnico e avendo questo valore potrebbero distruggere lo spirito
La questione della sussidiarietà e della solidarietà.
Per come mi è sembrato che si evolvesse questo tema lungo tutto al Magistero e non soltanto nella Caritas in Veritate, ma da quando Pio XI nella Quadrigesimo Anno l’ha formulata (almeno quella della sussidiarietà), mi sembra che si possa dire che la sussidiarietà costituisca una istituzionalizza- zione imponente della gratuità o meglio della valorizzazione della responsabilità etica e sociale. La responsabilità etica della persona, della famiglia dei gruppi, presenti nella società.
Insomma tutti i gruppi in cui si articola la vita sociale debbono poter esprimere fino in fondo la loro responsabilità sociale e le istituzioni più alte devono vivere aiutando e consentendo alle realtà di rango inferiore di poter vivere fino in fondo le proprie identità. Questa sussidiarietà, soprattutto in Giovanni Paolo II è stata intesa sia in senso orizzontale come in senso verticale. Attiene all’ordine delle istituzioni di una vita sociale, di una vita statuale, così come attiene al muoversi delle realtà nella società. Il tema della sussidiarietà è stato un grande tema antitotalitario e antistatalista nel senso del contrastare il fatto che lo stato, così come era concepito dalla mentalità laicista, fosse il soggetto unico della vita della società. Questo stato che gode di un diritto che non conosce confini; questa espressione che fiorisce nel Sillabo di Pio IX che vede in anticipo lo sviluppo della vita sociale europea e mondiale, di uno stato come fonte autonoma di ogni diritto, gode di un diritto che non conosce confini: quindi entra nella famiglia, entra nella realtà popolare, è lo stato, tanto è vero che tutte le realtà che si creano sono vere, oggettive se riescono ad avere il riconoscimento statale. Tutto ciò che non ha il riconoscimento statale è privato. Si potrebbe parlare per esempio della questione educativa, della questione scolastica che vive ancora nel 2009 secondo questo gap: siccome la fai tu, le famiglie ecc., non è pubblica, se la fa il Ministro della pubblica istruzione ecc, è pubblica. Direi che la sussidiarietà contiene una immagine di una socialità veramente responsabilizzata, come genesi e come struttura.
La solidarietà è più ampia, essa è una espressione della gratuità che può informare la società o non riuscire ad informarla e può vivere in modo del tutto autonomo influendo sulla vita della società per strade che possono anche non essere rilevabili. Quando il popolo cristiano faceva un asilo, una casa di riposo, ecco la solidarietà è qualche cosa di più, la gratuità è più imponente; nella sussidiarietà la gratuità tende alla sua istituzionalizzazione, nella solidarietà è più vasta, quindi bisogna tenerla insieme perché senza questo nesso la solidarietà sostituisce per se energia e forza perché il peso delle istituzioni, nel rendere possibile o no la solidarietà è molto più forte adesso che 50 anni fa Quando abbiamo fatto l’incontro di tutti i responsabili della vita parrocchiale per la giornata della Colletta Alimentare, che nella mi9a diocesi è una delle iniziative sponsorizzate dalla Diocesi insieme all’obolo di S. Pietro (la carità del Papa) io ho detto “qui c’è stato la fame e il freddo ma nessuno è morto mai di fame e di freddo, perché è scattata una solidarietà di base nella vita del paese, fra le famiglie ecc, ma chi è stato in una vera situazione popolare negli anni 40-50 in una casa di riviera, allora non c’era un bisogno che non fosse comune. Adesso che viviamo nella società del Welfare e del vattalapesca , a 50 metri dalla casa del Papa un barbone può morire di freddo (come è successo l’inverno scorso). La solidarietà ha una ampiezza e una radicalità che si misura col cuore dell’uomo e coi problemi che l’uomo ha e poi prova, se si istituzionalizza certamente la sussidiarietà ne rappresenta l’espressione matura, ma a condizione che non tagli le radici della solidarietà e d’altra parte la solidarietà il più possibile cerchi di influire anche a livello strutturale. Ma un padrone che dice metto dentro i beni di famiglia fa un gesto così solidale e gratuito che può non essere previsto e potrebbe esser giudicato dal punto di vista strettamente economico come assolutamente incongruo.
Grazie
S. E. Mons. Luigi Negri
I)
Cercherò di tracciare, una linea di approccio, di lettura che diventi poi metodologia della conoscenza e dell’azione, perché il Papa esige questo, che la posizione che egli sottolinea diventi metodo di conoscenza e di azione.
C’è un primo punto: questa enciclica intende attualizzare la Populorum Progressio di Paolo VI, anzi intende riconoscere alla enciclica Populorum Progressio, un valore molto simile a quello della Rerum Novarum, dal punto di vista dell’impatto fra la dottrina sociale e la vicenda dello sviluppo e del progresso su base mondiale, attualizzandola quindi periodicamente, come il magistero pontificio ha fatto della Rerum Novarum, a distanza decennale o, quando non è stato possibile, con scadenze maggiori. In che cosa consiste il nucleo fondamentale dell’insegnamento di questa enciclica, che viene raccolto in maniera precaria nei primi 9 numeri, quella che è l’introduzione. L’introduzione vale veramente “come chiave di lettura”.
C’è una antropologia che è una concezione dell’uomo, della vita, c’è una antropologia autentica e originale che come esigenza caratterizza l’uomo nella sua esperienza di ricerca di conoscenza e di amore, e che si realizza pienamente nel Mistero di Cristo morto e risorto e comunicatore di questa vita nuova a coloro che credono. Dunque non c’è una categoria astratta a guidare l’enciclica, c’è una esperienza. L’esperienza di una novità di vita, potremmo dire, o di una novità umana. Tutto l’avvenimento della natura,della ricerca naturale (quella che don Giussani chiamava Il Senso Religioso) tutta la grande ricerca umana. E’ un’ esperienza. Tutta la natura e tutto l’avvenimento della rivelazione, la presenza di Cristo, finiscono nell’uomo, sono per l’uomo. Perciò il punto in cui si vede la verità cristiana è la vita umana nuova. Se tutto si fermasse prima della vita umana nuova, tutto degraderebbe in ideologia; se il cristianesimo non generasse un uomo nuovo nel mondo finirebbe per essere una ideologia religiosa o un moralismo umano; le due grandi tentazioni che il cattolicesimo ha sopportato vittoriosamente fino ad ora; le altre concezioni cristiane hanno dichiarato fallimento di fronte a questa tendenza ideologica e moralistica. Il Papa, non in questa enciclica ma nella sua prima Deus Caritas ha formulato una convinzione radicale: “il cristianesimo non è un insieme di valori che formulerebbero una ideologia religiosa e non è neanche un impegno etico, è l’esperienza dell’incontro con Cristo e della sequela di Lui. Allora vorrei che capiste che all’origine c’è un uomo nuovo che vive, che ha una coscienza vera di se e che ha in sé criteri adeguati di comportamento. Già S. Ireneo diceva nel corso del V° secolo “Gloria Dei vivens Homo (la gloria di Dio è un uomo nuovo che vive). Questa novità che è l’avvenimento di Cristo partecipato, che diventa nostro, ha certamente , dal punto di vista della struttura della conoscenza e dell’azione (perché l’uomo è dimensione conoscitiva intelligenza e volontà, cioè tendenza ad attuare ciò che ritiene giusto) in questo uomo nuovo leggiamo il cuore. In questo uomo nuovo Benedetto XVI legge il cuore, e il cuore nuovo dell’uomo consiste in un circolo virtuoso e indisgiungibile di verità e di carità. La verità è l’esperienza della umanità vera che gli uomini desiderano e non possono darsi e Dio è venuto nel mondo per offrire all’intelligenza e al cuore di ogni uomo che viene in questo mondo e la carità è l’espressione di questa verità dentro la vita, nella storia nella concretezza e si potrebbe dire anche nella carnalità dell’esistenza. Farete bene a leggere con molta attenzione questi numeri, ma vorrei citarvene uno solo sopra tutti “la carità che è la via maestra della dottrina sociale, la carità dipende fondamentalmente dalla verità, questa carità che è la forza propulsiva per l’intero sviluppo della persona e della umanità intera dunque conoscere la verità conoscere che l’ uomo è per Cristo, che l’uomo si realizza in Cristo per poter vivere pienamente questa verità nella carità pone la persona nella condizione di avere una chiave non solo di lettura ma anche di azione, che lo accompagna nell’affronto e nella soluzione dei problemi personali e dei problemi sociali, sia dei piccoli rapporti come dei grandi rapporti. La carità non investe soltanto la sfera dei rapporti familiari, dei rapporti privati, di quella intimità che sempre personale e sociale, la carità investe il mondo in tutte le sue dimensioni e quindi chi vive la carità e la verità la carità nella verità e la verità nella carità è un soggetto nuovo di conoscenza e di azione nel mondo. Questa è la novità, la dottrina sociale della chiesa è l’esperienza di una umanità nuova che pensa secondo la verità di Dio e agisce tendenzialmente, tentativamente aprendo il grande cammino dell’ethos verso la realizzazione della carità, di cui Dio è la fonte e l’espressione.
La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. Senza fiducia e amore per il vero non c’è coscienza e responsabilità sociale e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori della società, tanto più in una società in via di globalizzazione e momenti difficili come quelli attuali. La verità dunque mette dentro la sostanza delle questioni, non è una premessa ideologica. Se non c’è sintesi di carità e di verità, la verità diventa una ideologia astratta e la carità diventa un emotivismo che non crea storia. Questa è la definizione del Papa. Possiamo fare grandi cose che suscitano un’ emozione ma non cambiano la storia: la storia è cambiata soltanto da questa circolazione virtuosa di verità e di carità, per cui il Papa si assume la responsabilità di dire è vero quello che ci ha detto S. Paolo che la carità è la vera espressione della verità: “ Caritas in Veritate”. Questa circolazione di Verità e Carità è nell’uomo nuovo. Il cristiano è dunque una intelligenza adeguata di sè e del proprio destino rivelatogli da Cristo e un cuore nuovo con cui affronta tutti i problemi della vita nessuno escluso, da quelli che caratterizzano gli spazi della sua privatezza e intimità, dei suoi rapporti gratuiti, dei rapporti parentali, amicali per investire, senza soluzione di continuità, le grandi vicende sociali, internazionali, e mondiali nella dimensione culturale, sociale economica e politica. Non c’è un altro principio per affrontare i problemi, bisogna svolgere questo principio fino alle estreme conseguenze: la logica della fede è una logica fortemente unitaria, non nel senso che riduce tutto a se ma nel senso che la fede diventa capace di leggere la realtà, cercando di coglierla in tutti i suoi fattori e tutti i suoi aspetti.
II) Secondo passaggio in questo primo punto.
Il Papa intervenendo ha detto questo: il cuore della dottrina sociale è il cristiano che vive, il cuore della dottrina sociale è la Chiesa che vive nel cristiano, perché il cristiano è tale, se e in quanto partecipa all’avvenimento ecclesiale, in quanto appartiene ad un avvenimento più grande di lui, altrimenti non è un cristiano ma un uomo devoto. In questo cuore il Papa ha indicato questa circolarità che insieme è esistenziale e ermeneutica: esistenziale perché è una esperienza nuova, ermeneutica perché diventa un criterio con cui giudicare la realtà. Facendo funzionare , anche in modo molto iniziale, questo dato originale, questo uomo nuovo che vive ed ama, che ha di fronte alla realtà una sola risorsa, la novità che è chiamato a vivere per grazia ed a cui è chiamato a corrispondere con la libertà (perché noi sosteniamo che la libertà non sta senza grazia ma la grazia non sta senza libertà). Dentro a questo funzionamento emerge una intuizione formidabile; la realtà non è possesso, la realtà è gratuità e dono, perciò il filo conduttore che legge le vicende della persona e della società non è quella del possesso da prima
ideologico e poi socio politico della realtà come se la realtà fosse oggetto di conoscenza e di manipolazione. La realtà dell’uomo, della storia, dei rapporti rivelano la Gratuità dell’Essere: questo essere dati a se stessi nel mistero della nascita. La fede che rivela all’uomo tutta la verità su di lui (ci ha insegnato Giovanni Paolo II): la realtà è più grande di me e io sono parte viva di questa realtà allora il criterio con cui mi metto a guardare me stesso e la persona, che sento più vicino a me nella via della vita quella di cui Adamo ha detto ossa delle mie ossa carne della mia carne, e la realtà sul mondo e della società mondiale è la stessa. Vado a rintracciare il filo di gratuità che sostiene tutto:(siccome siamo stati donati a noi stessi posiamo donarci al mondo) siccome siamo stati donati a noi stessi alla fede, possiamo vivere la vita come dono, un dono intelligente ed affettivo un dono in cui si esprime la verità e la carità Questa è la prima parte che vado a concludere, in cui sta tutta la originalità che è la logica antropologica e metodologica di questa enciclica.
La dottrina sociale e particolarmente la dottrina sociale formulata da Paolo VI di fronte alla grande questione dello sviluppo che negli anni 60 polarizzava attese e riflessioni e le tragedie sia a livello teorico ma soprattutto a livello pratico e politico, perché la pace e lo sviluppo si infrangevano quotidianamente di fronte alla guerra fredda, si infrangevano quotidianamente contro il forsennato capitalismo per esempio in Africa o nel Medio Oriente. Paolo VI pose una questione di lancinante attualità, l’affronto della quale significava anche un giudizio di estrema chiarezza sulle vicende della pace, dello sviluppo ordinato dei popoli. Pace è il nome vero dello sviluppo diceva alla sintesi del suo lavoro. Non so se sono riuscito a farvi capire che un uomo nuovo che ama, vive, conosce il suo impegno di conoscenza e di amore non sente estraneo a se niente (come diceva l’antico apologeta cristiano, sono cristiano e non considero estraneo a me niente di ciò che esiste).
III)
La dottrina sociale riformulata su questo tema con questa radicalità che ho cercato di evocare va in corto circuito con la mentalità socio politica della modernità. La modernità ha ritenuto che la questione socio politica, culturale, sociale, economica e politica, cioè il vivere della società nella sua densità nella sua problematicità , nella sua contraddittorietà, questa società fosse dominabile intellettualmente e risolvibile tecnologicamente: non il filo della gratuità e del dono, ma il filo del potere (non esclusivamente come potere politico anche se poi ci si arriva perché è inevitabile) ma del potere inteso come capacità del soggetto di conoscere in modo adeguato la realtà e una volta che l’ha conosciuta in modo adeguato attraverso una visione chiara e distinta, come voleva il grande Cartesio, una volta conosciute tutte le questioni in modo chiaro (si chiama ideologia visione assolutamente corretta della realtà fissata una volta per sempre) allora il problema è attuare l’ideologia attraverso l’impegno socio politico, largamente caratterizzato da questioni di carattere tecnologico. Capirete poi perché, l’ultimo capitolo di questa enciclica è dedicato alla tecnica, ma ci arriveremo.
Di fronte a questo, che è stato il trend diciamo vittorioso, che poi è finito nella tragedia della seconda guerra mondiale, nella tragedia dei grandi sistemi totalitari, nella distruzione fisica di milioni di persone, nella perdita della libertà di coscienza e della libertà di vita di milioni e milioni di persone, questo trend vincente che ha provocato quella che Giovanni Paolo II ha chiamato una catastrofe antropologica, perché non soltanto il totalitarismo ha distrutto gli uomini ma c’è un modo edonista e consumista di vivere la vita che ha trapassato la fine delle ideologie e che costituisce oggi l’ideologia vincente che non è meno ripugnante e pervasiva delle grandi ideologie totalitarie. Questo trend ha considerato una Chiesa e la dottrina Sociale come qualche cosa di essenzialmente scomodo. Scomodo perché, secondo la visione laicista della modernità la chiesa era rinchiusa nella difesa dei suoi privilegi socio politici, e per sostenere questi privilegi riproduceva una antropologia, una immagine della vita sociale ormai definitivamente superata, quindi sul piano della vita sociale la Chiesa non era un interlocutore credibile. Le ideologie del 700 e dell’ottocento considerano di essere la visione unica della realtà, l’unico punto di vista, l’unico criterio analitico, selettivo ed operativo. O si accetta questa visione sostanzialmente laicista e quindi fondamentalmente ateistica (anche se si maschera di neutralità) oppure si è fuori dalla storia. La Chiesa nella sua espressione socio politica viene combattuta. Se voi leggete il Magistero Sociale della Chiesa lungo tutto il 19° e il 20° secolo è una difesa della originalità della nostra antropologia, della nostra concezione della famiglia, del popolo, della società e quindi dello stato che non può essere la fonte di tutti i diritti come diceva Pio IX nel 1864. Però per il mondo laicista, dei grandi politici, scienziati ed economisti la Chiesa non ha diritto di parola, al massimo gli si consente di fare quei discorsi pii, morali, ma la morale non ha nessuna incidenza socio politica, la morale è per sua natura un fatto privato, di coscienza personale (per chi poi ha ancora questa tensione o questo scrupolo, come diceva sprezzantemente Nietzsche. La società non ha scrupoli religiosi: allora predicate pure, in chiesa sulla carità sulla gratuità sull’amore dei figli verso i padri, dei padri verso i figli, sulla carità che deve presiedere anche la vita sociale (la Rerum Novarum lanciò la carità come una categoria risolutiva esattamente come Benedetto XVI), ma sono premesse del tutto inincidenti la società in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue dimensioni appartiene al calcolo, appartiene alla razionalità intesa come razionalismo, intesa come volontà e capacità di dominare con la ragione (in senso analitico scientifico) e programmarne una sua manipolazione tecnologica. La questione sociale è una questione tecnica, intendendo nella espressione tecnica la sintesi di intelligenza e di volontà pratica di un uomo senza Dio, di un uomo totalmente padrone di sè e, quindi, padrone della realtà che nella conoscenza della vita sociale in tutti i suoi aspetti compreso quello economico, nella conoscenza adeguata della realtà e nella sua realizzazione tecnologica esprime al massimo il suo potere. L’uomo moderno esprime al massimo il suo potere nella creazione di uno stato totale, capace di dare totalità alla vita sociale e soprattutto di risolvere, come vero soggetto della storia tutte le questioni. All’interno di questo si pone la vicenda di uno stato fondamentalmente totalitario che elimina le istanze di identità che non accettano di essere sbrigativamente omologate: ogni tipo di minoranza. Ma in Italia, come ho detto in un articolo sul Resto del Carlino, cercando di contrastare le idee di un grande notista politico, che ha detto sprezzantemente che la democrazia non viene difesa dalla piazze ma viene difesa dalle istituzioni supreme, gli ho ricordato che le piazze le hanno sempre usate i laicisti per blandirle, per manipolarle, per criminalizzarle per massacrarle, esiste una realtà diversa dalla piazza, esiste il popolo e il popolo è il soggetto autentico della vita sociale e della storia, perché è al popolo che appartiene la sovranità e che la esercita, come dice la nostra costituzione nelle forme e nei modi stabiliti dalla costituzione stessa. Perciò andare contro la volontà popolare è totalitarismo. Mettere in moto, come si mise in moto in modo molto soft negli ultimi decenni del secolo XIX o negli anni 20 i poteri politici ed economici forti per andare contro la volontà del popolo italiano (che poi era una volontà molto esile, una volontà che era tenuta molto ai margini della vita sociale) questo è totalitarismo. Il patto scellerato (diceva Salvemini) fra agrari al sud, industriali al nord, corona ed esercito, è stato quello che ha tenuto fino alla fine il popolo fuori, non dalla stanza dei bottoni ma dalla vita sociale e se il fascismo fu un marchingegno pensato dai poteri forti per tenere ancora in vita uno stato liberale che era stato nei primi decenni del XX secolo sempre sonoramente battuto nelle elezioni amministrative a cui partecipavano cattolici e socialisti. Per buttar fuori il popolo cattolico e il popolo socialista si pensò a quella bella trovata che ci è costata 20 anni di dittatura e soprattutto ci è costata milioni di morti innocenti sui campi di battaglia per la prima e per la seconda guerra che dal punto di vista della logica furono due assolute follie. Il Papa propone alla nostra vita quel che vive lui come dono e gratuità allora io credo che stia qui il punto: di fronte all’evidente fallimento dell’ideologia e della tecnica, noi abbiamo qualcosa da dire che sormonta le ideologie e la tecnica e lo diciamo certamente, dice il Papa con più forza e con più determinazione di fronte alla impossibilità evidente di stare di fronte alla vita sociale semplicemente secondo coordinate di tipo ideologico e tecnologico. Se stiamo nel campo della pura ideologia e della pura tecnologia non risolviamo i problemi ma, soprattutto non aiutiamo l’uomo a vivere realmente e fino in fondo quella natura umana che è il dono più grande che l’uomo ha ricevuto o quella grande, risorsa, l’unica vera grande risorsa che l’uomo ha: se stesso. Diceva Giovanni Paolo II nel suo per me indimenticabile e indimenticato intervento al Meeting per l’amicizia fra i popoli nel 1982 “L’unica vera grande risorsa che l’uomo ha è se stesso”. Non se stesso come potere, ma come domanda di senso, se stesso come ricerca. Io credo che stia qui la genialità storica di questa enciclica. E’ come se il Papa prendesse la palla e la buttasse nel campo avverso e dicesse “adesso tocca a voi! Io vi propongo un tipo di antropologia, una concezione dell’uomo, della conoscenza, dell’azione che si può svolgere in modo perfettamente originale arrivando dalla concezione della persona nella sua privatezza fino ai grandi problemi culturali economici sociali politici che caratterizzano questo momento”.
Questa è secondo me la sfida. Benedetto XVI sfida il postmoderno; il postmoderno vive in una situazione di grave difficoltà teorica, di pensiero debole, di grave difficoltà socio politica, crisi delle istituzioni a tutti i livelli, mancanza di riferimenti fondamentali: pensate alla tragedia della famiglia, non solo in occidente ma in tutto il mondo, pensate a quella che è stata chiamata in questi anni l’emergenza educativa che corrode la vita della Chiesa allo stesso modo con cui corrode la vita della società, perché dove non si è più capaci di educare, la società finisce! Può essere piena di beni (adesso non è neppure così), ma dove una generazione non dà all’altra quello che Bernanos chiamava le ragioni per vivere, si scolla, si scolla la famiglia dai suoi figli, si scolla la generazione adulta dai più giovani e la società si blocca. In questa situazione è come se il Papa dicesse: ho u n’altra strada, più realistica, più comprensiva della realtà e più capace di affrontare i problemi.
Mi è venuto in mente, mentre preparavo queste poche note una delle cose più succulente che racconta Churchill nelle sue sterminate torrenziali e normalmente insopportabili memorie: dice che quando si firmò il trattato fra Molotov e Von Ribbentrov cioè fra nazismo e comunismo, con un minimo di scrupolo (ma faccio fatica a usare la parola scrupolo trattandosi di un personaggio come quello che sto per dire) Stalin chiedesse: chi è che può opporsi a questo nostro trattato? Molotov disse bisbigliando (come faceva sempre perché era un uomo assolutamente duro e infido) disse: l’unico che può obbiettare è il Papa. Allora Stalin scrollando le spalle e ridendo beffardamente disse: ma quante divisioni ha il Papa? Quando sotto l’urto della grande esperienza popolare cattolica di Solidarnosc che, poi, in qualche modo si collegò a tanti movimenti laici e cattolici nell’ est europeo per far crollare quasi senza colpo ferire il comunismo, su Le Figarò che non è propriamente un foglio cattolico, l’editoriale era intitolato così: “Adesso Stalin ha visto quante divisioni ha il Papa”. Il tempo è dalla nostra. E’ un momento straordinario questo perché mentre si addensa sulla vita personale e sociale un periodo di forte crisi ma insieme di grandi possibilità, il Papa dice a un certo punto, questa crisi è anche una inedita possibilità che abbiamo per individuare modi nuovi di affronto della realtà e soluzioni nuove più adeguate. La crisi non è necessariamente e soltanto una situazione negativa, la crisi può rappresentare una possibilità di lettura e di sperimentazioni nuove a condizione di avere la chiarezza della intelligenza e l’energia della azione.
Terzo e ultimo momento.
Il Papa formula una ipotesi di progetto universale. Benedetto XVI ha mostrato che questa antropologia nuova, che è una visione nuova della realtà, che non è di carattere ideologico, scientifico o scientistico, e che fino adesso è stata messa da parte, è stata ampiamente emarginata, ora è attuale ed efficace. Gravissimo è stato quando una certa parte del mondo cattolico ha incominciato a parlare della concezione della cultura e della società, che prescindeva dalla fede, che si metteva accanto alla fede, che non era illuminata dalla fede, anzi la maturità di questa esperienza cristiana a livello economico o a livello politico stava sostanzialmente nel prendere le distanze dalla fede; il cristiano adulto, il cristiano maturo. Allora il Papa dice: No! Noi abbiamo dentro la nostra posizione una ricchezza potenziale che deve essere attualizzata e deve essere attualizzata per verificare le due grandi verità che abbiamo ricevuto dalla Populorum Progressio e che costituiscono questo progetto di cui il contenuto dell’enciclica è espressione.
La prima: tutta la Chiesa, dice Benedetto XVI che rilegge Paolo VI , in tutto il suo essere e in tutto il suo agire quando annunzia celebra ed opera nella carità è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo, l’evangelizzazione contiene lo sviluppo integrale dell’uomo, non bisogna andare a prendere da altri i criteri per affrontare questo problema umano, possiamo utilizzare tutti gli strumenti e valorizzare tutti gli apporti ma non c’è bisogno per arrivare allo sviluppo sociale di introdurre altri principi.
La seconda verità è che l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona ed ogni sua dimensione. Lo sviluppo non può essere lo sviluppo di una parte, di una dimensione a scapito delle altre, una realtà sviluppata solo in un punto a scapito delle altre si chiama, anche geneticamente, mostro.
In riferimento alla Populorum Progressio Benedetto XVI descrive la visione di una vera e nuova antropologia, quella della gratuità e del dono, quella che vive la circolarità Verità Carità e quindi scopre l’intreccio profondo fra gratuità e dono e quindi che pone dentro il mondo dell’analisi sociale e politiche un punto di vista che era sempre stato escluso: la fraternità. Non è che sia antiscientifico è che la scienza ha fallito. Allora diventa anche più ragionevole per un uomo pensoso dei suoi problemi, pensare se non sia meglio partire da un altro punto di vista o utilizzare altri criteri.
In questa descrizione di una immagine nuova di impegno culturale sociale e politico, il Papa dice che lo sviluppo del nostro tempo dipende dall’intervento attivo di questa dimensione nuova che è la dimensione della gratuità cioè della fraternità. Desidererei ricordare a tutti (N° 25) soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato degli assetti economici rinnovati del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e da valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integralità perciò un aspetto di sviluppo, dice il Papa, che in qualche modo prevedesse una riduzione della forza imponente della umanità dell’uomo, sarebbe uno sviluppo disumano e quindi assolutamente negativo. La cultura deve dar luogo a questa considerazione dell’uomo nella sua centralità. Non potrebbe esserci sviluppo dice il Papa a una considerazione adeguata, senza il diritto adeguato al nutrimento, il problema della fame è un problema capitale perché è un problema dell’uomo che piange e muore in tutti i continenti, a tutte le latitudini e tutte le longitudini, sacrificati da regimi che sono astratti e violenti. Ma non ci potrà mai essere sviluppo semplicemente nell’incremento del benessere materiale della umanità anche a livello mondiale, se questo incremento dell’aspetto materiale non fosse contemperato o integrato al rispetto della vita. Non si può pensare allo sviluppo dell’umanità facendo il genocidio degli indios in America Latina, come ha fatto l’Unesco sotto la speciosa giustificazione dell’educazione sessuale, non si potrà mai pensare ad uno sviluppo che non comprenda il rispetto della persona umana, come qualche cosa di sacro e intangibile, non potrà esserci sviluppo senza risolvere il problema della fame, senza rispetto della vita e senza libertà di coscienza e di educazione, perché l’uomo ha il diritto di vivere da uomo e il punto in cui più vive da uomo, ce lo ha insegnato Giovanni Paolo II , è là dove diventa soggetto di cultura. Esprime la sua vita in cultura, in concezione della realtà, delle cose, ma se esprime una cultura è in quanto è educato a vivere fino in fondo la cultura in cui è nato o che ha liberamente scelto.
Quindi vedete già come si afferma questa visione, gratuità e dono vuol dire il dono che l’uomo è. E questo dono che l’uomo è non può essere alterato, modificato o ridotto.
Secondo aspetto di questa ricostruzione, è che allora occorre far intervenire la fraternità, la gratuità, nella valutazione dei problemi e delle questioni più strettamente economiche e sociali. Il Papa progetta e parla di un mercato fraterno, solidale, etico. Il Papa descrive un modo di fare impresa in cui l’impresa non è semplicemente determinata dall’incremento economico, dei valori e delle risorse impiegate nel fare impresa, ma un’impresa in cui debbono sintetizzarsi sussidiarietà e solidarietà. Questi due principi costituiscono la chiave di lettura delle questioni nel loro sviluppo nazionale e internazionale.
Fraternità e sviluppo economico e sociale e civile. E’ uno dei punti più significativi.
Fraternità è il terzo dei punti in cui viene identificato per questa democrazia economica: sono cose che sono sempre sembrate incredibili ad una certa ideologia di carattere laicistico. La sfera economica non è né eticamente neutrale, né per sua natura disumana e antisociale essa appartiene alla attività dell’uomo e proprio perché umana deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente. L’impresa, l’attività dell’uomo nel suo aspetto e nella sua vita sociale deve essere istituzionalizzata eticamente e aggiunge, l’articolazione dell’autorità politica a livello sociale nazionale e internazionale è una delle vie maestre per arrivare ad orientare la globalizzazione economica e essere anche un modo per evitare che mini di fatto la democrazia.
C’è quindi una interazione positiva fra fraternità in cui si esprime la gratuità dell’Essere e la vita sociale. La fraternità è la logica profonda con cui affrontare le questioni socio politiche, non una cosa accanto o una cosa esterna ma un criterio e un affronto sistematico, questo garantisce lo sviluppo dei popoli che deve essere una sintesi di diritti e di doveri. In questa costruzione ci sono delle risorse che non possono non essere messe in evidenza come fondamentali.
La ragione e la fede.
La ragione, la religione e la fede. Pensare allo sviluppo della vita economica e sociale su una base razionalistica o su una base fondamentalistica (per fondamentalismo si intende una religione senza ragioni, una religione che si pone e si impone in forza di pressioni di carattere psicologico sociale e quant’altro) dall’altra parte un razionalismo che analizza la situazione e interviene senza nessuna altra istanza se non quella della propria ragione. Qui noi roviniamo, dice il Papa, perché il fondamentalismo è un tipo di religione inconcepibile perché disumana, perché è incapace di mostrare le proprie ragioni e una realtà che non è capace di mostrare le proprie ragioni è sostanzialmente da respingere, perché è qualche cosa che contraddice le ragioni profonde dell’uomo
L’uomo vuol capire tutto, anche la fede “Rationabili obsequm fidei vostrae” l’ossequio ragionevole della ragione alla fede; dall’altra una ragione che respinga qualsiasi altra istanza come nemica impoverisce la vita sociale ed è fonte di distruzioni inenarrabili. Il Papa fa un esempio molto significativo (lo trovate nei numeri 47 e 48): anche gli aiuti ai popoli sottosviluppati, se vengono dati esclusivamente per espletare un piano di sviluppo di carattere sostanzialmente ideologico o tecnologico, invece di rappresentare lo sviluppo di questi popoli, creano un ulteriore asservimento. Avete fatto ma avete fatto male, perché non avete creato un flusso di novità, per esempio dal punto di vista dell’educazione di questa gente a cui avete dato gli aiuti, ma alla fine i vostri aiuti sono serviti a potenziare le vostre ricchezze all’origine dei vostri paesi e creato situazioni ancora più gravi perché non si aiuta senza responsabilizzare e si responsabilizza se si ha una visione vera dell’uomo e non dei problemi che devo risolvere con gli aiuti e queste sono cose che devono essere da voi certamente più comprese, con maggiore analiticità e articolazione. E da ultimo, allora qual è il pericolo che incombe in questo momento, che cosa può frenare questa novità di cui il Papa si sente portatore e che sente di proporre a tutti gli uomini impegnati nelle vicende sociali culturali politiche economiche: un nuovo e rovinoso rimando alla tecnica, come se la tecnica fosse di per sé individuabile come la soluzione di tutti i problemi. Io vi consiglio di leggere attentamente gli ultimi numeri (il cap. 6°). Lo sviluppo dei popoli e la tecnica. La tecnica è una grande possibilità ma è anche un grande pericolo se non viene usata all’interno di una visione adeguata dell’uomo, se non viene usata all’interno del rispetto della gratuità mia e dell’altro, se non viene usata per l’incremento della personalità mia, del mio popolo e della mia nazione in dialettica positiva e costruttiva con al vita degli uomini e dei popoli delle altre nazioni. La tecnica se viene usata come forma totalizzante di tutte le vicende socio politiche, diventa l’inizio di una nuova schiavitù. Leggo solo questo N° 74: “capo primario cruciale della lotta culturale e sociale, che devono vivere anche gli operatori sociali, tra l’assolutismo della tecnica; adesso l’assolutismo non ha più una colorazione ideologica di tipo partitico, cioè di tipo analitico di analisi sociale, oggi l’assolutismo è della tecnica qua talis, è la tecnica che decide se uno deve vivere o morire, è la tecnica che stabilisce i criteri di approccio della vita nel suo nascere o nel suo morire, è un tipo di assolutismo, che proprio perché sembra immune da qualsiasi riferimento ideologico alto, è molto più radicalmente pericoloso e pervasivo. Campo primario è oggi quello della bioetica. Si può parlare dello sviluppo integrale della persona umana in dimensione mondiale senza che nella cosiddetta bioetica oggi si vive il più terribile tentativo di ridurre l’uomo a oggetto manipolabile, magari sotto la speciosa giustificazione che si vuole farlo vivere meglio. Farlo nascere in modo positivo, perciò se non ci sono delle caratteristiche positive meglio che non nasca. Farlo vivere in modo comodo e farlo morire in modo dolce. La tecnologia oggi sta determinando di fatto una visione perché l’uomo è oggetto manipolabile di istanze di poteri che sono chiaramente definibili. Allora concludo veramente, in questa lettera ci sono pagine sulla immagine nuova del sindacato e altro che sicuramente considererete bene e che mi esimo dal descrivere. Nella Gaudium et Spes che è il documento più coraggioso del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, nel rapporto fra Chiesa e società a oltre 40 anni dalla sua pubblicazione emergono chiaramente anche tutti i limiti culturali, il più grave dei quali era sostanzialmente un ingenuo ottimismo nei confronti di quella che era allora la società nella sua evoluzione o nei suoi criteri evolutivi. Comunque nella Gaudium et Spe è contenuta anche una frase che è realmente decisiva per comprendere dal punto di vista teorico e per usare bene dal punto di vista pratico questa enciclica e quindi la dottrina sociale della Chiesa. I padri del concilio hanno scritto questa frase: “in una società senza Dio l’uomo facilmente diventa particella di una materia e cittadino anonimo della città umana” In una società senza Dio abbiamo assistito per quasi un secolo e mezzo alla manipolazione socio politica e ideologica, adesso stiamo assistendo alla manipolazione di carattere tecno-scientifico, l’alternativa non è cercare di ridurre le conseguenze negative di questa posizione, ma mettere dentro al mondo un altro mondo, il mondo nuovo di Dio nel mondo vecchio degli uomini. Grazie
S. E. Mons. Luigi Negri, rispondendo alle domande che gli sono state sottoposte da alcuni partecipanti al convegno ha aggiunto:
Partirei con rispondere dalla domanda sulla fraternità dal punto di vista della impostazione così raccolgo anche le altre richieste
La fraternità non è che io voglio esserti fratello, che tu sei fratello perché mi piaci, la fraternità è una struttura oggettiva dell’essere perciò è un giudizio. E’ un giudizio, io mi pongo di fronte al problema nella vita e quindi nella società percependo che al di sotto di tutte le tensioni di tutte le divisioni di tutte le lacerazioni di tutte le contrapposizioni c’è una profonda unità che è una unità del genere umano che solo nel Mistero di Cristo è diventata esperienza. Devo innanzitutto dire che la fraternità è un criterio di giudizio che consente di entrare nell’analitico, non una premessa di tipo etico o una conseguenza di tipo etico, ma è il modo per andare a fondo del problema , di vederlo nella sua oggettività e cercare di corrispondervi, ecco perché non può esservi un problema dello sviluppo che non sia rispetto della vita. Se il problema dello sviluppo è l’incremento materiale dei mezzi della produzione di un paese di un popolo di una nazione, che rapporto c’è tra questo e il fatto che deve essere rispettata la vita di un bambino mongoloide che non deve essere ammazzato da un tecnico di laboratorio, una fraternità non è una premessa o una eventuale conseguenza, la fraternità inserisce nella natura profonda della realtà e perciò consente di vedere la realtà nella sua oggettività. Poi diventa un ethos, diceva Giovanni Paolo II, poi diventa un sentimento, poi diventa una storia di maggiore vicinanza, di maggiore sintonia, diventa una preferenza diventa un insieme di condizioni per poter agire e con alcuni molto più che con altri. La fraternità non deve subire nessuna restrizione all’origine, può subire delle articolazioni necessarie, c’è una fraternità che, almeno per i cattolici (almeno fino a quando non verranno messi in estinzione) che è sostanzialmente irriducibile a qualsiasi altra fraternità e non compensabile e non contrabbandabile, si chiama famiglia. La fraternità della famiglia è assolutamente unica, eccezionale, esclusiva, per questo è sbagliato comunque che un uomo vada con altre donne che non sia sua moglie e una donna vada con altri uomini che non sia suo marito, perché nella natura profonda della fraternità famigliare sta scritto un esercizio esclusivo della propria affettività solo in quel punto ad esclusione di qualsiasi altro. La fraternità è un logos, perciò quando diventa una attuazione morale subisce tutte le sue restrizioni. Sostanzialmente o la fraternità si appoggia sul giudizio o diventa mero sentimentalismo, ma il sentimentalismo non fa conoscere veramente la realtà, il sentimentalismo utilizza la realtà per i propri interessi. Diceva un comune amico di molti qui, don Giussani, che se non c’è una amicizia che nasce dall’ideale, ci sono solo connivenze. Perché questa idea della gratuità è già dentro al Senso Religioso è già dentro alla grande filosofia della realtà, quella di cui il Papa ha parlato a Regensburg parlando del domandare Greco. La fraternità è una logica è un modo con cui concepisco me stesso e l’altro perché io e l’altro siamo innanzitutto e prima di tutto la stessa cosa, cioè apparteniamo al Mistero di Dio che si è fatto presente al mondo attraverso la natura, attraverso una umanità. Dio si rende presente al mondo attraverso la creazione. Certo si è reso presente attraverso la Redenzione perché la creazione lasciata a se stessa, cioè lasciata alla libertà mal usata dall’uomo è diventata il caos in cui noi viviamo normalmente. Che cos’è la società di oggi? La società di oggi è l’espressione più rigorosa e impietosa dell’ateismo, per togliere Dio dalla storia dell’uomo si sono creati interi sistemi economici, politici, sociali, filosofici e tecnologici. Allora noi non possiamo dire, la logica è quella di tutti e dentro questa ritagliamo lo spazio della nostra fraternità, è finito, il cristianesimo è finito. Paolo ha detto: non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, poichè voi tutti siete un essere solo in Gesù, così è andato alla radice di quella unità che era negata da queste divisioni, ma non ha detto che queste divisioni non ci sono. Noi saremo forse gli ultimi a sostenere che c’è una differenza sostanziale fra maschio e femmina no? Allora, dire che Greco o Barbaro era lo stesso era sbagliato ma Greco o Barbaro non era il criterio ultimo con cui valutare la vita sociale, il criterio con cui valutare la vita sociale era l’unità in Cristo che rendeva positivo anche il Greco e il Barbaro. Io credo che il punto sia qui, noi dobbiamo far maturare un ethos da un logos cioè da una concezione, e una concezione attecchisce dove attecchisce, può dettare un progetto di mercato diverso (ipoteticamente) ma può creare dei gesti che non c’entrano immediatamente o direttamente col mercato. Anche tecnicamente sono cose diverse che nascono da due concezioni diverse della vita. Noi dobbiamo affermare la forza del Logos, della ragione della concezione perché nella conseguenza si può essere anche incoerenti. Non è che dalla logica nasce la moralità in modo matematico, è un cammino, una storia, ma deve essere giusta l’impostazione, se non è giusta e unitaria l’impostazione le conseguenze giuste sono casuali come le conseguenze negative. L’etica è cammino è una storia, allora la fraternità è una concezione diversa della realtà, devo viverla così; io mi sento fratello di tutti non perché brucio dentro al cuore della volontà di amare tutti , ma sono costretto, lo dice bene Benedetto XVI al n° 39 della Deus Caritas, lo stesso gesto d’amore con cui Cristo mi afferra spalanca la mia vita a tutti per cui amo gli altri perché amo Cristo. Se non fossi capace di amare Cristo non amerei certamente gli altri . Alcuni anni fa ho fatto una interessante conversazione in video conferenza con il grande filosofo Levy il tema era “Perché la carità non è buonismo”, io non so cosa avesse detto lui perché io ero a Milano e lui a Parigi, ho detto semplicemente che la carità non è che siccome c’è una sola autostrada da Milano a Roma io non posso discutere l’autostrada, faccio delle aree di servizio, magari faccio delle piccole enclave in cui mi illudo che la logica dell’autostrada non sia unica. Gli ho detto, professore, S. Paolo e Gesù Cristo non hanno detto l’autostrada è quella dell’impero romano, lasciateci fare qualche piccola isola dentro a questa autostrada, hanno fatto un’autostrada diversa . La carità è un’autostrada diversa nel mondo, lo è perché è una concezione diversa dell’ uomo nel mondo, perché siamo tutti figli di Dio,tutti per natura siamo figli di Dio anche se soltanto nella Rivelazione Cristiana questo trova una sua espressione definitiva.
Mi pare di aver così risposto all’affondo sulla fraternità, per cui far funzionare bene la propria famiglia è essenziale per far funzionare bene l’azienda e viceversa. C’è un nesso profondo, non si può vivere l’azienda e in famiglia avere il caos che c’è normalmente nei 2-terzi per non dire i 3 quarti, per non dire 4 quinti delle famiglie italiane, non si può. Non si può avere nella famiglia una concezione della vita etica ed economica che non risponda a nessuna regola e poi pretendere di fissare le regole nella vita dell’azienda. Le regole non creano i valori. Se ci sono i valori le regole e le strutture le incrementano e le custodiscono, ma non aspettatevi che sia una regola perché la regola detta e detta anche in modo tale da poter essere impunemente contraddetta. Il Signore quando parla con i farisei si diverte, dice: guai a voi che avete detto la legge, la legge, la legge e poi parlavate di decime sulle erbe del niente (bisogna pagare la tassa sulla menta, sulla ruta, sul cumino) per non sostenere l’orfano e la vedova. Il vertice della legge, anche ebraicamente fra virgolette, era quello che noi possiamo chiamare carità verso il povero, verso l’orfano, verso il debole, ma siccome costava troppo, l’ebreo, che ha sempre avuto una grande capacità di calcolo, diceva: no io non pratico la legge applicandola agli uomini la applico alle erbe e allora Gesù dice, voi avete applicato la regola e le tasse su queste cose qui e avete lasciato morire di fame e di freddo gli orfani e le vedove. Ma la legge e la regola di per se è una cosa non neutrale, se nasce da valori profondi ha un valore profondo ma è estremamente vulnerabile perché è vulnerabile e manipolabile da tutti i punti di vista! Perciò noi dobbiamo creare un mondo nuovo, che poi si darà le sue regole; non, cercare di ipotizzare che possa esistere un mondo nuovo perché ci sono delle regole . Tutte le regole che ho visto tentare di applicare agli effetti etici dagli stati, lo dice benissimo il Papa sul riduzionismo psicologico e neurologico, se tutti i problemi fossero di questo carattere sarebbe un problema di tecnici . Stiamo o no, non dico voi che non siete preti, distruggendo i matrimoni dandoli in mano a degli esperti, qualsiasi problema emerga a livello della coppia viene dirottato tecnicamente al tecnico, il quale ha un solo criterio a livello analitico, che venga tolto il motivo del contendere, cioè si torni a prima . Così la società è piena di cinquantenni ridotti alla adolescenza, che credono di poter essere se stessi perché vivono da imbecilli come se avessero 15 anni avendone 50 o 60. La cosa grave è che stanno facendo la stessa cosa con il sacramento dell’ordine, gli stessi psicanalisti che distruggono le famiglie stanno distruggendo i sacerdoti, che di fronte a qualche problema che ha nella chiesa gli dicono di mollare il sacerdozio, torna alla situazione di libertà. Il pericolo della tecnica è questo, che sia la tecnica a creare delle regole che hanno valore tecnico e avendo questo valore potrebbero distruggere lo spirito
La questione della sussidiarietà e della solidarietà.
Per come mi è sembrato che si evolvesse questo tema lungo tutto al Magistero e non soltanto nella Caritas in Veritate, ma da quando Pio XI nella Quadrigesimo Anno l’ha formulata (almeno quella della sussidiarietà), mi sembra che si possa dire che la sussidiarietà costituisca una istituzionalizza- zione imponente della gratuità o meglio della valorizzazione della responsabilità etica e sociale. La responsabilità etica della persona, della famiglia dei gruppi, presenti nella società.
Insomma tutti i gruppi in cui si articola la vita sociale debbono poter esprimere fino in fondo la loro responsabilità sociale e le istituzioni più alte devono vivere aiutando e consentendo alle realtà di rango inferiore di poter vivere fino in fondo le proprie identità. Questa sussidiarietà, soprattutto in Giovanni Paolo II è stata intesa sia in senso orizzontale come in senso verticale. Attiene all’ordine delle istituzioni di una vita sociale, di una vita statuale, così come attiene al muoversi delle realtà nella società. Il tema della sussidiarietà è stato un grande tema antitotalitario e antistatalista nel senso del contrastare il fatto che lo stato, così come era concepito dalla mentalità laicista, fosse il soggetto unico della vita della società. Questo stato che gode di un diritto che non conosce confini; questa espressione che fiorisce nel Sillabo di Pio IX che vede in anticipo lo sviluppo della vita sociale europea e mondiale, di uno stato come fonte autonoma di ogni diritto, gode di un diritto che non conosce confini: quindi entra nella famiglia, entra nella realtà popolare, è lo stato, tanto è vero che tutte le realtà che si creano sono vere, oggettive se riescono ad avere il riconoscimento statale. Tutto ciò che non ha il riconoscimento statale è privato. Si potrebbe parlare per esempio della questione educativa, della questione scolastica che vive ancora nel 2009 secondo questo gap: siccome la fai tu, le famiglie ecc., non è pubblica, se la fa il Ministro della pubblica istruzione ecc, è pubblica. Direi che la sussidiarietà contiene una immagine di una socialità veramente responsabilizzata, come genesi e come struttura.
La solidarietà è più ampia, essa è una espressione della gratuità che può informare la società o non riuscire ad informarla e può vivere in modo del tutto autonomo influendo sulla vita della società per strade che possono anche non essere rilevabili. Quando il popolo cristiano faceva un asilo, una casa di riposo, ecco la solidarietà è qualche cosa di più, la gratuità è più imponente; nella sussidiarietà la gratuità tende alla sua istituzionalizzazione, nella solidarietà è più vasta, quindi bisogna tenerla insieme perché senza questo nesso la solidarietà sostituisce per se energia e forza perché il peso delle istituzioni, nel rendere possibile o no la solidarietà è molto più forte adesso che 50 anni fa Quando abbiamo fatto l’incontro di tutti i responsabili della vita parrocchiale per la giornata della Colletta Alimentare, che nella mi9a diocesi è una delle iniziative sponsorizzate dalla Diocesi insieme all’obolo di S. Pietro (la carità del Papa) io ho detto “qui c’è stato la fame e il freddo ma nessuno è morto mai di fame e di freddo, perché è scattata una solidarietà di base nella vita del paese, fra le famiglie ecc, ma chi è stato in una vera situazione popolare negli anni 40-50 in una casa di riviera, allora non c’era un bisogno che non fosse comune. Adesso che viviamo nella società del Welfare e del vattalapesca , a 50 metri dalla casa del Papa un barbone può morire di freddo (come è successo l’inverno scorso). La solidarietà ha una ampiezza e una radicalità che si misura col cuore dell’uomo e coi problemi che l’uomo ha e poi prova, se si istituzionalizza certamente la sussidiarietà ne rappresenta l’espressione matura, ma a condizione che non tagli le radici della solidarietà e d’altra parte la solidarietà il più possibile cerchi di influire anche a livello strutturale. Ma un padrone che dice metto dentro i beni di famiglia fa un gesto così solidale e gratuito che può non essere previsto e potrebbe esser giudicato dal punto di vista strettamente economico come assolutamente incongruo.
Grazie
S. E. Mons. Luigi Negri
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