INDICE ARTICOLI
Religione Civile. La Repubblica Intervista a S. E. Mons. NEGRI 22 gennaio 2009
* Lettera di S. E. Mons. L. NEGRI a BENEDETTO XVI
* Aborto: a 30 anni dalla Legge 194
* S E Mons. Negri commenta Benedetto XVI al Convegno
Ecclesiale di VERONA
* Intervista di M. Pandolfi a S. E. Mons. Luigi Negri
NICHILISMO in Emilia Romagna
Giornata Mondiale della Gioventù 2008
BENEDETTO XVI al popolo Australiano e ai giovani pellegrini
* Lettera di S. E. Mons. L. NEGRI a BENEDETTO XVI
* Aborto: a 30 anni dalla Legge 194
* S E Mons. Negri commenta Benedetto XVI al Convegno
Ecclesiale di VERONA
* Intervista di M. Pandolfi a S. E. Mons. Luigi Negri
NICHILISMO in Emilia Romagna
Giornata Mondiale della Gioventù 2008
BENEDETTO XVI al popolo Australiano e ai giovani pellegrini
* Cordoglio per la morte del Sen. Francesco COSSIGA
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Presidente Emerito della Repubblica Italiana * Intervento del Presidente al Meeting 2003 Il Presidente S.E. Mons. Luigi Negri vescovo di San Marino-Montefeltro e il Dott. Marco Ferrini Direttore della Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II per il Magistero Sociale della Chiesa, partecipano vivamente al cordoglio della Chiesa e della intera Nazione per la morte del Sen. Francesco COSSIGA Presidente emerito della Repubblica Riconoscono in lui un protagonista indiscusso della vita culturale e civile del nostro Paese la cui azione è stata realmente determinante nel senso del suo sviluppo progressivamente democratico; ma soprattutto riconoscono in lui un vero laico cattolico realmente appassionato al Mistero della Chiesa e per questo singolare testimone della fede di fronte all’uomo di questo tempo. La sua lotta per la libertà ecclesiale e sociale non sarà mai dimenticata. Sono altresì grati per questa sua amicizia durata una intera vita. San Marino, 17 agosto 2010 Incontro del Sen Francesco Cossiga al Meeting 2003 FEDE, VERITA’, TOLLERANZA Giovedì, 28 agosto 2003, ore 15.00 Relatori: Francesco Cossiga, Senatore della Repubblica Italiana; Don Luigi Negri, Docente di Storia della Filosofia e Introduzione alla Teologia presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. Moderatore: Ambrogio Pisoni Moderatore: Buon pomeriggio a tutti e benvenuti a quest’incontro che ha a tema l’ultima produzione editoriale del Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della la Congregazione per la Dottrina della Fede, che l’editore Cantagalli ha appena consegnato alle librerie, e che porta un titolo che è impegnativo e provocante: Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo: sono parole gravi, queste: fede verità, tolleranza; gravi perché pregne di significato che riconduce immediatamente al dramma della libertà, che ciascun uomo è chiamato a vivere sulla scena di questo mondo, che lo connette direttamente al destino. Temi che il Cardinale affronta con la consueta chiarezza e che oggi possiamo cominciare a gustare, grazie agli interventi dei due ospiti che il Meeting ha qui convocato per introdurci al gusto ed alla provocazione della lettura di questo testo. Li introduco brevemente ed immediatamente, per dare subito loro la parola: il Senatore Francesco Cossiga, che ha voluto accettare questo invito soprattutto credo in nome della grande amicizia che lo lega all’autore di questo libro; alla mia sinistra Don Luigi Negri, docente di Filosofia e Teologia a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ringraziandovi della vostra cortese e attenta partecipazione, do subito la parola al Presidente Cossiga. Francesco Cossiga: Debbo dire che vi trovo molto più silenziosi ed ordinati dell’anno 1976 quando giovane Ministro dell’Interno parlai al Pala Lido di Milano, in un comizio organizzato dal Movimento Popolare di allora, e nel quale non riuscii per dieci minuti a parlare, nonostante avessi un’aria più severa di quanto non ho oggi, perché essendo Ministro dell’Interno ero rigidamente vestito di blu, quando dopo un scoppio di urla, di grida, sventolii di manifesti e mani, dissi “Qualunque cosa accada nel nostro paese è certo che la vostra presenza, amici di C.L. sarà sempre importante e determinante per la vita della Chiesa e della società civile”. E vi debbo dire che lì sarebbe potuto terminare anche il comizio, però la gente era lì anche per altro, Io sono grato per questo invito che mi è stato rivolto; voi sapete bene che sono un cattolico irregolare, imprevedibile poco inquadrabile, su cui stende la mano protettrice il Cardinal Ratzinger, da cui però ogni tanto, per le cose che scrivo e che dico, mi attendo una chiamata a Piazza del Sant’Uffizio, ma per ora questo non è ancora accaduto. Speriamo che non avvenga dopo le cose che dirò: le cose che dirò, le ho scritte per due motivi: innanzitutto perché è pericolosissimo mettermi di fronte ad un microfono, immaginate due; e secondo perché ho cercato di essere preciso: qui vedo vescovi, vedo sacerdoti, vedo professori, vedo cardinali, e quindi la cosa è imbarazzante, però insomma, alla fine manderò il manoscritto a Joseph Ratzinger, che dirà l’ultima parola. L’onore di essere stato chiamato a parlare del libro Fede, verità e tolleranza del Cardinale Joseph Ratzinger, è travolto dalla responsabilità grande che sento di trattenermi con voi su una eccezionalmente importante ed attuale raccolta di scritti vecchi e nuovi, alcuni nuovissimi, del grande teologo su temi insieme classici ed attualissimi, della teologia cristiana, che intersecano tra l’altro e sono intersecati da problemi antichi e nuovi di filosofia e storia della religione, di antropologia culturale e perfino di politica di tragica modernità. Perché sono stato chiamato a partecipare a questo incontro? Certamente per l’amicizia che voi mi avete manifestato, e per due motivi forti ed uno debole. Il motivo debole: una certa qual fama, dovuta anche alla bontà di Ratzinger, che mi ha detto più volte “lettore dilettante di teologia” a cui a dire il vero ha contribuito colpevolmente lo stesso Ratzinger. Per due motivi forti: la sua personale amicizia, e quella recente, ma già fortissima che ho maturato con l’amico Cantagalli, di cui ho ammirato il coraggio come editore nel pubblicare questo libro ed anche altri libri. Il libro di cui parliamo è un libro difficile, molto difficile, ma chiaro, fedele alla tradizione vera ed estremamente moderno come sempre è stato Joseph Ratzinger, anche ai tempi in cui il Sant’Uffizio, tanto dubitava di lui, da non permettere al Cardinale Arcivescovo di Monaco di nominarlo perito al Concilio Vaticano II. E’ un libro da leggere non in poltrona , ma a tavolino: c’è una grande differenza. Una volta ad un maestro, più che di diritto, maestro di vita, Giuseppe Capograssi dissi che tenevo sul comodino i pensieri di Pascal, è lui mi disse: “Non è che per caso legge Pascal a letto?”. Io ahimè leggevo Pascal a letto, e quando lui lo apprese mi insultò dicendo che non si poteva leggere a letto un libro scritto con le lacrime e con il sangue. Quindi il mio consiglio mio a voi è che lo leggiate al tavolino con la matita e con un blocchetto per appunti; è un libro di estrema drammatica attualità che io reputo provvidenziale più che necessario, specie di fronte a certi modernismi dovuti a un eccesso di semplicismo, forse anche a un eccesso di carità non nutrita di sufficiente dottrina, non misurata dalla virtù cardinale della prudenza, che ha dato luogo a percorsi teorici o pratici confusi e che, alla fine, possono condurre (ad esempio in materia di ecumenismo, di dialogo tra le religioni, di rapporto tra filosofia e fede, tra fede e religione, tra religione e conoscenza umana, tra il monoculturalismo e l’interculturalismo), a idee confuse come è accaduto anche a grandi teologi in tempi recenti. Questi problemi sono sorti anche perché alcune malintese assemblee di preghiera, su alcune non avvertite reazioni a documenti quali la Fides et Ratio, la Dominus et Jesus, il documento sui doveri morali dei cattolici in politica, e l’ultimo sull’Eucaristia, si sono sviluppati dei dibattiti e sono state fatte osservazioni che vengono, purtroppo, da lontano. Io, da ragazzo, ero quello che si può dire un cattolico progressista, feci parte di quella dirigenza della FUCI che, il due novembre del 1952 fu chiamata a Castel Gandolfo da Papa Pio XII, e che si prese una rimenata sul tema della obbedienza tenendola tutti noi schierati per mezz’ora al freddo, inginocchiati; così erano i tempi. Il libro di Ratzinger è illuminante anche su un problema che la lettura superficiale e, forse, non lungimirante e non linguisticamente attenta ai documenti conciliari (e qui entriamo in un terreno minato) che avevano e hanno un carattere pastorale, quindi molto impregnato di carità, che era reazione ad un periodo di chiusura piuttosto dura. Io ricordo come, dopo essermi consultato con un prudente confessore, partecipai nella chiesa episcopale dei SS. Pietro e Paolo in via Nazionale al rito funebre per la moglie di un mio amico diplomatico americano, ma fui avvertito che non mi sarei potuto inginocchiare, non avrei potuto fare il segno della croce, non avrei potuto partecipare assolutamente, se non col pensiero, alle preghiere che fossero dette, ivi compreso il Padre nostro: era l’anno 1956. Per cui alcuni documenti di carattere soprattutto pastorale del Concilio Vaticano II hanno un forte carattere reattivo, rispetto a questa chiusura di difesa che aveva caratterizzato la Chiesa cattolica, così come alcune confessioni e richieste di perdono da parte dell’attuale pontefice sono la reazione al silenzio e alla esaltazione di alcuni non commendevoli atteggiamenti dei cattolici, quale l’invio, in omaggio al papa, della testa del duca di Coligny staccata dal corpo nella notte si San Bartolomeo. Se alcuni cardinali hanno avuto, come mi consta, da obiettare a questa volontà del Papa di chiedere perdono per quello che è stato fatto in passato, anche indipendentemente dalla collocazione storica di quegli eventi, certamente io posso capire che il Papa, che forse non è andato a cercare dove la testa del duca di Coligny fosse custodita in Vaticano, deve avere trovato la cosa probabilmente non molto caritatevole e ha ritenuto, come vicario di Cristo, di correre il rischio per la propria salute spirituale se non avesse chiesto perdono addirittura agli odiati ugonotti, come ha fatto in Francia. E quindi alcuni documenti in materia di ecumenismo, tolleranza, salvezza universale ha fatto nascere - quasi in contraddizione con lo spirito, con la vocazione apostolica missionaria della Chiesa, basata sulla esclusività della rivelazione della figura redentrice di Cristo, per suo divino comando - qualche dubbio. Non si parla molto di missione, perché essendo stata la missione, nel linguaggio comune tra qualche cattolico, uno strumento di dominio politico, o almeno culturale, nei confronti degli altri, oggi sinceramente si prega più con i buddisti che non pensare alla salvezza dei buddisti. Cattolico – ripeto – progressista nella mia gioventù e conciliarista arrabbiato, mi sono poi chiesto se, salvo il valore provvidenziale del Concilio Vaticano II, la cultura filosofica e teologica non tanto del laicato presente, quanto del clero fosse pronta ad accogliere con equilibrio, in un senso o nell’altro, i messaggi del Concilio stesso. Messaggi che, dovendo ritenere che il Concilio è l’assise più alta della Chiesa, quando confermato dal Papa, dobbiamo ritenere ispirato dal Papa quanto le parole del Santo Padre che, come è stato chiarito, forse con forme un po’ giuridicamente rigide nella Ad tuendam Fidem, hanno un valore anche quando non abbiano il sigillo della infallibilità. E hanno portato a fughe in avanti anche generose: si pensi alla teologia della liberazione, partita dalla Spagna e approdata poi in America del sud; a tutta teorizzazione sulla struttura del peccato che tanto mutuava logicamente dal marxismo che faceva dipendere in fondo le colpe dei singoli dalla colpa delle strutture e alleviava non poco i singoli cattolici perché, se era colpa delle strutture, forse il peccato individuale aveva poca importanza. Tanto che poche sono le Chiese in cui oggi – forse oggi ancora di più – si sente parlare di morte e di dannazione, di peccato e di grazia, e molto di più di globalizzazione. L’altro giorno stavo per andarmene da una Messa, perché stavo per interrompere il celebrante e dirgli: “Guardi, di globalizzazione ne capisco molto più di lei, molto meno capisco di grazia, se parla di grazia va bene, se parla di globalizzazione si metta da parte che, se permette, ai fedeli di globalizzazione parlo io”. Il libro di Ratzinger è una summa di sana e moderna dottrina per potere affrontare questi problemi che la Chiesa già oggi, ma credo ancora di più domani, dovrà affrontare: la Chiesa che siamo tutti noi. Vi dirò con molta sincerità – io sono un cattolico irregolare, ripeto – che ho l’impressione che la Chiesa sia in un momento di sospensione, dove alcuni problemi sono stati accantonati, anche perché dobbiamo dire che l’interruzione del Concilio Vaticano I, dovuta all’occupazione di Roma, ha determinato una frattura nel delineare la vera ecclesiologia. Teniamo presente che i testi di teologia dogmatica e anche di teologia ecclesiale e di diritto canonico, io ho avuto la pessima abitudine di leggere (disattendendo Alcide De Gasperi che ci raccomandava: “Per carità, non occupatevi di teologia”) consideravano i Concili una pura ipotesi di studio, e non dimentichiamoci che i vescovi in buona fede considereranno di sostenere la successione diretta dei vescovi e l’esistenza del collegio episcopale. Tutto questo ha fatto sì che si è creata, al di là della volontà dei singoli pontefici, un’idea del pontificato meno come servizio e più come monarchia, per cui vi è quasi un timore a non affrontare problemi se prima non ne abbia parlato il Papa, o se non si è certi che poi il Papa ne parlerà. Nella mia leggera e largamente incolpevole immodestia -incolpevole perché leggera, insomma, se fosse invece convinta sarebbe colpevole -, mi sono permesso di consigliare a Joseph Ratzinger di riprendere in mano questo libro, che è un insieme di articoli scritti anche in diverse occasioni e in diverse epoche, e di ricomporlo. Cioè di scriverlo continuativamente per evitare, non contraddizioni che non vi sono, ma ripetizioni e anche trattare lo stesso argomento in parti separate, sotto punti di vista diversi, e può dare la sensazione che talvolta egli si contraddica. Mi ha detto che, purtroppo, egli è Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha molto da fare – non dubito – gli occorrerebbero un paio di mesi . Io spero che questo lo faccia, perché credo che di questo libro – lo dicevamo poc’anzi, non si potrà non tenere conto nella elaborazione, nello studio della teologia dei prossimi anni e nell’esame di molti problemi che dovremo affrontare. Non è mia intenzione – non ne avrei il tempo ma, soprattutto, la capacità – riassumere il contenuto del libro, per la sua vastità ricchezza e profondità. Vi leggerò l’indice – non solo questo – e mi soffermerò sulle cose che di esso, ricchissimo di temi, più mi hanno colpito. Leggo l’indice per comprendere come investa tutti i problemi non solo teologici ma filosofici, antropologici e anche politici del nostro tempo: “Unità e molteplicità della religione e la collocazione della fede cristiana nella storia delle religioni”; “Fede, religione e cultura”; “Le nuove problematiche avviatesi negli anni ’90 sulla situazione della fede e della teologia oggi”; “La fede tra la ragione e il sentimento”; “Il cristianesimo è la religione vera?”; “Fede, verità e cultura: riflessione e collegamento con l’enciclica Fides et Ratio”. E poi “Verità, tolleranza e libertà” e “Libertà e verità”. Forse ci manca un capitolo: “Implicazioni culturali, religiose e politiche della rinascita dell’islam”. Forse qui si entrava in un terreno pericoloso soprattutto per i nostri fratelli cristiani cattolici e non, che abitano nei paesi arabi, che non desiderano che i cattolici latini parlino comunque dell’islam perché loro debbono vivere sotto governi islamici. Anzitutto, di fronte all’innamoramento di forti personalità – pensate a padre Dupois (?), professore fino a non molto tempo fa professore dell’Università Gregoriana, che aveva soggiornato lungamente in India e che, dai teologi, soprattutto gesuiti indiani, veniva considerato addirittura poco benevolo nei confronti della conciliabilità tra la mistica induista e la religione cristiana, nei confronti dello spiritualismo orientale, e in particolare di quell’altissima versione che ne è stata data dal presidente della repubblica indiana, i suoi libri che sono fondamentali. Credo che la cosa importante sia una affermazione ben precisa che deve essere messa, con tutta la carità possibile, a freno o al limite a confine di queste simpatie anche piuttosto comprensibili. E che, cioè, Cristo è l’unica salvezza reale e definitiva dell’uomo. Certo, questo non significa negare che nelle altre religioni si possa scorgere quello che viene chiamato “regime di provvisorietà”; qui c’è una grande e molto tecnica discussione tra tre atteggiamenti, quello dell’esclusivismo, proprio di un grande teologo calvinista, Karl Barth, che salvò il protestantesimo dal liberalismo teologico – sant’uomo senza dubbio – che era fermissimo in una affermazione assoluta e senza limitazione del principio “fuori della Chiesa non vi è salvezza”; il principio dell’inclusivismo che costituisce l’essenza di un teologo caro certamente a Joseph Ratzinger ma che non ha identità di posizioni, Karl Raner, per cui il cristianesimo in fondo includerebbe molte delle religioni, anche dei miti religiosi degli altri tempi; e poi purtroppo il cosiddetto pluralismo di marca anglicana, il quale ritiene che vi sia una pluralità di interpretazioni – non di apparizioni – di presenze nel messaggio della salvezza e nello stesso messaggio di Cristo. Ratzinger ricorda che il primo patto tra Dio e l’uomo non è il patto con Mosè, è il patto con Noè, e il patto con Noè di Dio è il patto con tutti gli uomini, e che il patto con Noè non portò alla costituzione di un popolo eletto, a differenza del patto con Mosè. Quindi, vi possono essere delle altre religioni (sono una cosa diversa dalla religione e dalla fede); vi possono essere ricordi, frammenti dell’antico patto, così come frammenti dell’antico patto possono incontrarsi con i frutti della speculazione razionale dell’uomo. Non dimentichiamoci che in fondo la scintilla che fece divampare poi il fuoco in Sant’Agostino fu la lettura del De Ortensio di Cicerone che lo mise di fronte al problema della verità e al problema di Dio. Questo atteggiamento di Ratzinger, che ricorda come il primo patto tra Dio e l’uomo è stato non il patto con Mosè ma il patto con Noè, in fondo trova la sua conferma in quello che è stato il superamento del concetto limitativo della missione del popolo eletto nella rivelazione, nel mandato di nostro Signore Gesù Cristo a tutte le genti, che non è stato inventato, ma è stato attuato, ed è stato spiegato in modo mirabile da san Paolo. Io sono di quelli che ritengono che se gli ebrei erano il popolo eletto forse qualcosa di quelle lezioni gli è rimasta e che, forse nella parusia finale sarà contraddistinta proprio dal fatto che il popolo eletto accetterà la chiamata di Cristo. Naturalmente queste cose è meglio non dirle quando si va nei paesi arabi, cioè dove sarebbe prudente. E forse è meglio non dirle anche ad alcuni vescovi delle chiese orientali . Lasciando a Dio le vie straordinarie di grazie e, quindi, solo alla Chiesa tutto ciò che salva la Chiesa ed è salvezza – anche se la Chiesa può disporre della salvezza certamente fuori dai suoi confini, per cui noi non sappiamo quali siano i confini spirituali della Chiesa. L’altra cosa che molto mi ha colpito, che è un tema molto caro a don Giussani e molto caro a tutta la vostra letteratura, chiamiamola così, è il fatto che due sono le modalità del cammino della fede: una è il misticismo; e l’altra è quella che Ratzinger chiama la “rivoluzione del monoteismo”, che egli naturalmente coglie nella religione ebraica e in parte in alcuni atteggiamenti di Zaratustra, ma, pensando alla vicinanza tra le regioni abitate dagli ebrei e l’Iran, c’è da pensare che qualcosa a Zaratustra fosse giunto. Per il misticismo il cammino di salvezza parte dall’uomo verso di Dio, attraverso l’uomo che si ripiega su se stesso. In realtà ogni misticismo, se non regolato da una regola oggettiva di fede e di rivelazione, diventa la negazione del due, dell’io e dell’altro, che è alla base del nostro rapporto con Dio, per giungere alla negazione di questo dualismo e all’unità così come vede il buddismo, l’induismo e così via. La salvezza non è l’uomo che, attraverso la ricerca di un cammino personale e interiore, si avvicina a Dio, ma la salvezza è Dio che si apre all’uomo. E non voglio entrare in discorsi molto pericolosi, come la gratuità della grazia: io sono di quelli che ritengono che, dopo l’ultima dichiarazione sul luteranesimo e cristianesimo per cui è tutto un pasticcio e non ci siamo capiti, se la cosa viene confermata io raccoglierò le firme perché venga tolta la condanna a Giansenio e ai giansenisti. Non riesco a capire perché i luterani debbano essere più cattolici dei giansenisti che, tra l’altro, erano tutti santi uomini. Quindi è molto interessante questo: fare capire all’uomo come la salvezza all’uomo è gratuitamente data da Dio e che l’uomo non deve rincorrere Dio, è Dio che rincorre l’uomo, come ha fatto Gesù Cristo, e che la salvezza consiste non nella ricerca di un cammino spirituale interiore. Tanto è vero che vi sono santi mistici e mistici che non sono santi. Tanto è vero che non credo che Nostro Signore faccia nessuna differenza tra San Giovanni della Croce – che era anche un grande poeta, forse la storia della letteratura sì – e l’oscuro carpentiere, o l’oscura madre di famiglia che non fa altro che recitare vocalmente e neanche mentalmente le preghiere che le ha insegnato la mamma. La fede nasce non da un ragionamento né da una intuizione mistica, ma da un evento. L’evento è Dio che si rivela a Noè e fa l’accordo con lui, Dio che si rivela a Mosè e gli consegna le tavole della legge e poi, il sommo della rivelazione, che è Nostro Signore Gesù Cristo attraverso l’incarnazione. Cioè la religione cristiana non è né una religione di approfondimenti interiori – non vorrei essere frainteso – né filosofia, è l’accettazione di un evento. E l’evento può essere accettato da tutti, dal filosofo e dall’uomo semplice. L’altra cosa che mi ha colpito è questa: la corporeità eterna di Nostro Signore Gesù Cristo. Corporeità pensata da Dio dall’eternità e corporeità che si è poi realizzata, e che è diventata eterna. Non vi era un motivo, perché la redenzione è già avvenuta con Nostro Signore Gesù Cristo in croce. Quando io sento i discorsi – una cosa tremenda, antieducativa – dei preti nelle messe matrimoniali, in cui agli sposi si dice: “Ormai avete raggiunto la felicità, d’ora innanzi tutto sarà bello e grande” mentre quello che è stato per molti anni il mio confessore, un austero rosminiano irlandese, convinto che il 50% dei matrimoni celebrati fosse nullo, lui era promotore di giustizia e difensore del vincolo di uno dei quattro tribunali ecclesiastici dell’Irlanda, diceva: “il matrimonio è di solito una cosa mediocre, perché siccome è lo stato normale degli uomini e gli uomini sono normalmente mediocri, non si vede perché il matrimonio non debba essere uno stato mediocre”. A parte questa, che è una battuta ma non tanto, non si vede perché Nostro Signore – questa è una cosa che vi voglio spiegare – non ha realizzato la redenzione dell’umanità alle nozze di Cana, per cui tutti contenti “balliamo”, “beviamo”, no. Nostro Signore ha realizzato la redenzione morendo ingiustamente in croce. Non vi sarebbe stata la necessità – salvo che una anticipazione della glorificazione dell’uomo – dell’ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo. Non era scesa col corpo da tanto tempo, poteva aspettare il corpo ancora un po'. L’ascensione del corpo vuol dire che la carnalità fa parte della redenzione attraverso Nostro Signore Gesù Cristo. Cristo ha un corpo per l’eternità: che abbia un corpo per l’eternità significa che tutto ciò che è corporale, cioè naturale, appartiene a Cristo. Quindi come dalla corporeità di Cristo sia in fondo santificata la ricerca filosofica, il corpo spirituale. E come, poiché il corpo di Cristo è vissuto in un’epoca storica, in una zona storica, in una cultura, il valore anche della cultura, delle varie culture è il valore della storia che è un fatto corporeo; il senso del tempo è proprio della tradizione ellenica, della tradizione romana e poi del cristianesimo. Il tempo così come noi lo concepiamo non ce l’hanno né gli arabi né ce l’hanno gli indiani. E forse questo è anche un motivo di una diversità di progresso nel campo delle tecniche. È la grande intuizione del cardinale Newman che diede tanta importanza al tempo come fattore rivelatore della verità che parlò – allora stava per finire davanti al Sant’ Uffizio, ma poi non ci finì – dello sviluppo del dogma, non nel senso che il dogma non fosse quello una volta per tutte, nonostante alcuni teologi che vogliono elevare a dogma il loro pensiero, ma che il dogma si disvelava attraverso il tempo. Quindi anche l’importanza delle culture. E qui vi è un altro problema: multiculturalismo o pluralismo delle culture. Certo non si può identificare il cristianesimo con una cultura, però siccome Dio non gioca a dadi, se Nostro Signore Gesù Cristo è nato, il popolo ebraico è stato portato dall’Egitto nella terra promessa, e non diciamo come l’ha occupata, perché altrimenti gli appelli del Papa alla pace perderebbero un po’ di valore, se dicessimo come si sono impadroniti della terra promessa. Ma se poi san Pietro è venuto a Roma, non è che Dio, che Nostro Signore Gesù Cristo abbia giocato a dadi: quindi mi sembra che, salvo le culture e salvo che essendo tutte le culture parte del corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, forse c’è un motivo per cui il messaggio della Redenzione si è potuto incorporare meglio in quella cultura tipica giudeo-cristiana con gli apporti romani ed ellenici, che fanno sì che alcune espressioni anche dogmatiche non abbiano senso se non con la terminologia aristotelico platonica. Per esempio il senso di persona quale è stato sviluppato dalla filosofia recente personalista è in contrasto col dogma sancito che in Gesù Cristo vi erano due volontà: essendo dalla filosofia moderna considerata la persona il soggetto cui viene imputata la volontà, e se diciamo che Dio è volontà dovrebbe voler dire che ha due persone, non è così, è che le terminologie filosofiche di oggi sono diverse. Per esempio nel decreto sulla “presenza reale” del Vaticano II°, il termine “transunstaziazione”, è messo tra parentesi, perché viene usato dal Concilio di Trento. E la sede più opportuna del Papato sarebbe stata Gerusalemme, o forse Betlemme, e se è a Roma, ci sarà pur un motivo, nell’ambito della provvidenza: è per questo che io sono convinto che come non vi è cultura che non tiene conto di valori religiosi, e dove non vi sono valori religiosi, non vi è cultura, sono convinto che non vi è la cultura europea senza cristianesimo. Ed in questo sono d’accordo con un grande filosofo e poeta protestante, Novalis, di cui non riesco a capire perché non fosse cattolico, se non per motivi di tempo e di spazio e di Stato, che riteneva che non ci potesse essere concetto di Europa distinto dal cristianesimo; e sono d’accordo con il Gran Maestro della loggia massonica di Francia, il Presidente defunto della Repubblica francese Mitterand, quando Jean Guitton gli chiese chi fosse l’inventore dell’Europa, e lui gli disse Carlo Magno; e gli chiese quando riteneva fosse stata fondata l’Europa e lui gli rispose “la notte di Natale del 800, quando il Papa ha incoronato Carlo Magno nuovo Imperatore del Sacro Romano Impero”: a questa posizione, che magari è troppo esclusivista, troppo reazionaria, mi terrò anche con attinenza al voto, checché ne pensi il partito popolare europeo. Vi sarebbero altre cose da dire, ma non le dico, perché il dibattito sarebbe troppo lungo, solo vi debbo dire una cosa: che io ho avuto la fortuna di leggere questo libro nel silenzio di una stanza di un ospedale, ma non a letto, mi sono letto le bozze, anzi mi sono accorto quanto è diverso leggere un libro in bozze, e leggerlo come libro: sembra di leggere un altro libro. Durante la lettura di questo libro, io ho letto parecchie cose di Ratzinger, soprattutto ho letto Ratzinger tanti anni fa, quando era in odore di eterortodossia, e sentivo che vi era qualche cosa, un’atmosfera che circolava, un qualche cosa che c’era (notoriamente lui non è un tomista, lui è un agostiniano), e mi sono caduti gli occhi su un documento, dove mi sembra che circolasse la stessa atmosfera, e che mi sembrava emanare lo stesso profumo: “Anno di grazia 1654, lunedì 23 novembre, giorno di San Clemente Papa e martire; vigilia di San Crisogromo martire e di altri; dalle 10,30 circa di sera sino circa alle 0,30, fuoco, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti, certezza, sentimento, gioia pace, Dio di Gesù Cristo, Deum meum et Deum vestrum, il tuo sarà il mio Dio, oblio del mondo e di tutto fuorché di Dio, lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo; grandezza dell’anima umana, Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, che io non debba essere separato da Lui in eterno, fra pianti di gioia mi sono separato da lui derelinquerunt me fontes aquae vivae. Mio Dio, mi abbandonerai? questa è la vita eterna: che riconoscano te solo Dio e colui che hai inviato Gesù Cristo. “Mi sono separato dal lui, l’ho fuggito, ho rinnegato, l’ho crocifisso: che non debba mai esserne separato: lo si conserva soltanto per le vie insegnate dal Vangelo, in gioia per l’eternità, per un giorno di esercizio sulla terra” (Blaise Pascal) Moderatore:Ringraziamo il Presidente Cossiga per questo intervento così profondo e appassionato e criticamente provocante, do ora la parola a don Negri. Luigi Negri: Il quale don Negri si limita a fare qualche breve contrappunto, che ritiene significativo di questo volume che ha, come ha già detto il Presidente Cossiga, un’enorme importanza, sul piano teologico, sul piano culturale, e sul piano socio-politico, perciò voglio come reagire cercando di individuare il filo conduttore, e le tematiche fondamentali, in modo evidentemente molto sintetico. La chiave di lettura di tutto il volume, che è poi il nodo infuocato del cammino del cristiano Ratzinger, ancor prima che del teologo Ratzinger, è la missione: il cristianesimo è entrato nel mondo con la coscienza di un mandato universale. I credenti in Gesù Cristo sapevano di essere tenuti sin dal primo istante a trasmettere la loro fede a tutti gli uomini; essi vedevano nella fede un bene che non apparteneva solo a loro, ma a cui tutti potevano aspirare. Sarebbe stata un’appropriazione indebita non portare fino agli estremi confini della terra ciò che avevano ricevuto: questa identità cristiana, che è un’identità di missione, cioè una comunicazione inesorabile di Cristo al cuore di ogni uomo, per cui l’espressione che per me è più sintetica, usata più di una volta da Giovanni Paolo II: la missione della chiesa, questo continuo riaprirsi del dialogo fra Cristo ed il cuore dell’uomo. Ratzinger ci insegna le vie faticose lungo le quali questa identità è maturata, rimaturata nella chiesa, prima e dopo il Concilio Vaticano II, come è maturata non senza contraddizioni e dialettiche, nell’ambito della riflessione filosofica e religiosa. La prima grossa difficoltà a questa ripresa è l’equivoco sul termine verità: la parola “verità” ha un peso enorme in questo volume, e la parola verità ha due facce: la faccia negativa, la faccia per cui la verità è oggetto di conoscenza definitiva e di manipolazione da parte del soggetto umano moderno: il razionalismo, che parla anche di un’altra verità, verità che non si può conoscere, verità che è oltre la capacità di conoscenza, ma appunto è stabilita o definita a partire dalla ragione razionalista. Ratzinger ci spiega da par suo il peso che la cultura anche teologica odierna ha ancora nei confronti di Kant: è Kant che ha divaricato la conoscenza scientifica e ciò che non è conoscenza scientifica, quindi ciò che è mito, una realtà di cui non si può parlare, che si può al massimo sentire. Ebbene, la teologia cattolica ha subito questo influsso, ha parlato della verità della fede spesso secondo il termine della presupposizione kantiana: certamente -dice Ratzinger- l’esegesi ha parlato della parola di Dio e del Mistero cristiano secondo i presupposti neo-kantiani: dicevano di scoprire la verità del fatto cristiano, nella sua obiettività, cioè come si dà, come documento, ma non usavano solo la storia, usavano una storia pregiudicata in senso kantiano, che perciò rifiutava l’idea di incarnazione, la possibilità stessa dell’Incarnazione, rifiutava la possibilità del miracolo, evidentemente rifiutava a monte la possibilità stessa della incarnazione; ecco allora che questa esegesi protestante, e in qualche modo anche cattolica, riduce l’avvenimento di Cristo, questo avvenimento fontale, come ha già ricordato il Senatore Cossiga, a messaggio: a messaggio morale, a messaggio escatologico. La parola “verità” intesa nel pregiudizio razionalistico e illuministico, è stata dentro la Chiesa e fuori della Chiesa, una grande fatica, una grande obiezione alla riscoperta dell’identità. Occorre l’altra faccia della parola verità, e Ratzinger scrive parole straordinarie su questa densità antropologica del termine verità, la verità è “l’ansia per l’uomo”, dice Guardini -citato opportunamente-, è la ricerca del senso ultimo della vita, è il tentativo di aprire la grande inesauribile questione del senso ultimo della propria esistenza, seguendo agostinianamente quell’inquietudine creativa, che si esprime sulle grandi domande sulla verità, sulla bellezza, sul bene, sulla giustizia, come ci ha insegnato Don Giussani in questi anni. La parola verità: è questa la strada dell’uomo verso Dio, e le religioni sono anche ambiti di anticipazione della fede, se sono tenuti sul piano della verità, cioè della ricerca del senso della vita. Sono chiusura invece al Mistero trascendente di Dio se sono tenute sul piano dell’ideologia, sul piano cioè della conoscenza razionalistica delle cose. Non dimentichiamo che i cristiani che hanno iniziato la presenza cristiana nel mondo sono stati accusati di essere irreligiosi, cioè di non accettare la forma religiosa prescritta in termini ideologici. E’ la strada della verità, del senso ultimo della vita, è questa che predispone all’incontro, è guardando l’avvenimento di Cristo che è unico, trascendente, irriducibile a qualsiasi ricerca: il cristianesimo non è la religione degli uomini che cercano Dio, è la religione di Dio che ha cercato l’uomo: c’è quindi una rottura e una continuità: questo è il paradosso della fede. Ratzinger ripropone una tematica evidentemente tradizionale, ma che nel momento ecclesiale e culturale di oggi ha una enorme portata rivoluzionaria: la fede, cioè la presenza di Gesù Cristo, è la comunicazione definitiva di Dio a noi è un fatto che non è nella linea della ricerca. Il Papa dice nella Fides et Ratio “occorre che la ragione accetti di naufragare di fronte allo scoglio duro della fede”, ma quando naufraga di fronte allo scoglio duro della fede la domanda religiosa, la domanda di verità, di senso, di bellezza e di giustizia, trova improvvisamente, gratuitamente questa straordinaria corrispondenza. Cristo è la verità dell’uomo perché corrisponde definitivamente alla domanda di senso che l’uomo porta nel suo cuore e le cui espressioni sono presenti nelle più grandi formulazioni filosofiche e religiose. E’ la parola verità dunque nella densità antropologica che la caratterizza la via verso la fede: Dio non è tenuto a donare la fede, ma chi si prepara all’incontro con lui, approfondendo come voleva Kierchegaard il senso della propria esistenza, allora è prossimo, è prossimo alla fede. Allora la parola “identità” è la parola chiave, perché è la presenza del mistero definitivo di Dio in Gesù Cristo che si dona a coloro che credono, a coloro che intendono credere, a coloro che gettano la loro libertà integralmente, secondo l’immagine di Maria, dentro l’evento. E’ esattamente questo, ed è l’ultima osservazione, questo è il fondamento, per affrontare tutte le questioni interne alla Chiesa, in qualche modo relative al porsi dei cristiani nella vita culturale e sociale e politica; non si tratta di un confronto fra ideologie, si tratta della vita, di questo soggetto nuovo: il popolo di Dio che vive di Cristo e con Cristo, di questo soggetto nuovo, cosciente della sua identità, cosciente del fatto che egli porta la pienezza di tutto quello che gli uomini desiderano, consapevolmente o inconsapevolmente, quindi è come un dilatarsi a cerchi concentrici di una pienezza che non è esclusiva, ma che si pone proprio in rapporto, intende vivere proprio questo rapporto di comunicazione con tutti gli uomini, perché ha la certezza di saper dare il valore autentico ad ogni autentica attesa, ad ogni formulazione storica, non senza evidenziare i limiti, che, in ogni desiderio, o in ogni formulazione storica sono presenti. Così l’ideale della convivenza non è la tolleranza: la tolleranza è un estrinseco stare accanto l’uno all’altro nella presunzione della inesistenza della verità. Così si favorisce il potere delle verità occulte che sempre ci sono. Il tema della tolleranza si connota invece in questa straordinaria capacità di comunione, in cui a tutti è annunziato il mistero di Cristo come Redentore dell’uomo e il centro del cosmo e della storia. Ma non si pretende da parte della Chiesa né di nessun cristiano di fissare i tempi ed i modi con cui ciascun uomo accoglie questo avvenimento e risponde a questo avvenimento, in questo senso (anche questa è posizione tradizionale), il perimetro della Chiesa passa ben oltre il perimetro stretto dell’aggregazione canonica, liturgica e sacramentale. Ecco, è una tematica fondamentale: è la tematica della missione cristiana, noi condividiamo con il Cardinale Ratzinger moltissimo di questa impostazione, soprattutto condividiamo con il Cardinale Ratzinger questa inesausta volontà di comunicare Cristo ad ogni uomo, nella certezza che solo in Lui c’è l’autentica e definitiva liberazione dell’uomo dal male: chi ama Cristo, ama l’uomo, chi vive la missione cristiana incontra con gioia e con responsabilità ogni uomo. Io credo che questo testo, imprescindibile per gli addetti ai lavori, teologici e filosofici, è un grande strumento che aiuta l’uomo comune, il cristiano comune a vivere il suo sacerdozio profetico e regale, come ha detto il Concilio Vaticano II. Il sacerdozio profetico e regale del popolo cristiano, si chiama missione. Il Cardinale Ratzinger con questo testo aiuta la nostra missione quotidiana, il nostro mangiare e bere, il nostro vegliare e dormire, il nostro vivere e morire, il nostro fare qualsiasi altra cosa non più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi. grazie Moderatore: Se compito di un incontro come questo che ha come tema la presentazione di un libro, è quello di accendere una curiosità, di destare un interesse, aprire una ragione, quindi una funzione aperitiva, credo di interpretare il sentimento, il giudizio di tutti voi, nel ritenere che l’incontro di oggi ha assolto in modo mirabile questa funzione, per questo ringraziamo cordialmente il senatore Cossiga e don Luigi Negri che ci hanno accompagnato in maniera così intelligente ed appassionata all’incontro con questo testo, che ora a ciascuno è consegnato, nella misura della nostra libertà, perché sia gustato, criticamente conosciuto e diventi compagnia al nostro cammino quotidiano dell’esperienza della fede. Grazie a tutti voi e buona serata. |
“Quella orrenda soggezione al mondo”
Fra i cattolici si è diffuso un complesso di inferiorità verso laicismo e islamismo
Parla mons. Luigi Negri “premiato” martedì da Napolitano
Il vescovo di San Marino Montefeltro, mons. Luigi Negri e la discussa manifestazione islamica davanti al Duomo di Milano
Claudio Monti
RIMINI - “L’onorificenza conferitami dal presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, non credo sia un premio alla mia persona”.
Mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino Montefeltro, a pochi giorni dalla cerimonia in programma all’Ambasciata d’Italia a San Marino, spiega con quale animo si prepara a ricevere il titolo di “Grand’Ufficiale dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana” e traccia una sorta di bilancio della sua presenza sul Titano, ma anche del suo “attivismo” sulla scena italiana.
Il “premio” che riceverà martedì prossimo dalle mani dell’ambasciatore accreditato presso la Repubblica
sammarinese, Fabrizio Santurro, ha un valore alto: riguarda l’impegno profuso dal vescovo sul tema della libertà di educazione e molto interessante è anche la sottolineatura della modalità con la quale mons. Negri svolge la sua
missione, cioè senza interferire nella vita dello stato ma difendendo con forza il magistero della chiesa.
“Interpreto questo significativo riconoscimento non come un premio a ciò che sono ma a quello che ho cercato di
testimoniare lungo tutta la mia esistenza e che forse è emerso con maggiore chiarezza a livello pubblico in quasi quattro anni dalla mia elezione alla sede vescovile.
La motivazione fa riferimento al lavoro che ho svolto per oltre 30 anni nell’ambito della ecclesialità e della società italiana perché la libertà di educazione e di insegnamento fosse attuata secondo la dottrina sociale della chiesa e secondo le indicazioni fondamentali della Costituzione italiana”.
Perché attribuisce tanta importanza al tema dell’educazione?
“Ero e rimango convinto della verità di un’osservazione che su questo punto ci faceva mons. Luigi Giussani negli anni ’50 quando, rivolgendosi alle istituzioni di allora, diceva: “Mandateci in giro nudi ma dateci la libertà di educazione”. La libertà di educazione è condizione fondamentale affinché le differenze esistenti nella società prendano coscienza della loro identità e possano dialogare in una posizione di mutuo rispetto e di possibile collaborazione.
La libertà di educazione è quindi il cuore della democrazia, che nella sua essenza è espressione sociopolitica
della capacità di dialogo”.
La soddisfa anche la sottolineatura sulla sua missione svolta nella chiarezza pur senza ingerenze?
“Come vescovo mi rincuora quel punto della motivazione in cui si sottolinea che anche nelle questioni
più spinose io sono intervenuto senza voler interferire nella legittima autonomia dello stato, ma allo stesso
tempo senza mettere in seondo piano il patrimonio del magistero della chiesa.
Stando a San Marino ho riscoperto il valore della patria, che è un valore fondamentale per la vita delle persone”.
In che senso?
“Perché prima che un fatto istituzionale, è qualcosa di antropologico, culturale e sociale.
La patria è l’insieme dei valori fondamentali su cui poggia la vita degli uomini, sia come singoli che come gruppi, quello che Giovanni Paolo II chiamava nazione. Quando un uomo riscopre la sua patria, ritrova una ricchezza fondamentale e percepisce anche che lo stato deve essere al servizio della patria, non sostituirsi ad essa. In
questo sta il senso del mio avere più volte in questi anni incalzato lo stato italiano e quello sammarinese ad
essere al servizio del popolo e non a sovrapporsi alle autentiche esigenze della società”.
E all’interno della nazione che ruolo deve svolgere la chiesa?
“I miei interventi di carattere etico e sociopolitico nell’ambito della realtà di San Marino, soprattutto in alcuni momenti fondamentali come l’ingresso dei Capitani Reggenti, la festa nazionale e il Corpus Domini, hanno sempre teso a dimostrare che una forte presenza ecclesiale, di una chiesa cioè cosciente della sua identità, appassionata alla sua cultura e desiderosa di comunicare la sua esperienza di novità di vita a tutti gli uomini, sia un fattore fondamentale per l’incremento della vita sociale. Una società non cresce se si appiattisce in una sorta di individualismo di massa, che viene poi facilmente omologato da coloro che detengono il potere, ma se si connota
come realtà viva, articolata, differenziata, che si confronta, e qualche volta si scontra, e che proprio per questo ha bisogno che le istituzioni mettano le condizioni storiche, statuali, di una reale libertà di espressione e di educazione. Questa funzione pedagogica che san Tommaso aveva della “res pubblica” sta alla base di un autentico perseguimento del bene comune”.
Pensa di essere stato compreso da tutti nel mettere in pratica questi principi?
“Posso dire di aver tentato di far questo. Ci saranno stati anche momenti di incomprensione e di frizione, ma la mia preoccupazione è stata ed è solo quella che ho sinteticamente descritto, non certo quella di interferire nella legittima autonomia dello stato di San Marino, ma di rendere i cristiani presenti in questa società un fattore vivo e dinamico, propulsivo, capaci di offrire un contributo alla vita della società”.
Qual è la priorità del suo magistero episcopale?
“Quanto più mi inoltro nel servizio pastorale, non soltanto al servizio della chiesa sammarinese ma anche di quella feretrana, tanto più riscopro l’assoluta pertinenza dell’indicazione che Giovanni Paolo II ha tracciato per la chiesa sin dai primi giorni del suo pontificato: è necessaria una nuova evangelizzazione della quale non dobbiamo avere
paura. La priorità è questa: riscoprire e vivere in profondità la nostra identità cristiana, testimoniarla al mondo in modo che da questa identità scaturisca una corrente di vita positiva, bella, riuscita, come dice spesso Benedetto XVI, e questa vita nuova si confronti con la realtà in tutti i suoi aspetti e soprattutto si incontri con coloro che sono i naturali interlocutori della nostra presenza, senza nessun complesso di inferiorità”.
I cattolici oggi vivono un complesso di inferiorità?
“E’ un rischio molto reale. La cosa che ci può distruggere di fronte al mondo e di fronte alle altre identità è questo rovinoso complesso di inferiorità che è frutto della mancanza di identità e che poi diventa una orrenda soggezione al mondo, laicistico e islamico, così come si documenta in tanti ambienti della vita nazionale, nelle città e nei piccoli paesi, per finire sulle piazze di Bologna e di Milano”.
Si riferisce alle manifestazioni islamiche dei giorni scorsi...
“Anche ma non solo a quelle. Noi vescovi dobbiamo avere innanzitutto una preoccupazione, quella di custodire il nostro gregge, custodire la tradizione del popolo perché è il popolo cristiano che deve dialogare con gli altri, non il vescovo. E i laici dialogheranno con tanta più forza quanto più avranno ricevuto nella chiesa una educazione vera sulla quale non si possono e non si devono fare sconti”.
La danno continuamente in partenza per altre sedi, ultimamente Bergamo e Modena: dobbiamo attenderci un suo trasferimento in tempi brevi?
“Hanno cominciato a darmi in partenza due mesi dopo che ero arrivato nella diocesi di San Marino Montefeltro.
Non ho nessun motivo per dire che le voci siano fondate, ha volte ho l’impressione che dietro queste voci ci sia un interesse alla mia persona. Ma non riesco a definire con chiarezza la natura di tale interesse. Chi vivrà vedrà. Faccio ogni giorno quello che debbo fare, con tanta pace.”
Il vescovo di San Marino Montefeltro, mons. Luigi Negri e la discussa manifestazione islamica davanti al Duomo di Milano
Claudio Monti
RIMINI - “L’onorificenza conferitami dal presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, non credo sia un premio alla mia persona”.
Mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino Montefeltro, a pochi giorni dalla cerimonia in programma all’Ambasciata d’Italia a San Marino, spiega con quale animo si prepara a ricevere il titolo di “Grand’Ufficiale dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana” e traccia una sorta di bilancio della sua presenza sul Titano, ma anche del suo “attivismo” sulla scena italiana.
Il “premio” che riceverà martedì prossimo dalle mani dell’ambasciatore accreditato presso la Repubblica
sammarinese, Fabrizio Santurro, ha un valore alto: riguarda l’impegno profuso dal vescovo sul tema della libertà di educazione e molto interessante è anche la sottolineatura della modalità con la quale mons. Negri svolge la sua
missione, cioè senza interferire nella vita dello stato ma difendendo con forza il magistero della chiesa.
“Interpreto questo significativo riconoscimento non come un premio a ciò che sono ma a quello che ho cercato di
testimoniare lungo tutta la mia esistenza e che forse è emerso con maggiore chiarezza a livello pubblico in quasi quattro anni dalla mia elezione alla sede vescovile.
La motivazione fa riferimento al lavoro che ho svolto per oltre 30 anni nell’ambito della ecclesialità e della società italiana perché la libertà di educazione e di insegnamento fosse attuata secondo la dottrina sociale della chiesa e secondo le indicazioni fondamentali della Costituzione italiana”.
Perché attribuisce tanta importanza al tema dell’educazione?
“Ero e rimango convinto della verità di un’osservazione che su questo punto ci faceva mons. Luigi Giussani negli anni ’50 quando, rivolgendosi alle istituzioni di allora, diceva: “Mandateci in giro nudi ma dateci la libertà di educazione”. La libertà di educazione è condizione fondamentale affinché le differenze esistenti nella società prendano coscienza della loro identità e possano dialogare in una posizione di mutuo rispetto e di possibile collaborazione.
La libertà di educazione è quindi il cuore della democrazia, che nella sua essenza è espressione sociopolitica
della capacità di dialogo”.
La soddisfa anche la sottolineatura sulla sua missione svolta nella chiarezza pur senza ingerenze?
“Come vescovo mi rincuora quel punto della motivazione in cui si sottolinea che anche nelle questioni
più spinose io sono intervenuto senza voler interferire nella legittima autonomia dello stato, ma allo stesso
tempo senza mettere in seondo piano il patrimonio del magistero della chiesa.
Stando a San Marino ho riscoperto il valore della patria, che è un valore fondamentale per la vita delle persone”.
In che senso?
“Perché prima che un fatto istituzionale, è qualcosa di antropologico, culturale e sociale.
La patria è l’insieme dei valori fondamentali su cui poggia la vita degli uomini, sia come singoli che come gruppi, quello che Giovanni Paolo II chiamava nazione. Quando un uomo riscopre la sua patria, ritrova una ricchezza fondamentale e percepisce anche che lo stato deve essere al servizio della patria, non sostituirsi ad essa. In
questo sta il senso del mio avere più volte in questi anni incalzato lo stato italiano e quello sammarinese ad
essere al servizio del popolo e non a sovrapporsi alle autentiche esigenze della società”.
E all’interno della nazione che ruolo deve svolgere la chiesa?
“I miei interventi di carattere etico e sociopolitico nell’ambito della realtà di San Marino, soprattutto in alcuni momenti fondamentali come l’ingresso dei Capitani Reggenti, la festa nazionale e il Corpus Domini, hanno sempre teso a dimostrare che una forte presenza ecclesiale, di una chiesa cioè cosciente della sua identità, appassionata alla sua cultura e desiderosa di comunicare la sua esperienza di novità di vita a tutti gli uomini, sia un fattore fondamentale per l’incremento della vita sociale. Una società non cresce se si appiattisce in una sorta di individualismo di massa, che viene poi facilmente omologato da coloro che detengono il potere, ma se si connota
come realtà viva, articolata, differenziata, che si confronta, e qualche volta si scontra, e che proprio per questo ha bisogno che le istituzioni mettano le condizioni storiche, statuali, di una reale libertà di espressione e di educazione. Questa funzione pedagogica che san Tommaso aveva della “res pubblica” sta alla base di un autentico perseguimento del bene comune”.
Pensa di essere stato compreso da tutti nel mettere in pratica questi principi?
“Posso dire di aver tentato di far questo. Ci saranno stati anche momenti di incomprensione e di frizione, ma la mia preoccupazione è stata ed è solo quella che ho sinteticamente descritto, non certo quella di interferire nella legittima autonomia dello stato di San Marino, ma di rendere i cristiani presenti in questa società un fattore vivo e dinamico, propulsivo, capaci di offrire un contributo alla vita della società”.
Qual è la priorità del suo magistero episcopale?
“Quanto più mi inoltro nel servizio pastorale, non soltanto al servizio della chiesa sammarinese ma anche di quella feretrana, tanto più riscopro l’assoluta pertinenza dell’indicazione che Giovanni Paolo II ha tracciato per la chiesa sin dai primi giorni del suo pontificato: è necessaria una nuova evangelizzazione della quale non dobbiamo avere
paura. La priorità è questa: riscoprire e vivere in profondità la nostra identità cristiana, testimoniarla al mondo in modo che da questa identità scaturisca una corrente di vita positiva, bella, riuscita, come dice spesso Benedetto XVI, e questa vita nuova si confronti con la realtà in tutti i suoi aspetti e soprattutto si incontri con coloro che sono i naturali interlocutori della nostra presenza, senza nessun complesso di inferiorità”.
I cattolici oggi vivono un complesso di inferiorità?
“E’ un rischio molto reale. La cosa che ci può distruggere di fronte al mondo e di fronte alle altre identità è questo rovinoso complesso di inferiorità che è frutto della mancanza di identità e che poi diventa una orrenda soggezione al mondo, laicistico e islamico, così come si documenta in tanti ambienti della vita nazionale, nelle città e nei piccoli paesi, per finire sulle piazze di Bologna e di Milano”.
Si riferisce alle manifestazioni islamiche dei giorni scorsi...
“Anche ma non solo a quelle. Noi vescovi dobbiamo avere innanzitutto una preoccupazione, quella di custodire il nostro gregge, custodire la tradizione del popolo perché è il popolo cristiano che deve dialogare con gli altri, non il vescovo. E i laici dialogheranno con tanta più forza quanto più avranno ricevuto nella chiesa una educazione vera sulla quale non si possono e non si devono fare sconti”.
La danno continuamente in partenza per altre sedi, ultimamente Bergamo e Modena: dobbiamo attenderci un suo trasferimento in tempi brevi?
“Hanno cominciato a darmi in partenza due mesi dopo che ero arrivato nella diocesi di San Marino Montefeltro.
Non ho nessun motivo per dire che le voci siano fondate, ha volte ho l’impressione che dietro queste voci ci sia un interesse alla mia persona. Ma non riesco a definire con chiarezza la natura di tale interesse. Chi vivrà vedrà. Faccio ogni giorno quello che debbo fare, con tanta pace.”
LETTERA di S. E. Mons. NEGRI A BENEDETTO XVI°
UNA CHIESA PARTICOLARE DICE IL SUO “GRAZIE” AL PAPA
Beatissimo Padre,
consenta alla Chiesa particolare di San Marino-Montefeltro e al suo Pastore di esprimerLe un ringraziamento vivissimo per i suoi interventi recenti sul problema della vita e della sua accoglienza, del suo rispetto, della sua promozione. La ringraziamo innanzitutto perché ci ha insegnato, con profondità e pertinenza, che l’aspetto più negativo di certe leggi è nel costume di carattere etico, antropologico e sociale che esse determinano. Le conseguenze antropologiche in Italia delle leggi sul divorzio e sull’aborto sono sotto gli occhi di tutti; come Pastori e come popolo cristiano incontriamo ogni giorno generazioni imbarbarite. Generazioni in cui la pratica dissennata della sessualità, assunta quasi come una droga, come Vostra Santità ha richiamato giorni fa, mina qualsiasi possibilità, anche psicologica di pensare ad una famiglia fondata sulla chiarezza ideale, sulla capacità di dedizione reciproca, sulla volontà di generazione e di educazione dei figli. Tanto, si dice, anche se ci si sposa la famiglia può essere sciolta rapidamente e, ormai è triste dirlo, quasi meccanicamente. Le conseguenze della legge sull’aborto, come Vostra Santità ha indicato con coraggio e con chiarezza, non hanno risolto il problema drammatico dell’aborto che vive nel cuore della società e quindi nel dramma personale di tante donne. Ma anche qui è stata creata soltanto una mentalità reattiva, permissiva, consumistica per cui la vita umana è degradata sostanzialmente a un oggetto di manipolazione. E’ con questo che la Chiesa si misura, con questo degrado che impoverisce tragicamente la vita della società; le Vostre parole Santità ci hanno ridato forza e coraggio per la quotidiana evangelizzazione del nostro popolo. Hanno riaperto nel cuore, forse, di tanti uomini, soprattutto giovani e certo più numerosi di quanto noi non pensiamo, la possibilità di un riaccesso al mistero della propria vita e quindi al mistero della vita di Dio che si è reso carne in Gesù Cristo. Continui ad aiutarci con la grandezza del magistero e con l’amabilità nella sua testimonianza, in questa quotidiana fatica a vincere quello che il Suo grande predecessore Giovanni Paolo II ha definito la ‘cultura della morte’. Sulla nostra società si può stendere, ogni giorno di più, l’ala di questa cultura della morte, che è lo spegnimento di ogni positività e di ogni grandezza, della vita personale e della vita sociale, mentre soltanto se la Chiesa sa riproporre la presenza unica del Signore Gesù Cristo, apre davanti agli uomini la strada della vera umanizzazione, che si matura e si compie nell’esperienza della fede, della speranza e della carità. In questo ringraziamento che facciamo pubblicamente con tanta umiltà, ma anche con tanta forza, vorremmo anche ringraziarLa perché ci siamo sentiti, come Chiesa, confermati in alcune importanti scelte degli ultimi anni. Nel Montefeltro è nato qualche anno fa un giovane e vivacissimo Movimento per la Vita dedicato a Santa Giovanna Beretta Molla e inaugurato, ufficialmente, alla presenza della religiosa, sorella della santa. A San Marino è nata un’associazione “Fede e Vita”; due realtà che in connessione anche con altri centri culturali degni di menzione come il Centro Walter Tobagi nel Montefeltro e il Centro Culturale S.Andrea a Serravalle di San Marino, portano avanti un’azione di sensibilizzazione sulla grandi questioni della vita, della persona e della società e stanno rinnovando la coscienza cristiana del nostro popolo. Dall’indimenticabile e, per noi, indimenticato discorso che Vostra Santità ha fatto al Convegno di Verona nasce ogni giorno la determinazione a riaprire, in ogni momento, il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo. Santità Lei ci precede e ci guida in questo lavoro e noi ci affidiamo fiduciosi alla sua guida. La raccomandiamo alla protezione della Madonna perché le dia ogni giorno chiarezza, energia e capacità di portare quotidianamente il peso della guida della Chiesa Universale.
Ci benedica, Santità
Pennabilli, 13 Maggio 2008
+Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro
Beatissimo Padre,
consenta alla Chiesa particolare di San Marino-Montefeltro e al suo Pastore di esprimerLe un ringraziamento vivissimo per i suoi interventi recenti sul problema della vita e della sua accoglienza, del suo rispetto, della sua promozione. La ringraziamo innanzitutto perché ci ha insegnato, con profondità e pertinenza, che l’aspetto più negativo di certe leggi è nel costume di carattere etico, antropologico e sociale che esse determinano. Le conseguenze antropologiche in Italia delle leggi sul divorzio e sull’aborto sono sotto gli occhi di tutti; come Pastori e come popolo cristiano incontriamo ogni giorno generazioni imbarbarite. Generazioni in cui la pratica dissennata della sessualità, assunta quasi come una droga, come Vostra Santità ha richiamato giorni fa, mina qualsiasi possibilità, anche psicologica di pensare ad una famiglia fondata sulla chiarezza ideale, sulla capacità di dedizione reciproca, sulla volontà di generazione e di educazione dei figli. Tanto, si dice, anche se ci si sposa la famiglia può essere sciolta rapidamente e, ormai è triste dirlo, quasi meccanicamente. Le conseguenze della legge sull’aborto, come Vostra Santità ha indicato con coraggio e con chiarezza, non hanno risolto il problema drammatico dell’aborto che vive nel cuore della società e quindi nel dramma personale di tante donne. Ma anche qui è stata creata soltanto una mentalità reattiva, permissiva, consumistica per cui la vita umana è degradata sostanzialmente a un oggetto di manipolazione. E’ con questo che la Chiesa si misura, con questo degrado che impoverisce tragicamente la vita della società; le Vostre parole Santità ci hanno ridato forza e coraggio per la quotidiana evangelizzazione del nostro popolo. Hanno riaperto nel cuore, forse, di tanti uomini, soprattutto giovani e certo più numerosi di quanto noi non pensiamo, la possibilità di un riaccesso al mistero della propria vita e quindi al mistero della vita di Dio che si è reso carne in Gesù Cristo. Continui ad aiutarci con la grandezza del magistero e con l’amabilità nella sua testimonianza, in questa quotidiana fatica a vincere quello che il Suo grande predecessore Giovanni Paolo II ha definito la ‘cultura della morte’. Sulla nostra società si può stendere, ogni giorno di più, l’ala di questa cultura della morte, che è lo spegnimento di ogni positività e di ogni grandezza, della vita personale e della vita sociale, mentre soltanto se la Chiesa sa riproporre la presenza unica del Signore Gesù Cristo, apre davanti agli uomini la strada della vera umanizzazione, che si matura e si compie nell’esperienza della fede, della speranza e della carità. In questo ringraziamento che facciamo pubblicamente con tanta umiltà, ma anche con tanta forza, vorremmo anche ringraziarLa perché ci siamo sentiti, come Chiesa, confermati in alcune importanti scelte degli ultimi anni. Nel Montefeltro è nato qualche anno fa un giovane e vivacissimo Movimento per la Vita dedicato a Santa Giovanna Beretta Molla e inaugurato, ufficialmente, alla presenza della religiosa, sorella della santa. A San Marino è nata un’associazione “Fede e Vita”; due realtà che in connessione anche con altri centri culturali degni di menzione come il Centro Walter Tobagi nel Montefeltro e il Centro Culturale S.Andrea a Serravalle di San Marino, portano avanti un’azione di sensibilizzazione sulla grandi questioni della vita, della persona e della società e stanno rinnovando la coscienza cristiana del nostro popolo. Dall’indimenticabile e, per noi, indimenticato discorso che Vostra Santità ha fatto al Convegno di Verona nasce ogni giorno la determinazione a riaprire, in ogni momento, il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo. Santità Lei ci precede e ci guida in questo lavoro e noi ci affidiamo fiduciosi alla sua guida. La raccomandiamo alla protezione della Madonna perché le dia ogni giorno chiarezza, energia e capacità di portare quotidianamente il peso della guida della Chiesa Universale.
Ci benedica, Santità
Pennabilli, 13 Maggio 2008
+Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro
26 ottobre 2006 Zenit (Zenit.org)
S E Mons. Negri commenta Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale di VERONA
- Con l’intento di suscitare una riflessione sui compiti della Chiesa Italiana nei prossimi anni, monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, ha scritto un commento al discorso pronunciato dal Pontefice Benedetto XVI al IV° Convegno Ecclesiale, che si è svolto a Verona dal 16 al 20 ottobre.
Il Vescovo ha spiegato che “sostanzialmente il Santo Padre ha detto chi è e qual è la sua identità profonda, qual è il movimento tipico di questa identità e quali sono le responsabilità storiche di questa missione che la Chiesa deve vivere in Italia e non solo per la propria verità e il proprio bene, ma per il bene e la verità della società italiana”.
Secondo monsignor Negri, la parte più intensa e commovente del discorso di Benedetto XVI è stata l’ultima, in cui il Papa ha tratteggiato le responsabilità inderogabili della missione della Chiesa nei confronti della società italiana.
“L’identità più profonda della Chiesa è di essere stata coinvolta in quel salto di qualità di vita che il Papa ha definito la Resurrezione di Cristo”, ha spiegato il presule.
“Siamo i testimoni del Risorto perché partecipiamo alla Resurrezione di Cristo e quindi è questa identità nuova che ci lega definitivamente al Signore e che fa del popolo cristiano il luogo della prosecuzione della Resurrezione”, ha continuato alludendo al tema centrale del Convegno Ecclesiale.
“Quindi non esiste possibilità di tergiversazione, la natura profonda della Chiesa è di essere testimone vivente della Resurrezione di Cristo e di vivere la Resurrezione di Cristo come il quotidiano normale: questo è stato uno dei punti più intensi”, ha commentato monsignor Negri.
Il Vescovo ha quindi fatto riferimento alla lunga tradizione cristiana del nostro Paese menzionata dal Papa riguardo alla “grande tradizione dei Santi, e particolarmente dei Santi della carità”, ed ha parlato di una “tradizione di incarnazione”, cioè di “vita concreta e quotidiana degli uomini, vissuta da uomini che la giudicavano per la fede che avevano ricevuto e di cui erano testimoni”.
Commentando un passaggio del discorso del Santo Padre, monsignor Negri ha sottolineato che “l’identità della Chiesa italiana è l’identità di un popolo che vive la missione come responsabilità di essere vero con se stesso fino in fondo, di esser vero con gli uomini”.
Per tale ragione, le dimensioni di questa missione sono “una inevitabile dimensione di cultura e quindi una capacità di giudizio originale sulla realtà e una capacità di accoglienza incondizionata di tutti gli uomini e dei loro bisogni, nella certezza e per la certezza della Resurrezione”.
Il Vescovo di San Marino-Montefeltro ha quindi precisato che “a questa missione il Papa ha indicato delle inderogabili responsabilità, di carattere culturale, sociale e politico” per questo “una ripresa vigorosa della dottrina sociale deve, illuminare la mentalità del popolo cristiano e sostenere le sue responsabilità di carattere caritativo e operativo”.
Secondo il presule, in merito ai rapporti con la Politica il Papa ha ribadito che “la Chiesa non ha una responsabilità direttamente politica, ma ha una responsabilità attraverso i laici che formati adeguatamente dal punto di vista del diritto della fede vivono la loro testimonianza fino alle problematiche di carattere culturale, sociale e politico contribuendo, con questo tipo di azione, al bene della Chiesa e della società”.
Monsignor Negri ha quindi illustrato i termini inderogabili di questa responsabilità, e cioè: “Il rispetto della vita, il rispetto e l’incremento dell’amore che si realizza in un matrimonio uno, unico, indissolubile, superando la tentazione di forme deviate di amore”.
E ancora: “La difesa della libertà di cultura, della libertà di educazione, il richiamo alla responsabilità, alla libertà della scuola cattolica, al contributo che ha dato alla storia del nostro paese, alla situazione di inspiegabile discriminazione in cui viene tenuta, dopo tanti anni ancora, dalla incertezza sociale e politica italiana”.
“La missione della Chiesa – ha ribadito monsignor Negri – è quella di annunziare Cristo Risorto, speranza del mondo e il Papa, ha concluso, speranza dell’Italia e attraverso l’Italia, speranza di tutto il mondo”.
[Il discorso integrale di monsignor Luigi Negri può essere letto sul sito web della Diocesi di San Marino–Montefeltro: http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it]
- Con l’intento di suscitare una riflessione sui compiti della Chiesa Italiana nei prossimi anni, monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, ha scritto un commento al discorso pronunciato dal Pontefice Benedetto XVI al IV° Convegno Ecclesiale, che si è svolto a Verona dal 16 al 20 ottobre.
Il Vescovo ha spiegato che “sostanzialmente il Santo Padre ha detto chi è e qual è la sua identità profonda, qual è il movimento tipico di questa identità e quali sono le responsabilità storiche di questa missione che la Chiesa deve vivere in Italia e non solo per la propria verità e il proprio bene, ma per il bene e la verità della società italiana”.
Secondo monsignor Negri, la parte più intensa e commovente del discorso di Benedetto XVI è stata l’ultima, in cui il Papa ha tratteggiato le responsabilità inderogabili della missione della Chiesa nei confronti della società italiana.
“L’identità più profonda della Chiesa è di essere stata coinvolta in quel salto di qualità di vita che il Papa ha definito la Resurrezione di Cristo”, ha spiegato il presule.
“Siamo i testimoni del Risorto perché partecipiamo alla Resurrezione di Cristo e quindi è questa identità nuova che ci lega definitivamente al Signore e che fa del popolo cristiano il luogo della prosecuzione della Resurrezione”, ha continuato alludendo al tema centrale del Convegno Ecclesiale.
“Quindi non esiste possibilità di tergiversazione, la natura profonda della Chiesa è di essere testimone vivente della Resurrezione di Cristo e di vivere la Resurrezione di Cristo come il quotidiano normale: questo è stato uno dei punti più intensi”, ha commentato monsignor Negri.
Il Vescovo ha quindi fatto riferimento alla lunga tradizione cristiana del nostro Paese menzionata dal Papa riguardo alla “grande tradizione dei Santi, e particolarmente dei Santi della carità”, ed ha parlato di una “tradizione di incarnazione”, cioè di “vita concreta e quotidiana degli uomini, vissuta da uomini che la giudicavano per la fede che avevano ricevuto e di cui erano testimoni”.
Commentando un passaggio del discorso del Santo Padre, monsignor Negri ha sottolineato che “l’identità della Chiesa italiana è l’identità di un popolo che vive la missione come responsabilità di essere vero con se stesso fino in fondo, di esser vero con gli uomini”.
Per tale ragione, le dimensioni di questa missione sono “una inevitabile dimensione di cultura e quindi una capacità di giudizio originale sulla realtà e una capacità di accoglienza incondizionata di tutti gli uomini e dei loro bisogni, nella certezza e per la certezza della Resurrezione”.
Il Vescovo di San Marino-Montefeltro ha quindi precisato che “a questa missione il Papa ha indicato delle inderogabili responsabilità, di carattere culturale, sociale e politico” per questo “una ripresa vigorosa della dottrina sociale deve, illuminare la mentalità del popolo cristiano e sostenere le sue responsabilità di carattere caritativo e operativo”.
Secondo il presule, in merito ai rapporti con la Politica il Papa ha ribadito che “la Chiesa non ha una responsabilità direttamente politica, ma ha una responsabilità attraverso i laici che formati adeguatamente dal punto di vista del diritto della fede vivono la loro testimonianza fino alle problematiche di carattere culturale, sociale e politico contribuendo, con questo tipo di azione, al bene della Chiesa e della società”.
Monsignor Negri ha quindi illustrato i termini inderogabili di questa responsabilità, e cioè: “Il rispetto della vita, il rispetto e l’incremento dell’amore che si realizza in un matrimonio uno, unico, indissolubile, superando la tentazione di forme deviate di amore”.
E ancora: “La difesa della libertà di cultura, della libertà di educazione, il richiamo alla responsabilità, alla libertà della scuola cattolica, al contributo che ha dato alla storia del nostro paese, alla situazione di inspiegabile discriminazione in cui viene tenuta, dopo tanti anni ancora, dalla incertezza sociale e politica italiana”.
“La missione della Chiesa – ha ribadito monsignor Negri – è quella di annunziare Cristo Risorto, speranza del mondo e il Papa, ha concluso, speranza dell’Italia e attraverso l’Italia, speranza di tutto il mondo”.
[Il discorso integrale di monsignor Luigi Negri può essere letto sul sito web della Diocesi di San Marino–Montefeltro: http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it]
GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2008
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AL POPOLO AUSTRALIANO ED AI GIOVANI PELLEGRINI
"Avrete forza nello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (Atti, 1, 8)
La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore Gesù Cristo siano con tutti voi! Fra pochi giorni comincerò la mia visita apostolica nel vostro Paese per celebrare a Sydney la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. Attendo con ansia le giornate che trascorrerò con voi e, in particolare, le opportunità di pregare e riflettere con i giovani di tutto il mondo.
Innanzitutto, desidero esprimere apprezzamento a tutti coloro che hanno offerto molto del loro tempo, delle loro risorse e delle loro preghiere a sostegno di questa celebrazione. Il Governo australiano e il Governo dello Stato del Nuovo Galles del Sud, gli organizzatori di tutti gli eventi e i membri della comunità imprenditoriale che hanno fornito la sponsorizzazione, tutti voi avete volentieri sostenuto questo evento e a nome dei giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù vi ringrazio sinceramente.
Molti giovani hanno fatto grandi sacrifici per giungere in Australia e prego affinché vengano ricompensati abbondantemente. Le parrocchie, le scuole e le famiglie ospiti sono state molto generose nell'accogliere questi giovani visitatori e anche loro meritano il nostro ringraziamento e il nostro apprezzamento.
"Avrete forza nello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (Atti 1, 8). Questo è il tema della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. Quanto il nostro mondo ha bisogno di una rinnovata effusione dello Spirito Santo! Molti non hanno ancora udito la Buona Novella di Gesù Cristo, mentre moltissimi, per varie ragioni, non hanno riconosciuto in essa la verità salvifica che sola può soddisfare gli aneliti più profondi del loro cuore. Il salmista prega: "Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra" (Salmo 104, 30). Sono convinto del fatto che i giovani sono chiamati a essere strumenti di quel rinnovamento, comunicando ai coetanei la gioia che hanno provato mediante la conoscenza e la sequela di Cristo e condividendo con gli altri l'amore che lo Spirito riversa nei loro cuori, affinché anche loro possano essere colmi di speranza e di rendimento di grazie per tutte le buone cose che hanno ricevuto da Dio, nostro Padre Celeste.
Molti giovani oggi non hanno speranza. Sono perplessi di fronte alle questioni che si presentano loro con sempre maggiore urgenza in un mondo che confonde, e spesso non sanno a chi rivolgersi per ottenere delle risposte. Vedono povertà e ingiustizia e desiderano trovare soluzioni. Sono sfidati dagli argomenti di quanti negano l'esistenza di Dio e così chiedono come rispondere. Osservano i gravi danni causati all'ambiente dall'avidità umana e lottano per trovare modi per convivere in armonia con la natura e con il prossimo.
Dove possono trovare risposte? Lo Spirito ci indica la via che conduce alla vita, all'amore e alla verità. Lo Spirito ci orienta a Gesù Cristo. A sant'Agostino si attribuisce quanto segue: "Se vuoi restare giovane, cerca Cristo". In Lui troviamo le risposte che cerchiamo, troviamo gli obiettivi per i quali vale veramente la pena vivere, troviamo la forza di percorrere il cammino che porterà a un mondo migliore. I nostri cuori sono inquieti finché non trovano pace nel Signore, come afferma sant'Agostino all'inizio delle Confessioni, la famosa narrazione della sua giovinezza. Prego affinché il cuore dei giovani che si riuniranno a Sydney per la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù trovi veramente pace nel Signore e che essi siano colmi di gioia e fervore per diffondere la Buona Novella fra i loro amici, familiari e tutti quelli che incontreranno.
Cari amici australiani, sebbene potrò trascorrere solo alcuni giorni nel vostro Paese e non potrò recarmi fuori da Sydney, il mio cuore raggiunge voi tutti, inclusi i malati e coloro che affrontano difficoltà di ogni genere. A nome di tutti i giovani, vi ringrazio ancora una volta per il sostegno della mia missione e vi chiedo di continuare a pregare per loro in particolare. Non mi resta che rinnovare il mio invito ai giovani di tutto il mondo a unirsi a me in Australia, la grande "terra meridionale dello Spirito Santo". Attendo con ansia di incontrarvi là! Che Dio vi benedica tutti.
Vaticano, 4 luglio 2008
BENEDICTUS PP. XVI
AL POPOLO AUSTRALIANO ED AI GIOVANI PELLEGRINI
"Avrete forza nello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (Atti, 1, 8)
La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore Gesù Cristo siano con tutti voi! Fra pochi giorni comincerò la mia visita apostolica nel vostro Paese per celebrare a Sydney la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. Attendo con ansia le giornate che trascorrerò con voi e, in particolare, le opportunità di pregare e riflettere con i giovani di tutto il mondo.
Innanzitutto, desidero esprimere apprezzamento a tutti coloro che hanno offerto molto del loro tempo, delle loro risorse e delle loro preghiere a sostegno di questa celebrazione. Il Governo australiano e il Governo dello Stato del Nuovo Galles del Sud, gli organizzatori di tutti gli eventi e i membri della comunità imprenditoriale che hanno fornito la sponsorizzazione, tutti voi avete volentieri sostenuto questo evento e a nome dei giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù vi ringrazio sinceramente.
Molti giovani hanno fatto grandi sacrifici per giungere in Australia e prego affinché vengano ricompensati abbondantemente. Le parrocchie, le scuole e le famiglie ospiti sono state molto generose nell'accogliere questi giovani visitatori e anche loro meritano il nostro ringraziamento e il nostro apprezzamento.
"Avrete forza nello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (Atti 1, 8). Questo è il tema della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. Quanto il nostro mondo ha bisogno di una rinnovata effusione dello Spirito Santo! Molti non hanno ancora udito la Buona Novella di Gesù Cristo, mentre moltissimi, per varie ragioni, non hanno riconosciuto in essa la verità salvifica che sola può soddisfare gli aneliti più profondi del loro cuore. Il salmista prega: "Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra" (Salmo 104, 30). Sono convinto del fatto che i giovani sono chiamati a essere strumenti di quel rinnovamento, comunicando ai coetanei la gioia che hanno provato mediante la conoscenza e la sequela di Cristo e condividendo con gli altri l'amore che lo Spirito riversa nei loro cuori, affinché anche loro possano essere colmi di speranza e di rendimento di grazie per tutte le buone cose che hanno ricevuto da Dio, nostro Padre Celeste.
Molti giovani oggi non hanno speranza. Sono perplessi di fronte alle questioni che si presentano loro con sempre maggiore urgenza in un mondo che confonde, e spesso non sanno a chi rivolgersi per ottenere delle risposte. Vedono povertà e ingiustizia e desiderano trovare soluzioni. Sono sfidati dagli argomenti di quanti negano l'esistenza di Dio e così chiedono come rispondere. Osservano i gravi danni causati all'ambiente dall'avidità umana e lottano per trovare modi per convivere in armonia con la natura e con il prossimo.
Dove possono trovare risposte? Lo Spirito ci indica la via che conduce alla vita, all'amore e alla verità. Lo Spirito ci orienta a Gesù Cristo. A sant'Agostino si attribuisce quanto segue: "Se vuoi restare giovane, cerca Cristo". In Lui troviamo le risposte che cerchiamo, troviamo gli obiettivi per i quali vale veramente la pena vivere, troviamo la forza di percorrere il cammino che porterà a un mondo migliore. I nostri cuori sono inquieti finché non trovano pace nel Signore, come afferma sant'Agostino all'inizio delle Confessioni, la famosa narrazione della sua giovinezza. Prego affinché il cuore dei giovani che si riuniranno a Sydney per la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù trovi veramente pace nel Signore e che essi siano colmi di gioia e fervore per diffondere la Buona Novella fra i loro amici, familiari e tutti quelli che incontreranno.
Cari amici australiani, sebbene potrò trascorrere solo alcuni giorni nel vostro Paese e non potrò recarmi fuori da Sydney, il mio cuore raggiunge voi tutti, inclusi i malati e coloro che affrontano difficoltà di ogni genere. A nome di tutti i giovani, vi ringrazio ancora una volta per il sostegno della mia missione e vi chiedo di continuare a pregare per loro in particolare. Non mi resta che rinnovare il mio invito ai giovani di tutto il mondo a unirsi a me in Australia, la grande "terra meridionale dello Spirito Santo". Attendo con ansia di incontrarvi là! Che Dio vi benedica tutti.
Vaticano, 4 luglio 2008
BENEDICTUS PP. XVI
L'aborto, dopo 30 anni dalla Legge 194
Udienza di Benedetto XVI al Movimento per la Vita
12 maggio 2008 Una “ferita” nella società: così Benedetto XVI ha definito questo lunedì mattina la legalizzazione dell'aborto ricevendo in udienza i membri del Movimento per la Vita (MpV), tra cui un centinaio di giovani e diversi dirigenti di Movimenti per la vita europei.
All'inizio dell'incontro Carlo Casini, Presidente del MpV, ha rivolto al Papa un indirizzo di saluto a nome dei presenti rivelando l'intenzione di presentare alle Istituzioni europee nel prossimo dicembre una petizione denominata “Per la vita e la dignità dell'uomo”, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Una petizione analoga a quella promossa sempre dal MpV nel 1988 e che segue a breve distanza la Risoluzione n.1607 adottata questo mese dall'Assemblea Parlamentare del Consiglio d´Europa, nella quale si chiede ai Paesi membri di garantire alle donne il diritto all'aborto.
Casini ha poi voluto ringraziare il Papa per la sua “incessante e profonda meditazione sulla vita umana. Sentiamo che il suo magistero deve essere tradotto in opere con particolare slancio e convinzione”.
“Siamo già certi della sua vicinanza, già manifestataci in tanti modi”, ha quindi concluso.
A trent'anni dall'uscita della legge 194, ha constatato il Papa, “non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo”.
Come conseguenza, osserva, è derivato “un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa”.
Benedetto XVI ha riconosciuto che le cause che conducono a “decisioni dolorose come l’aborto” sono “molte e complesse”, ed ha richiamato l'impegno della Chiesa “a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”.
L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, denuncia, “non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze”.
Il Papa ha poi affrontato la questione delle difficoltà affrontate dalle famiglie o dai giovani che non non riescono a sposarsi.
Tra questi, il Papa ha citato “la mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro”.
Di fronte a questa situazione, ha avvertito, è necessario “unire gli sforzi perché le diverse Istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa”.
Quanto ai cristiani, sono chiamati a “proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi”.
Per questa ragione, Benedetto XVI ha ringraziato per l'impegno portato avanti dai 300 Centri di aiuto alla vita sparsi in tutta Italia, che incontrano ogni anno cinquantamila donne in difficoltà, offrendo loro assistenza e solidarietà, e che in trent'anni hanno aiutato a far nascere circa 85.000 bambini.
Dal 1994, inoltre, il MpV ha dato vita anche al Progetto Gemma (numero verde di SosVita: 800.813000), un servizio di adozione prenatale a distanza di madri in difficoltà economiche, tentate di non accogliere il proprio bambino e che finora ha assicurato a 14.000 bambini e alle loro madri un sostegno mensile per un anno e mezzo.
“E’ necessario testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare”, ha dichiarato il Papa, sottolineando che “per chi ha il dono della fede questo diventa un imperativo inderogabile”.
In quest’anno in cui ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, il Papa ha lodato l'impegno del MpV “nell’ambito politico come aiuto e stimolo alle Istituzioni, perché venga dato il giusto riconoscimento alla parola 'dignità umana'”.
“Quante vite umane avete salvato dalla morte!”, ha esclamato.
“Proseguite su questo cammino e non abbiate paura – ha concluso –, perché il sorriso della vita trionfi sulle labbra di tutti i bambini e delle loro mamme”.
12 maggio 2008 Una “ferita” nella società: così Benedetto XVI ha definito questo lunedì mattina la legalizzazione dell'aborto ricevendo in udienza i membri del Movimento per la Vita (MpV), tra cui un centinaio di giovani e diversi dirigenti di Movimenti per la vita europei.
All'inizio dell'incontro Carlo Casini, Presidente del MpV, ha rivolto al Papa un indirizzo di saluto a nome dei presenti rivelando l'intenzione di presentare alle Istituzioni europee nel prossimo dicembre una petizione denominata “Per la vita e la dignità dell'uomo”, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Una petizione analoga a quella promossa sempre dal MpV nel 1988 e che segue a breve distanza la Risoluzione n.1607 adottata questo mese dall'Assemblea Parlamentare del Consiglio d´Europa, nella quale si chiede ai Paesi membri di garantire alle donne il diritto all'aborto.
Casini ha poi voluto ringraziare il Papa per la sua “incessante e profonda meditazione sulla vita umana. Sentiamo che il suo magistero deve essere tradotto in opere con particolare slancio e convinzione”.
“Siamo già certi della sua vicinanza, già manifestataci in tanti modi”, ha quindi concluso.
A trent'anni dall'uscita della legge 194, ha constatato il Papa, “non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo”.
Come conseguenza, osserva, è derivato “un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa”.
Benedetto XVI ha riconosciuto che le cause che conducono a “decisioni dolorose come l’aborto” sono “molte e complesse”, ed ha richiamato l'impegno della Chiesa “a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”.
L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, denuncia, “non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze”.
Il Papa ha poi affrontato la questione delle difficoltà affrontate dalle famiglie o dai giovani che non non riescono a sposarsi.
Tra questi, il Papa ha citato “la mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro”.
Di fronte a questa situazione, ha avvertito, è necessario “unire gli sforzi perché le diverse Istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa”.
Quanto ai cristiani, sono chiamati a “proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi”.
Per questa ragione, Benedetto XVI ha ringraziato per l'impegno portato avanti dai 300 Centri di aiuto alla vita sparsi in tutta Italia, che incontrano ogni anno cinquantamila donne in difficoltà, offrendo loro assistenza e solidarietà, e che in trent'anni hanno aiutato a far nascere circa 85.000 bambini.
Dal 1994, inoltre, il MpV ha dato vita anche al Progetto Gemma (numero verde di SosVita: 800.813000), un servizio di adozione prenatale a distanza di madri in difficoltà economiche, tentate di non accogliere il proprio bambino e che finora ha assicurato a 14.000 bambini e alle loro madri un sostegno mensile per un anno e mezzo.
“E’ necessario testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare”, ha dichiarato il Papa, sottolineando che “per chi ha il dono della fede questo diventa un imperativo inderogabile”.
In quest’anno in cui ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, il Papa ha lodato l'impegno del MpV “nell’ambito politico come aiuto e stimolo alle Istituzioni, perché venga dato il giusto riconoscimento alla parola 'dignità umana'”.
“Quante vite umane avete salvato dalla morte!”, ha esclamato.
“Proseguite su questo cammino e non abbiate paura – ha concluso –, perché il sorriso della vita trionfi sulle labbra di tutti i bambini e delle loro mamme”.
Martedì 6 febbraio 2007 Il Resto del Carlino
Intervista di Massimo Pandolfi a S. E. Mons. Luigi Negri
EMILIA-ROMAGNA PRIMO PIANO
'NICHILISMO', IL DIBATTITO DEI CARLINO
"In questa regione ci si preoccupa solo del proprio tornaconto Così i giovani sono allo sbando" Un altro vescovo Luigi Negri si leva accanto al Cardinale Caffarra
Si ama il proprio desiderio e non la cosa desiderata- Friedrich Nietzsche
Si PUÒ BATTERE il nichilismo, si può vincere la volontà del nulla. Nelle sacrestie delle chiese di mezza Emilia Romagna continua a circolare l'intervista che il cardinale di Bologna Carlo Caffarra ha rilasciato mercoledì scorso al nostro direttore, Giancarlo Mazzuca. Molti sacerdoti, da Piacenza a Rimini - passando per Ferrara e Forlì - hanno citato domenica nelle loro omelie le parole di Caffarra al Carlino. Il tam-tam negli ambienti cattolici è forte:
"L'Emilia Romagna. sazia e nichilista, che pensa di poter vivere bene senza Dio e trasforma la chiesa in una sorta di croce rossa da chiamare quando c'è bisogno" (parole del cardinale) è diventata oggetto di dibattito e discussione, non solo sul nostro giornale, ma anche nelle parrocchie, nelle associazioni, in certi casi nelle famiglie e con un po'di imbarazzo pure negli ambienti politici.
Nessun "pezzo grosso" del Palazzo, ad esempio,se pur sollecitato, è voluto intervenire; magari ha appositamente evitato per non entrare in contrasto con il cardinale, ma forse è proprio questa forma del "lasciamo perdere" di stampo buonista che preoccupa più di ogni altra cosa l'arcivescovo di Bologna, alla ricerca di valori forti. Le parole di Caffarra nella vita istituzionale
dì tutti i giorni si intrecciano inevitabilmente con quei famosi principi non negoziabili da tempo segnalati dal Papa (vita, morte, bioetica e famiglia); e proprio su questi temi si stanno accendendo focolai di polemiche.
Un esempio: in Regione è saltata la riunione della commissione bilancio che doveva discutere su un ulteriore allargamento dei
diritti delle coppie di fatto in Emilia Romagna. La Margherita, bastava leggere le perplessità espresse domenica da Tiziano Tagliani ad Avvenire - non è affatto convinta e allora si è rinviato il tutto, in attesa di tempi migliori.
La sfida che ci viene lanciata da questa regione si può così riassumere: possiamo vivere bene, anche senza Dio La società tende a ridurre la Chiesa ad agenzia di servizi di solidarietà
La condizione giovanile mi preoccupa ogni giorno di più: i ragazzi vanno a scuola malvolentieri e si rifugiano nella droga e nell'alco!. E'una catastrofe educativa Serve costruire un rapporto tra persone basato sull'autorevolezza di chi educa. lo, educatore, ti fornisco una proposta di vita che ho provato e i conti mi sono tornati!
EMILIA-ROMAGNA PRIMO PIANO
'NICHILISMO', IL DIBATTITO DEI CARLINO
"In questa regione ci si preoccupa solo del proprio tornaconto Così i giovani sono allo sbando" Un altro vescovo Luigi Negri si leva accanto al Cardinale Caffarra
Si ama il proprio desiderio e non la cosa desiderata- Friedrich Nietzsche
Si PUÒ BATTERE il nichilismo, si può vincere la volontà del nulla. Nelle sacrestie delle chiese di mezza Emilia Romagna continua a circolare l'intervista che il cardinale di Bologna Carlo Caffarra ha rilasciato mercoledì scorso al nostro direttore, Giancarlo Mazzuca. Molti sacerdoti, da Piacenza a Rimini - passando per Ferrara e Forlì - hanno citato domenica nelle loro omelie le parole di Caffarra al Carlino. Il tam-tam negli ambienti cattolici è forte:
"L'Emilia Romagna. sazia e nichilista, che pensa di poter vivere bene senza Dio e trasforma la chiesa in una sorta di croce rossa da chiamare quando c'è bisogno" (parole del cardinale) è diventata oggetto di dibattito e discussione, non solo sul nostro giornale, ma anche nelle parrocchie, nelle associazioni, in certi casi nelle famiglie e con un po'di imbarazzo pure negli ambienti politici.
Nessun "pezzo grosso" del Palazzo, ad esempio,se pur sollecitato, è voluto intervenire; magari ha appositamente evitato per non entrare in contrasto con il cardinale, ma forse è proprio questa forma del "lasciamo perdere" di stampo buonista che preoccupa più di ogni altra cosa l'arcivescovo di Bologna, alla ricerca di valori forti. Le parole di Caffarra nella vita istituzionale
dì tutti i giorni si intrecciano inevitabilmente con quei famosi principi non negoziabili da tempo segnalati dal Papa (vita, morte, bioetica e famiglia); e proprio su questi temi si stanno accendendo focolai di polemiche.
Un esempio: in Regione è saltata la riunione della commissione bilancio che doveva discutere su un ulteriore allargamento dei
diritti delle coppie di fatto in Emilia Romagna. La Margherita, bastava leggere le perplessità espresse domenica da Tiziano Tagliani ad Avvenire - non è affatto convinta e allora si è rinviato il tutto, in attesa di tempi migliori.
La sfida che ci viene lanciata da questa regione si può così riassumere: possiamo vivere bene, anche senza Dio La società tende a ridurre la Chiesa ad agenzia di servizi di solidarietà
La condizione giovanile mi preoccupa ogni giorno di più: i ragazzi vanno a scuola malvolentieri e si rifugiano nella droga e nell'alco!. E'una catastrofe educativa Serve costruire un rapporto tra persone basato sull'autorevolezza di chi educa. lo, educatore, ti fornisco una proposta di vita che ho provato e i conti mi sono tornati!
« Voglio una Chiesa meno debole.
Combatto l’eugenetica hitleriana »
Il Riformista 28/03/2009
Colloquio di Paolo Rodari Con Luigi Negri
Luigi Negri, vescovo di San Marino, riflette sull’inevitabilità di una legge sul fine vita:
« Troppi attacchi gli arrivano dalla comunità dei fedeli ».
E’ vescovo di una diocesi piccola, quella di San Marino-Montefeltro, ma lotta come un leone in difesa di un cattolicesimo presente dentro la vita degli uomini, la società e non regalato nelle retrovie. Per certi versi, assomiglia al “leone di Munster”, l’indimenticato monsignor Clemens August Von Galen, vescovo ai tempi del nazismo, che venne fatto cardinale da Pio XII pochi giorni prima della sua morte a motivo dell’indefessa passione per una fede incidente nella società. Quello stesso Von Galen che il 9 ottobre 2005, Benedetto XVI, concludendo la cerimonia della beatificazione di Von Galen, definì come il campione della fede «che non si riduce a sentimento privato» della fede che «non si nasconde» ma che implica «la testimonianza anche in ambito pubblico in favore dell’uomo, della giustizia e della verità».
Don Luigi Negri è questa fede che cerca di trasmettere nella sua diocesi e in Italia. Un paese dove, «pure certi cattolici – dice al Riformista – sono deboli, fino a riferirsi al Papa o in modo formale oppure addirittura apertamente contestandolo. Arrivano addirittura a interpretare le sue parole fuorviandole».
Il riferimento, ovviamente, è alle varie interpretazioni seguite alla lettera del Papa scritta a vescovi per spiegare la revoca della scomunica ai lefebvriani ma anche agli attacchi che da varie parti del mondo sono giunti addosso al Pontefice per la stessa revoca.
«Occorre più coraggio – dice Negri - . La Chiesa spesso è debole perché si pensa che fede e vita debbono essere due sfere separate. Ma non è cosi. L’aveva capito bene pure Giovanni XXIII che vedeva in questa separazione la tragedia della Chiesa contemporanea».
Negri racconta che ai suoi preti lo dice sempre. Cosa ? Che «nel centro commerciale che è l’immagine della nostra società la Chiesa è stata relegata ai piani alti dove distribuisce oggetti religiosi per quella realtà sempre più minoritaria che ha questo bisogno. Invece c’è un altro modo di vivere la fede: annunciare Dio dentro il mondo degli uomini». Anche il vescovo, spiega Negri, ha questo compito primariamente: «Aiutare il popolo a vivere la fede sicché lo stesso popolo sia portatore della fede stessa. Al vescovo non spetta, come molti pensano, organizzare il dialogo con chi non è cristiano. Al vescovo compete la formazione del popolo il quale, poi, correttamente educato saprà dialogare con tutti. Il vescovo, tanto per fare esempi concreti, non deve chiudere e aprire lo moschee. E’ un problema delle istituzioni. Al vescovo tocca educare il popolo che gli è affidato. E, insieme, al popolo, difendere la fede, i suoi spazi di libertà, i segni della tradizione come sono il crocifisso, il presepe, lo spazio davanti alle cattedrali…¬¬¬».
E ancora: «Lo disse bene Benedetto XVI a Verona: la cultura del nostro popolo si è formata nell’incontro di tra fede e umanità italiana. Un incontro che oggi un parte della società vuole far fuori. La vicenda di Eluana Englaro è esemplare. E’ un segno tragico della crisi della nostra società. E’ uno scontro epocale tra quelle che Giovanni Paolo II definì la cultura della vita e cultura morte. Si è sostenuta un’equivalenza tra vita e morte. Si è affermato che la morte è un valore. Non a caso è inquietante la parentela esistente tra la corrente filo eutanasica dei nostri tempi e la tesi fondamentalmente eugenetica hitleriana. Per la Chiesa la vita è indisponibile. Certo, una legge sul fine vita oggi è purtroppo necessaria, ma la scelta che occorre fare è tra il riconoscimento che la vita è sacra e indisponibile, e coloro che invece ritengono che la vita sia disponibile alla volontà del malato, della famiglia, della scienza o della magistratura».
Il Riformista Quotidiano Data 28-03-2009
Colloquio di Paolo Rodari Con Luigi Negri
Luigi Negri, vescovo di San Marino, riflette sull’inevitabilità di una legge sul fine vita:
« Troppi attacchi gli arrivano dalla comunità dei fedeli ».
E’ vescovo di una diocesi piccola, quella di San Marino-Montefeltro, ma lotta come un leone in difesa di un cattolicesimo presente dentro la vita degli uomini, la società e non regalato nelle retrovie. Per certi versi, assomiglia al “leone di Munster”, l’indimenticato monsignor Clemens August Von Galen, vescovo ai tempi del nazismo, che venne fatto cardinale da Pio XII pochi giorni prima della sua morte a motivo dell’indefessa passione per una fede incidente nella società. Quello stesso Von Galen che il 9 ottobre 2005, Benedetto XVI, concludendo la cerimonia della beatificazione di Von Galen, definì come il campione della fede «che non si riduce a sentimento privato» della fede che «non si nasconde» ma che implica «la testimonianza anche in ambito pubblico in favore dell’uomo, della giustizia e della verità».
Don Luigi Negri è questa fede che cerca di trasmettere nella sua diocesi e in Italia. Un paese dove, «pure certi cattolici – dice al Riformista – sono deboli, fino a riferirsi al Papa o in modo formale oppure addirittura apertamente contestandolo. Arrivano addirittura a interpretare le sue parole fuorviandole».
Il riferimento, ovviamente, è alle varie interpretazioni seguite alla lettera del Papa scritta a vescovi per spiegare la revoca della scomunica ai lefebvriani ma anche agli attacchi che da varie parti del mondo sono giunti addosso al Pontefice per la stessa revoca.
«Occorre più coraggio – dice Negri - . La Chiesa spesso è debole perché si pensa che fede e vita debbono essere due sfere separate. Ma non è cosi. L’aveva capito bene pure Giovanni XXIII che vedeva in questa separazione la tragedia della Chiesa contemporanea».
Negri racconta che ai suoi preti lo dice sempre. Cosa ? Che «nel centro commerciale che è l’immagine della nostra società la Chiesa è stata relegata ai piani alti dove distribuisce oggetti religiosi per quella realtà sempre più minoritaria che ha questo bisogno. Invece c’è un altro modo di vivere la fede: annunciare Dio dentro il mondo degli uomini». Anche il vescovo, spiega Negri, ha questo compito primariamente: «Aiutare il popolo a vivere la fede sicché lo stesso popolo sia portatore della fede stessa. Al vescovo non spetta, come molti pensano, organizzare il dialogo con chi non è cristiano. Al vescovo compete la formazione del popolo il quale, poi, correttamente educato saprà dialogare con tutti. Il vescovo, tanto per fare esempi concreti, non deve chiudere e aprire lo moschee. E’ un problema delle istituzioni. Al vescovo tocca educare il popolo che gli è affidato. E, insieme, al popolo, difendere la fede, i suoi spazi di libertà, i segni della tradizione come sono il crocifisso, il presepe, lo spazio davanti alle cattedrali…¬¬¬».
E ancora: «Lo disse bene Benedetto XVI a Verona: la cultura del nostro popolo si è formata nell’incontro di tra fede e umanità italiana. Un incontro che oggi un parte della società vuole far fuori. La vicenda di Eluana Englaro è esemplare. E’ un segno tragico della crisi della nostra società. E’ uno scontro epocale tra quelle che Giovanni Paolo II definì la cultura della vita e cultura morte. Si è sostenuta un’equivalenza tra vita e morte. Si è affermato che la morte è un valore. Non a caso è inquietante la parentela esistente tra la corrente filo eutanasica dei nostri tempi e la tesi fondamentalmente eugenetica hitleriana. Per la Chiesa la vita è indisponibile. Certo, una legge sul fine vita oggi è purtroppo necessaria, ma la scelta che occorre fare è tra il riconoscimento che la vita è sacra e indisponibile, e coloro che invece ritengono che la vita sia disponibile alla volontà del malato, della famiglia, della scienza o della magistratura».
Il Riformista Quotidiano Data 28-03-2009
Intervento di Sua Ecc. Mons. Luigi Negri, al IX Forum del Progetto Culturale
“L’emergenza educativa: persona, intelligenza, libertà, amore”
L’intendimento fondamentale di questo mio intervento è di carattere culturale-pastorale. Vale la pena di osservare che l’emergenza educativa è un problema sostanziale; non è un problema di una certa importanza nella vita della società o nella vita della Chiesa. E’ il problema fondamentale! se questa emergenza non viene adeguatamente individuata e, soprattutto, se questa emergenza educativa non dà luogo a opportune prese di iniziativa, è la società che finisce, perché la società finisce esattamente quando le generazioni adulte non sono in grado di comunicare quelle che Bernanos, in un suo lucido saggio, definisce “le ragioni adeguate per vivere”. La crisi, l’emergenza educativa, è, quindi, caratterizzata da un vuoto di comunicazione: il mondo adulto non sa comunicare; non sa comunicare perché, io ritengo, non sia; non esista come mondo adulto. Questa assenza di fondo è pagata poi da una impossibilità a comunicare: il vuoto non può essere comunicato.
E’ indubbio che l’emergenza educativa - e questa è una prima considerazione generale - implica, innanzitutto, la considerazione della crisi della famiglia. La crisi della famiglia naturale, ancor prima di quella cristiana, di quella famiglia cioè, di cui la famiglia cristiana costituisce la rivelazione definitiva circa il suo fondamento, la sua consistenza, la sua destinazione. La famiglia attraversa nel nostro paese, una crisi radicale, ma non una crisi di fede, bensì una crisi anzitutto di ragione: oggi la famiglia non nasce attorno alla percezione di una cultura condivisa fra l’uomo e la donna, di una concezione che stringe all’unità e che fonda questa unità su una dimensione permanente, di carattere ontologico. La famiglia, purtroppo, nasce soltanto individuando uno spazio di carattere sentimentale, intuitivo, emozionale, affettivo; ma queste sono (nella migliore delle ipotesi) circostanze che avviano il processo dell’unità fra l’uomo e la donna, o conseguenze desiderabili, desiderate, che accadono secondo la gratuità della vita. La famiglia invece è fondata se riconosce una sua struttura ontologica: l’uomo per la donna, la donna per l’uomo. In siffatto modo essi stabiliscono uno spazio comune entro cui è possibile condividere la concezione ultima dell’esistenza e su essa fondare una volontà di conoscenza reciproca, di condivisione, di corresponsabilità nella vita l’uno dell’altro, che si svolge poi come paternità, come maternità, come educazione dei figli, come decisione ad influire sulla vita della società. Spesso ricordo un’espressione indimenticabile di Shakespeare in Giulietta e Romeo, là dove - proprio in una delle prime scene - Romeo dice, pensando, identificando nel sentimento l’immagine stessa di Giulietta, “mostrami un’amante che sia pur bellissima… a che servirà la sua bellezza se non come un segno dove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella?” La famiglia nasce nella consapevolezza dell’attesa del Mistero, nasce anche naturalmente come un ponte lanciato verso il Mistero o, se volete, come un ponte lanciato dal Mistero verso l’umanità. Per questo per millenni, nelle più diverse formulazioni di carattere culturale e sociale, il matrimonio ha sempre avuto una valenza di carattere religioso. Questo tipo di famiglia sta scomparendo, sostituito da un incontro più o meno estemporaneo di individui che si assicurano un certo benessere, che si assicurano una certa convivenza, quando non una certa connivenza. Evidentemente, su questa base emozionale-affettiva-intuitiva, non possono che nascere convivenze a tempo, che si sfasciano al venir meno delle condizioni di benessere o di comprensione reciproca. Una tale famiglia è andata fondamentalmente in crisi sotto l’urto del laicismo relativista e scettico e consumistico, e per quanto riguarda l’educazione (di cui, a queste condizioni, si sente incapace) è obiettivamente incapace. La famiglia infatti, per quanto riguarda la questione educativa dei ragazzi e dei giovani, ha operato una duplice delega, che noi possiamo obiettivamente definire rovinosa.
La prima delega è stata la delega alla scuola. La scuola è stata investita dalla famiglia di una responsabilità che non ha e non può avere: quella educativa. La scuola ha un fondamentale compito di maturazione critica della cultura di fondo, delle famiglie e dei giovani, ma non può essere un soggetto che propone una cultura. Se lo fa viene meno a una sua strutturale laicità e se lo fa non si tratta della comunicazione di una cultura ma della comunicazione di una ideologia, o meglio, si tratta di una tendenza, di un cammino a una omologazione ideologica dei ragazzi e dei giovani. Questo è stato il volto della scuola italiana, almeno dall’unità d’Italia in poi. È sempre stata una scuola fortemente caratterizzata dall’ideologia dominante, che non era né quantitativamente la più diffusa, né aveva una storia più significativa: contingentemente, era la ideologia del potere.
Abbiamo quindi avuto delle “scuole di Stato” che tendevano, sostanzialmente, a diventare scuole di ideologia dello Stato; una scuola liberale, unitaria; una scuola fascista; dopo il fascismo una scuola azionista e socialista; una scuola poi, almeno per quanto riguarda i programmi, abbastanza pesantemente marxista; adesso una scuola sostanzialmente tecno-scientifica. Questa delega è stata rovinosa, perché si è pensato che l’educazione fosse l’assunzione, il più delle volte acritica, dell’ideologia dominante. E se l’azione della scuola non è stata così negativa, date le premesse, tutto questo è accaduto, come molte volte ho rilevato nei miei interventi scritti ed orali, perché generazioni di insegnanti veramente capaci, efficienti, dediti all’ideale della ricerca e della comunicazione ai giovani delle loro convinzioni profonde, hanno temperato il rigore ideologico della scuola. Noi dobbiamo essere profondamente grati a quelle generazioni di insegnanti della scuola primaria e secondaria, soprattutto cattolici, che, con la loro presenza e con la loro testimonianza, hanno dato contenuti umani, e quindi, in qualche modo educativi, a una convivenza, quella scolastica, che altrimenti sarebbe stata rigorosamente ideologica e quindi, sostanzialmente, impietosa.
La seconda delega, se si può dire, è ancora più rovinosa della prima. È stata una delega a quell’unica grande scuola che oramai polarizza l’attenzione non soltanto dei ragazzi e dei giovani, ma anche degli adulti: i mezzi della comunicazione sociale. In questo caso si deve parlare in senso rigoroso di una omologazione ideologica di tipo edonista e tecno-scientista e tecno-scientifico, ma con una fortissima carica di anti-cristianesimo. La mentalità dominante, così come si matura nell’uso indiscriminato a tutte le età, ma soprattutto nell’infanzia e nella prima giovinezza, dei mezzi della comunicazione sociale, fa sì che la visione della vita e della realtà dei nostri ragazzi e dei nostri giovani sia sostanzialmente e direttamente anticristiana. Ecco perché affrontare dal punto di vista culturale e sociale l’emergenza educativa, significa rimuovere ogni tentazione di delega e riconsiderare la centralità della famiglia, quella solennemente riconosciuta dall’articolo 32 della nostra Costituzione, riconoscendola come il soggetto adeguato della proposta educativa. Di fronte a carenze gravi dell’istituto familiare è necessario pensare ad una serie di interventi culturali e politici che sussidino l’identità culturale-educativa delle famiglie. Credo che alla società e allo Stato tocchi il compito di vivere il principio di sussidiarietà nei confronti delle famiglie, in modo da mettere quante più famiglie possono in condizione di esercitare i propri diritti.
Vorrei ora soffermarmi sull’emergenza educativa nella Chiesa: e qui io credo che occorra rendersi conto che, secondo un’analogia profonda, l’emergenza educativa nella Chiesa significa prendere coscienza che esiste una difficoltà educativa nell’ambito della realtà ecclesiale, che tende, inesorabilmente, quasi ad una scomparsa di senso, di significato e di utilità dell’esperienza ecclesiale.
Noi siamo assolutamente convinti che il Signore difenderà sempre la sua Chiesa in modi che non possiamo neanche immaginare, ma è indubbio che questo non può toglierci la responsabilità di considerare se noi non stiamo spingendo, umanamente parlando, la Chiesa verso la sua insignificanza ed inincidenza. Forse occorrerebbe riprendere una delle parole più straordinariamente pertinenti già allora e, vorrei dire, assolutamente attuali, di Giovanni XXIII, che nella “Mater et Magistra” ha definito la tragedia della Chiesa contemporanea la separazione astratta fra fede e vita, cioè la separazione astratta fra fede ed impegno culturale, sociale e politico.
La Chiesa non può non assumere di nuovo il compito di proporre a tutto il popolo cristiano e - al di là di esso - a tutto il popolo la fede come forma totalizzante e capace di definire l’esperienza della persona; quindi la fede come fondamento di una cultura autentica, adeguata; la fede come fonte di un ethos per la vita personale e sociale, assolutamente originale: la carità. La fede come fondamento di una dimensione missionaria che costituisce il cuore profondo dell’esperienza ecclesiale.
La Chiesa ha creato cultura e ha dato un contributo alla vita sociale perché ha vissuto fino in fondo la sua identità di fede e quindi non ha accettato di essere una agenzia parallela all’esistenza storica, concreta, sociale degli uomini. Una agenzia che fornisce servizi o iniziative che non hanno di per sé la forza di creare una nuova cultura e di consentire agli uomini, ai cristiani, un cammino verso la realizzazione di una società alternativa a quella concretamente esistente nella vita sociale e che rappresenta - di questa società - la pienezza, la verità e il compimento.
Quindi il superamento del dualismo fra fede e vita è il modo per rispondere adeguatamente all’emergenza educativa; ma questo superamento esige che la Chiesa recuperi quella dimensione fondamentale per cui la Chiesa è l’espressione di un “Ordo”, di un ordine sostanziale dell’intelligenza e del cuore, della cultura e dell’impegno morale: quell’Ordo che, - come ha indicato nei suoi splendidi volumi sulla Storia della Chiesa primitiva - il cardinal Newman riteneva essere l’elemento propulsivo e dinamico e capace di inculturare la società, ossia capace di porre, nella società, un’originalità di vita e di cultura significative.
Cose non meno profonde ha scritto nella riproposizione della grande cultura e della grande civiltà medioevale, il grande storico inglese Christopher Dawson.
Che ne è dell’Ordo ecclesiatico o di quella che nella omelia dell’inizio del suo compito di vescovo di Roma nella basilica di san Giovanni in Laterano, Giovanni Paolo I chiamava la necessità di un ritorno all’antica disciplina della Chiesa?
Dobbiamo ammettere amaramente che non esiste più disciplina nella Chiesa; esiste un coacervo di opinioni teologiche, culturali, sociali, politiche, che convivono o si scontrano anche duramente nella vita ecclesiale come sugli strumenti della comunicazione sociale, lasciando il popolo cristiano - quello che vorrebbe seguire un’esperienza di vita - sostanzialmente in una mancanza di chiarezza e di positività che costituisce la più grave responsabilità del mondo ecclesiastico nei confronti della vita del popolo e della sua educazione. Non si educa il popolo se non vivendo fino in fondo l’Ordo ecclesiastico: per esempio (e sono soltanto esempi di straordinaria efficacia) dal punto di vista educativo. Pensiamo all’omelia nella nostra Chiesa, a questo straordinario strumento educativo che Antonio Gramsci invidiava alla Chiesa: l’omelia è diventata un’opinione individuale del singolo parroco, che si riduce ad un certo esegetismo fai-da-te o batte la strada del politicamente corretto, e ripropone in modo abbastanza ideologico i temi della mentalità laica quando non laicista.
L’omelia dovrebbe essere piuttosto l’inizio del cammino dell’educazione cristiana, una proposta evangelizzatrice, che consenta, a chi desidera, di svolgere poi tutto il cammino: dall’omelia alla catechesi, dalla catechesi alla cultura, dalla cultura a motivazioni adeguate per un impegno culturale, sociale e politico. Se non mettiamo ordine nell’omelia perdiamo un grande strumento educativo!
E la catechesi? che ne è della catechesi nelle nostre Chiese? Dopo 40 anni di sperimentazione dei catechismi, e nel sostanziale silenzio su quello straordinario strumento catechetico che è il Catechismo della Chiesa Cattolica e del Compendio del Catechismo, rischiamo di avere un popolo, quello che frequenta le Chiese, che non conosce i termini fondamentali del dogma cattolico. Non solo: non conoscono il numero e la specificità dei Comandamenti, ma neanche quello dei Sacramenti. E invece di definizioni che esprimono la natura profonda, l’identità dei Comandamenti e dei Sacramenti, vi sono frasi che in modo estremamente involuto ed equivoco, testimoniano una riduzione antropologica dei capisaldi fondamentali dell’ontologia cattolica.
In questa sostanziale equivalenza delle opinioni tante volte l’Autorità della Chiesa particolare non interviene decisamente, lasciando che le opinioni convivano tra scandalose opposizioni o dialettiche. Questa convivenza di posizioni teologiche, esegetiche e morali, sostanzialmente relative, sono ritenute nella Chiesa a volte con lo stesso valore, perché ciò che varrebbe nella Chiesa sarebbe un amore senza nessuna struttura veritativa. L’amore e la misericordia sono stati invocati anche da prestigiosi ecclesiastici nelle ultime vicende miserevoli della società italiana, come l’eutanasia praticata nei confronti di Eluana Englaro. La misericordia è stata presentata o citata come l’unica vera alternativa a una violenza che sarebbe la violenza della verità. Stiamo accettando che esiste una verità senza misericordia e una misericordia senza verità: la verità senza misericordia diventa ideologia, ma la misericordia senza la verità è un buonismo che non incide sulla vita delle persone e della società. Forse stiamo riducendoci ad essere, nel grande centro commerciale che è la cifra della nostra società, quelli che ai piani alti assicurano servizi di carattere liturgico, catechetico, caritativo, a quei pochi, (e sono sempre meno), che entrano avendo anche questi bisogni, anziché essere gli annunziatori del mondo nuovo di Dio nel mondo degli uomini. Qualche mese dopo essere arrivato nella Diocesi di San Marino-Montefeltro, sono stato invitato dai Canonici della cattedrale di Modena a festeggiare una delle più antiche e più care feste della Diocesi di Modena: la festa della Madonna della Piazza, cioè della Madonna raffigurata dentro un affresco che era nella piazza e che i giacobini francesi volevano abbattere. Il popolo insorse come un sol uomo, staccò questo affresco e lo ricoverò nel Duomo. Questa festa è la festa della città di Modena. Mi hanno invitato perché penso che ritenessero che se fossi vissuto quel tempo sarei stato fra il popolo che ha espulso manu militari i giacobini. Avevo raccomandato loro di dire all’Arcivescovo di Modena, Monsignor Cocchi, grandissimo e intelligentissimo amico, di avvisare che sarei andato. Monsignor Cocchi, con la sua ironia intelligente, disse: “sono contentissimo! perché vedete, la Chiesa è diventata come un circo: più bestie entrano, più bestie si vedono, più il circo funziona”.
Ecco: io credo che in questa ironia sia contenuta una grande verità: con i circhi si diverte il popolo, ma non lo si forma! La Chiesa ha formato un popolo perché ha vissuto un ordine al suo interno che l’ha resa unita senza essere univoca; unita ed articolata e soprattutto capace di incontro con gli uomini. Credo che il recupero del valore dell’ordine ecclesiastico sia fondamentale per affrontare la emergenza educativa nella Chiesa.
+ Luigi Negri
Vescovo di San Marino - Montefeltro
L’intendimento fondamentale di questo mio intervento è di carattere culturale-pastorale. Vale la pena di osservare che l’emergenza educativa è un problema sostanziale; non è un problema di una certa importanza nella vita della società o nella vita della Chiesa. E’ il problema fondamentale! se questa emergenza non viene adeguatamente individuata e, soprattutto, se questa emergenza educativa non dà luogo a opportune prese di iniziativa, è la società che finisce, perché la società finisce esattamente quando le generazioni adulte non sono in grado di comunicare quelle che Bernanos, in un suo lucido saggio, definisce “le ragioni adeguate per vivere”. La crisi, l’emergenza educativa, è, quindi, caratterizzata da un vuoto di comunicazione: il mondo adulto non sa comunicare; non sa comunicare perché, io ritengo, non sia; non esista come mondo adulto. Questa assenza di fondo è pagata poi da una impossibilità a comunicare: il vuoto non può essere comunicato.
E’ indubbio che l’emergenza educativa - e questa è una prima considerazione generale - implica, innanzitutto, la considerazione della crisi della famiglia. La crisi della famiglia naturale, ancor prima di quella cristiana, di quella famiglia cioè, di cui la famiglia cristiana costituisce la rivelazione definitiva circa il suo fondamento, la sua consistenza, la sua destinazione. La famiglia attraversa nel nostro paese, una crisi radicale, ma non una crisi di fede, bensì una crisi anzitutto di ragione: oggi la famiglia non nasce attorno alla percezione di una cultura condivisa fra l’uomo e la donna, di una concezione che stringe all’unità e che fonda questa unità su una dimensione permanente, di carattere ontologico. La famiglia, purtroppo, nasce soltanto individuando uno spazio di carattere sentimentale, intuitivo, emozionale, affettivo; ma queste sono (nella migliore delle ipotesi) circostanze che avviano il processo dell’unità fra l’uomo e la donna, o conseguenze desiderabili, desiderate, che accadono secondo la gratuità della vita. La famiglia invece è fondata se riconosce una sua struttura ontologica: l’uomo per la donna, la donna per l’uomo. In siffatto modo essi stabiliscono uno spazio comune entro cui è possibile condividere la concezione ultima dell’esistenza e su essa fondare una volontà di conoscenza reciproca, di condivisione, di corresponsabilità nella vita l’uno dell’altro, che si svolge poi come paternità, come maternità, come educazione dei figli, come decisione ad influire sulla vita della società. Spesso ricordo un’espressione indimenticabile di Shakespeare in Giulietta e Romeo, là dove - proprio in una delle prime scene - Romeo dice, pensando, identificando nel sentimento l’immagine stessa di Giulietta, “mostrami un’amante che sia pur bellissima… a che servirà la sua bellezza se non come un segno dove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella?” La famiglia nasce nella consapevolezza dell’attesa del Mistero, nasce anche naturalmente come un ponte lanciato verso il Mistero o, se volete, come un ponte lanciato dal Mistero verso l’umanità. Per questo per millenni, nelle più diverse formulazioni di carattere culturale e sociale, il matrimonio ha sempre avuto una valenza di carattere religioso. Questo tipo di famiglia sta scomparendo, sostituito da un incontro più o meno estemporaneo di individui che si assicurano un certo benessere, che si assicurano una certa convivenza, quando non una certa connivenza. Evidentemente, su questa base emozionale-affettiva-intuitiva, non possono che nascere convivenze a tempo, che si sfasciano al venir meno delle condizioni di benessere o di comprensione reciproca. Una tale famiglia è andata fondamentalmente in crisi sotto l’urto del laicismo relativista e scettico e consumistico, e per quanto riguarda l’educazione (di cui, a queste condizioni, si sente incapace) è obiettivamente incapace. La famiglia infatti, per quanto riguarda la questione educativa dei ragazzi e dei giovani, ha operato una duplice delega, che noi possiamo obiettivamente definire rovinosa.
La prima delega è stata la delega alla scuola. La scuola è stata investita dalla famiglia di una responsabilità che non ha e non può avere: quella educativa. La scuola ha un fondamentale compito di maturazione critica della cultura di fondo, delle famiglie e dei giovani, ma non può essere un soggetto che propone una cultura. Se lo fa viene meno a una sua strutturale laicità e se lo fa non si tratta della comunicazione di una cultura ma della comunicazione di una ideologia, o meglio, si tratta di una tendenza, di un cammino a una omologazione ideologica dei ragazzi e dei giovani. Questo è stato il volto della scuola italiana, almeno dall’unità d’Italia in poi. È sempre stata una scuola fortemente caratterizzata dall’ideologia dominante, che non era né quantitativamente la più diffusa, né aveva una storia più significativa: contingentemente, era la ideologia del potere.
Abbiamo quindi avuto delle “scuole di Stato” che tendevano, sostanzialmente, a diventare scuole di ideologia dello Stato; una scuola liberale, unitaria; una scuola fascista; dopo il fascismo una scuola azionista e socialista; una scuola poi, almeno per quanto riguarda i programmi, abbastanza pesantemente marxista; adesso una scuola sostanzialmente tecno-scientifica. Questa delega è stata rovinosa, perché si è pensato che l’educazione fosse l’assunzione, il più delle volte acritica, dell’ideologia dominante. E se l’azione della scuola non è stata così negativa, date le premesse, tutto questo è accaduto, come molte volte ho rilevato nei miei interventi scritti ed orali, perché generazioni di insegnanti veramente capaci, efficienti, dediti all’ideale della ricerca e della comunicazione ai giovani delle loro convinzioni profonde, hanno temperato il rigore ideologico della scuola. Noi dobbiamo essere profondamente grati a quelle generazioni di insegnanti della scuola primaria e secondaria, soprattutto cattolici, che, con la loro presenza e con la loro testimonianza, hanno dato contenuti umani, e quindi, in qualche modo educativi, a una convivenza, quella scolastica, che altrimenti sarebbe stata rigorosamente ideologica e quindi, sostanzialmente, impietosa.
La seconda delega, se si può dire, è ancora più rovinosa della prima. È stata una delega a quell’unica grande scuola che oramai polarizza l’attenzione non soltanto dei ragazzi e dei giovani, ma anche degli adulti: i mezzi della comunicazione sociale. In questo caso si deve parlare in senso rigoroso di una omologazione ideologica di tipo edonista e tecno-scientista e tecno-scientifico, ma con una fortissima carica di anti-cristianesimo. La mentalità dominante, così come si matura nell’uso indiscriminato a tutte le età, ma soprattutto nell’infanzia e nella prima giovinezza, dei mezzi della comunicazione sociale, fa sì che la visione della vita e della realtà dei nostri ragazzi e dei nostri giovani sia sostanzialmente e direttamente anticristiana. Ecco perché affrontare dal punto di vista culturale e sociale l’emergenza educativa, significa rimuovere ogni tentazione di delega e riconsiderare la centralità della famiglia, quella solennemente riconosciuta dall’articolo 32 della nostra Costituzione, riconoscendola come il soggetto adeguato della proposta educativa. Di fronte a carenze gravi dell’istituto familiare è necessario pensare ad una serie di interventi culturali e politici che sussidino l’identità culturale-educativa delle famiglie. Credo che alla società e allo Stato tocchi il compito di vivere il principio di sussidiarietà nei confronti delle famiglie, in modo da mettere quante più famiglie possono in condizione di esercitare i propri diritti.
Vorrei ora soffermarmi sull’emergenza educativa nella Chiesa: e qui io credo che occorra rendersi conto che, secondo un’analogia profonda, l’emergenza educativa nella Chiesa significa prendere coscienza che esiste una difficoltà educativa nell’ambito della realtà ecclesiale, che tende, inesorabilmente, quasi ad una scomparsa di senso, di significato e di utilità dell’esperienza ecclesiale.
Noi siamo assolutamente convinti che il Signore difenderà sempre la sua Chiesa in modi che non possiamo neanche immaginare, ma è indubbio che questo non può toglierci la responsabilità di considerare se noi non stiamo spingendo, umanamente parlando, la Chiesa verso la sua insignificanza ed inincidenza. Forse occorrerebbe riprendere una delle parole più straordinariamente pertinenti già allora e, vorrei dire, assolutamente attuali, di Giovanni XXIII, che nella “Mater et Magistra” ha definito la tragedia della Chiesa contemporanea la separazione astratta fra fede e vita, cioè la separazione astratta fra fede ed impegno culturale, sociale e politico.
La Chiesa non può non assumere di nuovo il compito di proporre a tutto il popolo cristiano e - al di là di esso - a tutto il popolo la fede come forma totalizzante e capace di definire l’esperienza della persona; quindi la fede come fondamento di una cultura autentica, adeguata; la fede come fonte di un ethos per la vita personale e sociale, assolutamente originale: la carità. La fede come fondamento di una dimensione missionaria che costituisce il cuore profondo dell’esperienza ecclesiale.
La Chiesa ha creato cultura e ha dato un contributo alla vita sociale perché ha vissuto fino in fondo la sua identità di fede e quindi non ha accettato di essere una agenzia parallela all’esistenza storica, concreta, sociale degli uomini. Una agenzia che fornisce servizi o iniziative che non hanno di per sé la forza di creare una nuova cultura e di consentire agli uomini, ai cristiani, un cammino verso la realizzazione di una società alternativa a quella concretamente esistente nella vita sociale e che rappresenta - di questa società - la pienezza, la verità e il compimento.
Quindi il superamento del dualismo fra fede e vita è il modo per rispondere adeguatamente all’emergenza educativa; ma questo superamento esige che la Chiesa recuperi quella dimensione fondamentale per cui la Chiesa è l’espressione di un “Ordo”, di un ordine sostanziale dell’intelligenza e del cuore, della cultura e dell’impegno morale: quell’Ordo che, - come ha indicato nei suoi splendidi volumi sulla Storia della Chiesa primitiva - il cardinal Newman riteneva essere l’elemento propulsivo e dinamico e capace di inculturare la società, ossia capace di porre, nella società, un’originalità di vita e di cultura significative.
Cose non meno profonde ha scritto nella riproposizione della grande cultura e della grande civiltà medioevale, il grande storico inglese Christopher Dawson.
Che ne è dell’Ordo ecclesiatico o di quella che nella omelia dell’inizio del suo compito di vescovo di Roma nella basilica di san Giovanni in Laterano, Giovanni Paolo I chiamava la necessità di un ritorno all’antica disciplina della Chiesa?
Dobbiamo ammettere amaramente che non esiste più disciplina nella Chiesa; esiste un coacervo di opinioni teologiche, culturali, sociali, politiche, che convivono o si scontrano anche duramente nella vita ecclesiale come sugli strumenti della comunicazione sociale, lasciando il popolo cristiano - quello che vorrebbe seguire un’esperienza di vita - sostanzialmente in una mancanza di chiarezza e di positività che costituisce la più grave responsabilità del mondo ecclesiastico nei confronti della vita del popolo e della sua educazione. Non si educa il popolo se non vivendo fino in fondo l’Ordo ecclesiastico: per esempio (e sono soltanto esempi di straordinaria efficacia) dal punto di vista educativo. Pensiamo all’omelia nella nostra Chiesa, a questo straordinario strumento educativo che Antonio Gramsci invidiava alla Chiesa: l’omelia è diventata un’opinione individuale del singolo parroco, che si riduce ad un certo esegetismo fai-da-te o batte la strada del politicamente corretto, e ripropone in modo abbastanza ideologico i temi della mentalità laica quando non laicista.
L’omelia dovrebbe essere piuttosto l’inizio del cammino dell’educazione cristiana, una proposta evangelizzatrice, che consenta, a chi desidera, di svolgere poi tutto il cammino: dall’omelia alla catechesi, dalla catechesi alla cultura, dalla cultura a motivazioni adeguate per un impegno culturale, sociale e politico. Se non mettiamo ordine nell’omelia perdiamo un grande strumento educativo!
E la catechesi? che ne è della catechesi nelle nostre Chiese? Dopo 40 anni di sperimentazione dei catechismi, e nel sostanziale silenzio su quello straordinario strumento catechetico che è il Catechismo della Chiesa Cattolica e del Compendio del Catechismo, rischiamo di avere un popolo, quello che frequenta le Chiese, che non conosce i termini fondamentali del dogma cattolico. Non solo: non conoscono il numero e la specificità dei Comandamenti, ma neanche quello dei Sacramenti. E invece di definizioni che esprimono la natura profonda, l’identità dei Comandamenti e dei Sacramenti, vi sono frasi che in modo estremamente involuto ed equivoco, testimoniano una riduzione antropologica dei capisaldi fondamentali dell’ontologia cattolica.
In questa sostanziale equivalenza delle opinioni tante volte l’Autorità della Chiesa particolare non interviene decisamente, lasciando che le opinioni convivano tra scandalose opposizioni o dialettiche. Questa convivenza di posizioni teologiche, esegetiche e morali, sostanzialmente relative, sono ritenute nella Chiesa a volte con lo stesso valore, perché ciò che varrebbe nella Chiesa sarebbe un amore senza nessuna struttura veritativa. L’amore e la misericordia sono stati invocati anche da prestigiosi ecclesiastici nelle ultime vicende miserevoli della società italiana, come l’eutanasia praticata nei confronti di Eluana Englaro. La misericordia è stata presentata o citata come l’unica vera alternativa a una violenza che sarebbe la violenza della verità. Stiamo accettando che esiste una verità senza misericordia e una misericordia senza verità: la verità senza misericordia diventa ideologia, ma la misericordia senza la verità è un buonismo che non incide sulla vita delle persone e della società. Forse stiamo riducendoci ad essere, nel grande centro commerciale che è la cifra della nostra società, quelli che ai piani alti assicurano servizi di carattere liturgico, catechetico, caritativo, a quei pochi, (e sono sempre meno), che entrano avendo anche questi bisogni, anziché essere gli annunziatori del mondo nuovo di Dio nel mondo degli uomini. Qualche mese dopo essere arrivato nella Diocesi di San Marino-Montefeltro, sono stato invitato dai Canonici della cattedrale di Modena a festeggiare una delle più antiche e più care feste della Diocesi di Modena: la festa della Madonna della Piazza, cioè della Madonna raffigurata dentro un affresco che era nella piazza e che i giacobini francesi volevano abbattere. Il popolo insorse come un sol uomo, staccò questo affresco e lo ricoverò nel Duomo. Questa festa è la festa della città di Modena. Mi hanno invitato perché penso che ritenessero che se fossi vissuto quel tempo sarei stato fra il popolo che ha espulso manu militari i giacobini. Avevo raccomandato loro di dire all’Arcivescovo di Modena, Monsignor Cocchi, grandissimo e intelligentissimo amico, di avvisare che sarei andato. Monsignor Cocchi, con la sua ironia intelligente, disse: “sono contentissimo! perché vedete, la Chiesa è diventata come un circo: più bestie entrano, più bestie si vedono, più il circo funziona”.
Ecco: io credo che in questa ironia sia contenuta una grande verità: con i circhi si diverte il popolo, ma non lo si forma! La Chiesa ha formato un popolo perché ha vissuto un ordine al suo interno che l’ha resa unita senza essere univoca; unita ed articolata e soprattutto capace di incontro con gli uomini. Credo che il recupero del valore dell’ordine ecclesiastico sia fondamentale per affrontare la emergenza educativa nella Chiesa.
+ Luigi Negri
Vescovo di San Marino - Montefeltro
«Amare la vita fino alla fine» è lo slogan della mobilitazione lanciata dalle associazioni
«Liberi per vivere» Al via la campagna in tutto il Paese.
Decolla il progetto per diffondere una nuova cultura della vita: banchetti sui sagrati, conferenze pubbliche, spazi di riflessione e informazione
DA MILANO DIEGO MOTTA
Risvegliare le coscienze e mobilitare i cittadini perché si facciano interpreti e promotori di un’autentica cultura della vita. È l’obiettivo con cui si è aperta la « fase due» della grande campagna di comunicazione lanciata da Scienza & Vita, Forum delle associazioni familiari e Retinopera. Dopo l’elaborazione del Manifesto «Liberi per vivere», presentato ufficialmente il 20 marzo scorso, ora il progetto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi del fine vita entra nel vivo. Entro il 10 maggio, infatti, arriveranno nelle diocesi e nelle 25mila parrocchie italiane e, successivamente, in tutte le associazioni e i movimenti ecclesiali oltre 16 milioni di dépliant, 74mila poster e 33mila lettere con un messaggio diretto da diffondere a tutti: «Amare la vita, fino alla fine».
Un piano di informazione e formazione capillare, che vuole tradurre in fatti concreti, incontri, dibattiti e divulgazione il lavoro di riflessione culturale portato avanti nei mesi scorsi dalle 43 associazioni che hanno sottoscritto il Manifesto dei valori «Liberi per vivere», una riflessione «alta» sulla cultura della vita dopo il caso di Eluana Englaro e il percorso politico apertosi in Parlamento per realizzare una legge sul fine vita in grado di sanare l’attuale vuoto legislativo.
«Ogni parroco riceverà tutto il materiale informativo necessario da diffondere nella propria comunità – spiega Beatrice Rosati, responsabile del coordinamento delle attività e del¬la comunicazione di Scienza & Vita – Si tratta di un vero e proprio kit per i portavoce della vita, quelle figure cui successivamente spetterà di organizzare sul territorio la mobilitazione su questi temi». Una campagna che passerà dai banchetti da allestire sui sagrati delle chiese alle assemblee pubbliche nei teatri e nei circoli cittadini, dagli spazi di riflessione dentro le ca- techesi alla diffusione di volantini e manifesti, grazie al coinvolgimento di associazioni e gruppi. Il motivo dominante sarà la vicinanza a chi soffre. Sempre, anche nelle situazioni più estreme. «Uno sguardo può vincere la solitudine» è il messaggio-chiave, che richiama alla necessità di relazioni vitali, in grado di accompagnare il malato durante la malattia, cercando ragioni di speranza anche dove è più difficile. «Nel Manifesto diciamo tre sì – ricorda Rosati – Sì alla vita, sì all’assistenza e sì alla medicina palliativa: vogliamo che le comunità cristiane, e non solo, sappiano mettere al centro le persone, a maggior ragione quando vivono stati di abbandono e di isolamento». È la testimonianza della prossimità amorevole, della vicinanza «senza se e senza ma», del bene silenzioso che spesso non fa notizia il significato più profondo di questa iniziativa, che lascerà «molto spazio all’immaginazione» confidano gli organizzatori di Scienza & Vita. Oltre ai «no» che verranno ripetuti, su eutanasia, accanimento terapeutico e abbandono del paziente, il lavoro da fare riguarda la creazione di reti informali sui territori, di sinergie tra cittadini e associazioni. «È la regola del passaparola, che vogliamo sia il più virtuoso possibile» osserva Rosati, che sta mettendo a punto una guida del portavoce, con le istruzioni per l’uso destinate a chi dovrà promuovere appuntamenti e sit-in sui territori. «A Torino puntiamo sul coinvolgimento dei parroci – racconta il responsabile cittadino di Scienza & Vita, Fabrizio Clari – Vorremmo fare informazione corretta su temi delicati e sensibili, coinvolgendo esperti in grado di chiarire la posta in gioco in materia scientifica e giuridica. E magari riuscire a fare breccia, con la forza delle nostre ragioni, anche in ambienti e circoli non riconducibili direttamente alla comunità cristiana ». «È necessario responsabilizzare tutte le associazioni che a suo tempo aderirono a Scienza & Vita – gli fanno eco da Ferrara Chiara Mantovani e da Arezzo Lorenzo Schoepflin – Ciascuno, con le proprie reti e i propri contatti, può aiutare a promuovere un’autentica cultura della vita». La sfida nelle città e nelle province d’Italia è già iniziata.
«È lo spirito che ci animò nel referendum»
DA MILANO
I nizia una lunga marcia per far ( ri) scoprire all’Italia profonda ( e agli italiani) il valore della vita nella sofferenza. È la sensazione che si coglie ragionando con i responsabili delle 43 sigle che hanno detto « sì » all’appello di Scienza & Vita e ora si preparano a smuovere l’opinione pubblica parlando il linguaggio più semplice e diretto: quello della testimonianza concreta di chi accompagna i valori alle scelte. « È come se ritornassimo allo spirito che animò la campagna a difesa della legge 40 nel referendum del 2005 – commenta Raffaele Loiacono, rappresentante di Rinnovamento nello Spirito nel Forum delle associazioni familiari – Tutto è iniziato allora e anche adesso, come avvenne quattro anni fa, ci viene chiesto di rispondere positivamente all’appello per la vita » . Una mobilitazione che ha raccolto, tra gli altri, il consenso di associazioni e movimenti, dall’Azione cattolica alle Acli, da Comunione e liberazione a Sant’Egidio, dal Movimento per la vita ai Focolarini, dall’Unitalsi all’Mcl.
Un esempio concreto ci sarà proprio durante la 32esima Convocazione di Rinnovamento nello Spirito, che si svolgerà a Rimini da domani a domenica: ciascun partecipante riceverà infatti manifesti, poster e volantini dell’iniziativa «Liberi per vivere». In tutto 15mila persone, quelle che interverranno all’assemblea, diventeranno a loro volta testimoni di questa iniziativa.
« Avremo volontari del nostro movimento presenti allo stand di Scienza & vita dalle 8 alle 20, in uno spazio rilevante di 8 metri per 4 – spiega Loiacono – Contiamo di distribuire materiale informativo e di fare promozione, anche grazie alla messa in onda di un dvd sul tema » . Coinvolgere per convincere, dunque, facendo leva su amicizie e rapporti nati e consolidati in anni di battaglie sulla frontiera della vita. « Il dialogo a tu per tu, il cuore a cuore sarà decisivo tanto quanto il porta a porta » afferma Loiacono. La sensazione è che l’opera di sensibilizzazione si giocherà nei prossimi mesi e tutti potranno fare la loro parte.
La Fuci, la Federazione degli universitari cattolici italiani, ad esempio ha appena chiuso il proprio convegno nazionale, cogliendo l’occasione per promuovere il Manifesto sul fine vita. « Ora l’attività continuerà negli atenei, che si organizzeranno autonomamente – spiega il presidente Emanuele Bordello –. Poi riprenderemo il nostro impegno di riflessione a Camaldoli, all’inizio di agosto, con le Settimane teologiche, cercando di capire bene i fondamenti della bioetica e di collegarla alla questione antropologica. Mentre il dibattito pubblico appare scletorizzato su posizioni inconciliabili, noi vorremmo provare a rendere ragione delle nostre posizioni, promuovendo la vita davvero a 360 gradi » . La riflessione sui temi della fragilità e della sofferenza non deve per forza rivoluzionare i cammini e gli itinerari di associazioni e movimenti, semmai la presa di coscienza in materia potrà scorrere in parallelo con l’attività dei diversi gruppi, ai quali verrà chiesto di individuare le modalità migliori per informare e formare i propri iscritti e simpatizzanti. « A maggio molti nostri iscritti dovranno affrontare le scadenze fiscali – esemplifica Antonio Biso, presidente del Caf nazionale di Coldiretti – e la possibilità di incrociarli nei nostri uffici ci darà modo senz’altro di presentare a loro e alle loro famiglie i volantini e i dépliant distribuiti da Scienza & Vita. Per chi, come noi, è da sempre attento a tutte le problematiche sociali ispirate alla dottrina sociale della Chiesa, poter ragionare da vicino su temi che chiamano in causa la nostra coscienza di credenti impegnati nel mondo del lavoro e della produzione, è un’occasione unica » . Una rete capace di sollecitare le coscienze, dunque. Come sostiene il Manifesto dei valori, quando dice che « la persona umana si sviluppa in una fitta rete di relazioni personali che contribuiscono a creare la sua identità unica. Troncare tale rete è un’ingiustizia verso tutti e un danno per tutti » .
Diego Motta
Gruppi e movimenti in campo, come nella campagna del 2005
DA MILANO DIEGO MOTTA
Risvegliare le coscienze e mobilitare i cittadini perché si facciano interpreti e promotori di un’autentica cultura della vita. È l’obiettivo con cui si è aperta la « fase due» della grande campagna di comunicazione lanciata da Scienza & Vita, Forum delle associazioni familiari e Retinopera. Dopo l’elaborazione del Manifesto «Liberi per vivere», presentato ufficialmente il 20 marzo scorso, ora il progetto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi del fine vita entra nel vivo. Entro il 10 maggio, infatti, arriveranno nelle diocesi e nelle 25mila parrocchie italiane e, successivamente, in tutte le associazioni e i movimenti ecclesiali oltre 16 milioni di dépliant, 74mila poster e 33mila lettere con un messaggio diretto da diffondere a tutti: «Amare la vita, fino alla fine».
Un piano di informazione e formazione capillare, che vuole tradurre in fatti concreti, incontri, dibattiti e divulgazione il lavoro di riflessione culturale portato avanti nei mesi scorsi dalle 43 associazioni che hanno sottoscritto il Manifesto dei valori «Liberi per vivere», una riflessione «alta» sulla cultura della vita dopo il caso di Eluana Englaro e il percorso politico apertosi in Parlamento per realizzare una legge sul fine vita in grado di sanare l’attuale vuoto legislativo.
«Ogni parroco riceverà tutto il materiale informativo necessario da diffondere nella propria comunità – spiega Beatrice Rosati, responsabile del coordinamento delle attività e del¬la comunicazione di Scienza & Vita – Si tratta di un vero e proprio kit per i portavoce della vita, quelle figure cui successivamente spetterà di organizzare sul territorio la mobilitazione su questi temi». Una campagna che passerà dai banchetti da allestire sui sagrati delle chiese alle assemblee pubbliche nei teatri e nei circoli cittadini, dagli spazi di riflessione dentro le ca- techesi alla diffusione di volantini e manifesti, grazie al coinvolgimento di associazioni e gruppi. Il motivo dominante sarà la vicinanza a chi soffre. Sempre, anche nelle situazioni più estreme. «Uno sguardo può vincere la solitudine» è il messaggio-chiave, che richiama alla necessità di relazioni vitali, in grado di accompagnare il malato durante la malattia, cercando ragioni di speranza anche dove è più difficile. «Nel Manifesto diciamo tre sì – ricorda Rosati – Sì alla vita, sì all’assistenza e sì alla medicina palliativa: vogliamo che le comunità cristiane, e non solo, sappiano mettere al centro le persone, a maggior ragione quando vivono stati di abbandono e di isolamento». È la testimonianza della prossimità amorevole, della vicinanza «senza se e senza ma», del bene silenzioso che spesso non fa notizia il significato più profondo di questa iniziativa, che lascerà «molto spazio all’immaginazione» confidano gli organizzatori di Scienza & Vita. Oltre ai «no» che verranno ripetuti, su eutanasia, accanimento terapeutico e abbandono del paziente, il lavoro da fare riguarda la creazione di reti informali sui territori, di sinergie tra cittadini e associazioni. «È la regola del passaparola, che vogliamo sia il più virtuoso possibile» osserva Rosati, che sta mettendo a punto una guida del portavoce, con le istruzioni per l’uso destinate a chi dovrà promuovere appuntamenti e sit-in sui territori. «A Torino puntiamo sul coinvolgimento dei parroci – racconta il responsabile cittadino di Scienza & Vita, Fabrizio Clari – Vorremmo fare informazione corretta su temi delicati e sensibili, coinvolgendo esperti in grado di chiarire la posta in gioco in materia scientifica e giuridica. E magari riuscire a fare breccia, con la forza delle nostre ragioni, anche in ambienti e circoli non riconducibili direttamente alla comunità cristiana ». «È necessario responsabilizzare tutte le associazioni che a suo tempo aderirono a Scienza & Vita – gli fanno eco da Ferrara Chiara Mantovani e da Arezzo Lorenzo Schoepflin – Ciascuno, con le proprie reti e i propri contatti, può aiutare a promuovere un’autentica cultura della vita». La sfida nelle città e nelle province d’Italia è già iniziata.
«È lo spirito che ci animò nel referendum»
DA MILANO
I nizia una lunga marcia per far ( ri) scoprire all’Italia profonda ( e agli italiani) il valore della vita nella sofferenza. È la sensazione che si coglie ragionando con i responsabili delle 43 sigle che hanno detto « sì » all’appello di Scienza & Vita e ora si preparano a smuovere l’opinione pubblica parlando il linguaggio più semplice e diretto: quello della testimonianza concreta di chi accompagna i valori alle scelte. « È come se ritornassimo allo spirito che animò la campagna a difesa della legge 40 nel referendum del 2005 – commenta Raffaele Loiacono, rappresentante di Rinnovamento nello Spirito nel Forum delle associazioni familiari – Tutto è iniziato allora e anche adesso, come avvenne quattro anni fa, ci viene chiesto di rispondere positivamente all’appello per la vita » . Una mobilitazione che ha raccolto, tra gli altri, il consenso di associazioni e movimenti, dall’Azione cattolica alle Acli, da Comunione e liberazione a Sant’Egidio, dal Movimento per la vita ai Focolarini, dall’Unitalsi all’Mcl.
Un esempio concreto ci sarà proprio durante la 32esima Convocazione di Rinnovamento nello Spirito, che si svolgerà a Rimini da domani a domenica: ciascun partecipante riceverà infatti manifesti, poster e volantini dell’iniziativa «Liberi per vivere». In tutto 15mila persone, quelle che interverranno all’assemblea, diventeranno a loro volta testimoni di questa iniziativa.
« Avremo volontari del nostro movimento presenti allo stand di Scienza & vita dalle 8 alle 20, in uno spazio rilevante di 8 metri per 4 – spiega Loiacono – Contiamo di distribuire materiale informativo e di fare promozione, anche grazie alla messa in onda di un dvd sul tema » . Coinvolgere per convincere, dunque, facendo leva su amicizie e rapporti nati e consolidati in anni di battaglie sulla frontiera della vita. « Il dialogo a tu per tu, il cuore a cuore sarà decisivo tanto quanto il porta a porta » afferma Loiacono. La sensazione è che l’opera di sensibilizzazione si giocherà nei prossimi mesi e tutti potranno fare la loro parte.
La Fuci, la Federazione degli universitari cattolici italiani, ad esempio ha appena chiuso il proprio convegno nazionale, cogliendo l’occasione per promuovere il Manifesto sul fine vita. « Ora l’attività continuerà negli atenei, che si organizzeranno autonomamente – spiega il presidente Emanuele Bordello –. Poi riprenderemo il nostro impegno di riflessione a Camaldoli, all’inizio di agosto, con le Settimane teologiche, cercando di capire bene i fondamenti della bioetica e di collegarla alla questione antropologica. Mentre il dibattito pubblico appare scletorizzato su posizioni inconciliabili, noi vorremmo provare a rendere ragione delle nostre posizioni, promuovendo la vita davvero a 360 gradi » . La riflessione sui temi della fragilità e della sofferenza non deve per forza rivoluzionare i cammini e gli itinerari di associazioni e movimenti, semmai la presa di coscienza in materia potrà scorrere in parallelo con l’attività dei diversi gruppi, ai quali verrà chiesto di individuare le modalità migliori per informare e formare i propri iscritti e simpatizzanti. « A maggio molti nostri iscritti dovranno affrontare le scadenze fiscali – esemplifica Antonio Biso, presidente del Caf nazionale di Coldiretti – e la possibilità di incrociarli nei nostri uffici ci darà modo senz’altro di presentare a loro e alle loro famiglie i volantini e i dépliant distribuiti da Scienza & Vita. Per chi, come noi, è da sempre attento a tutte le problematiche sociali ispirate alla dottrina sociale della Chiesa, poter ragionare da vicino su temi che chiamano in causa la nostra coscienza di credenti impegnati nel mondo del lavoro e della produzione, è un’occasione unica » . Una rete capace di sollecitare le coscienze, dunque. Come sostiene il Manifesto dei valori, quando dice che « la persona umana si sviluppa in una fitta rete di relazioni personali che contribuiscono a creare la sua identità unica. Troncare tale rete è un’ingiustizia verso tutti e un danno per tutti » .
Diego Motta
Gruppi e movimenti in campo, come nella campagna del 2005
La nuova Enciclica «approfondisce» la «Populorum Progressio» di Flavio Felice
Benedetto XVI firma la sua terza enciclica, la prima del suo Magistero sociale
Lunedì, 29 giugno 2009, festa solenne dei santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI firma la sua terza enciclica, la prima del suo Magistero sociale.
Lo scorso 13 giugno, durante l'udienza concessa ai soci e ai corsisti della Fondazione «Centesimus Annus», il Papa aveva sostenuto la necessità di ripensare i «paradigmi economico-finanziari dominanti negli ultimi anni». Secondo il pontefice, proprio «la crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni».
Il pontefice, parlando di economia di mercato, cita un passaggio decisivo della Centesimus annus del 1991, ritenendo che «la libertà nel settore dell'economia deve inquadrarsi in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, una libertà responsabile il cui centro è etico e religioso». A questo punto del discorso, il Papa ricorda ai presenti l'imminente pubblicazione dell'Enciclica dedicata all'economia, al lavoro e allo sviluppo: la Caritas in veritate. L’enciclica sociale sullo sviluppo che nelle intenzioni del Pontefice celebra ed aggiorna la Populorum progressio (1967) di Paolo VI. È stata proprio l’enciclica di Paolo VI ad insistere, oltre che sull’apprezzamento della cultura e della civiltà tecnica che contribuiscono alla liberazione dell’uomo, anche sul "dovere gravissimo", che incombe sulle Nazioni più sviluppate, di "aiutare i Paesi in via di sviluppo".
Con riferimento all’enciclica firmata oggi (ieri n.d.r.), Benedetto XVI disse ai soci e ai corsisti della Fondazione Centesimus Annus: «Come sapete, verrà prossimamente pubblicata la mia Enciclica dedicata proprio al vasto tema dell'economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obbiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale». Nell'occasione, Benedetto XVI cita un passaggio della «Centesimus Annus»: «Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti».
Mercato, proprietà, impresa, profitto, lavoro assumono un significato cristianamente consistente nella misura in cui il centro è Cristo; Cristo redentore che, rivelando Dio all’uomo, rivela l’uomo all’uomo. Il mercato dunque può assumere i caratteri cristiani della “relazionalità”, la proprietà assume la cifra della “responsabilità”, con il lavoro l’uomo – creato ad immagine e somiglianza del Padre-Creatore – “soggettivamente” partecipa in un certo senso all’“opera creatrice” del Padre-Creatore, l’impresa è la “comunità” di lavoro nella quale sperimenta il suo profondo legame con l’umanità intera ed il profitto è uno dei tanti (ma indispensabile) “parametri” per misurare la corretta (responsabile) allocazione dei beni della terra.
Al centro della riflessione della Caritas in veritate troviamo la questione dello sviluppo integrale della persona, ricordiamo quanto riconosciuto e proposto da Giovanni Paolo II e ripreso dallo stesso Benedetto XVI durante l’udienza del 13 giugno: «un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia».
Il senso di queste affermazioni, confermate e rafforzate da Benedetto XVI, incontra un caposaldo della tradizione dell’“economia sociale di mercato”: le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. In questa prospettiva, una sana “economia di mercato”, “economia d’impresa”, “economia libera” – ovvero un capitalismo rettamente inteso – sono sempre limitate da un ordine giuridico che le regola e da istituzioni morali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi che, nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale, interagiscono con esse e le influenzano, essendone esse stesse influenzate.
L’economia di mercato è sempre plasmata dalla cultura nella quale essa vive, e a sua volta, è influenzata dalle azioni e dalle abitudini quotidiane di coloro che la pongono in essere, poiché le azioni dei singoli influenzano la qualità della vita all’interno della società. È questo il “personalismo metodologico” che ha pervaso il Magistero sociale di Wojtyla e che continuerà a plasmare la cura pastorale di Benedetto XVI anche in ambito socio-economico.
Flavio Felice, autore di Appunti di dottrina sociale della Chiesa (insieme a P. Asolan), Rubbettino 2008 e di L’economia sociale di mercato, Rubbettino 2008.
Lo scorso 13 giugno, durante l'udienza concessa ai soci e ai corsisti della Fondazione «Centesimus Annus», il Papa aveva sostenuto la necessità di ripensare i «paradigmi economico-finanziari dominanti negli ultimi anni». Secondo il pontefice, proprio «la crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni».
Il pontefice, parlando di economia di mercato, cita un passaggio decisivo della Centesimus annus del 1991, ritenendo che «la libertà nel settore dell'economia deve inquadrarsi in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, una libertà responsabile il cui centro è etico e religioso». A questo punto del discorso, il Papa ricorda ai presenti l'imminente pubblicazione dell'Enciclica dedicata all'economia, al lavoro e allo sviluppo: la Caritas in veritate. L’enciclica sociale sullo sviluppo che nelle intenzioni del Pontefice celebra ed aggiorna la Populorum progressio (1967) di Paolo VI. È stata proprio l’enciclica di Paolo VI ad insistere, oltre che sull’apprezzamento della cultura e della civiltà tecnica che contribuiscono alla liberazione dell’uomo, anche sul "dovere gravissimo", che incombe sulle Nazioni più sviluppate, di "aiutare i Paesi in via di sviluppo".
Con riferimento all’enciclica firmata oggi (ieri n.d.r.), Benedetto XVI disse ai soci e ai corsisti della Fondazione Centesimus Annus: «Come sapete, verrà prossimamente pubblicata la mia Enciclica dedicata proprio al vasto tema dell'economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obbiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale». Nell'occasione, Benedetto XVI cita un passaggio della «Centesimus Annus»: «Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti».
Mercato, proprietà, impresa, profitto, lavoro assumono un significato cristianamente consistente nella misura in cui il centro è Cristo; Cristo redentore che, rivelando Dio all’uomo, rivela l’uomo all’uomo. Il mercato dunque può assumere i caratteri cristiani della “relazionalità”, la proprietà assume la cifra della “responsabilità”, con il lavoro l’uomo – creato ad immagine e somiglianza del Padre-Creatore – “soggettivamente” partecipa in un certo senso all’“opera creatrice” del Padre-Creatore, l’impresa è la “comunità” di lavoro nella quale sperimenta il suo profondo legame con l’umanità intera ed il profitto è uno dei tanti (ma indispensabile) “parametri” per misurare la corretta (responsabile) allocazione dei beni della terra.
Al centro della riflessione della Caritas in veritate troviamo la questione dello sviluppo integrale della persona, ricordiamo quanto riconosciuto e proposto da Giovanni Paolo II e ripreso dallo stesso Benedetto XVI durante l’udienza del 13 giugno: «un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia».
Il senso di queste affermazioni, confermate e rafforzate da Benedetto XVI, incontra un caposaldo della tradizione dell’“economia sociale di mercato”: le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. In questa prospettiva, una sana “economia di mercato”, “economia d’impresa”, “economia libera” – ovvero un capitalismo rettamente inteso – sono sempre limitate da un ordine giuridico che le regola e da istituzioni morali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi che, nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale, interagiscono con esse e le influenzano, essendone esse stesse influenzate.
L’economia di mercato è sempre plasmata dalla cultura nella quale essa vive, e a sua volta, è influenzata dalle azioni e dalle abitudini quotidiane di coloro che la pongono in essere, poiché le azioni dei singoli influenzano la qualità della vita all’interno della società. È questo il “personalismo metodologico” che ha pervaso il Magistero sociale di Wojtyla e che continuerà a plasmare la cura pastorale di Benedetto XVI anche in ambito socio-economico.
Flavio Felice, autore di Appunti di dottrina sociale della Chiesa (insieme a P. Asolan), Rubbettino 2008 e di L’economia sociale di mercato, Rubbettino 2008.
SULLA CARITAS IN VERITATE
Intervista a Giorgio Vittadini
giovedì 9 luglio 2009 Vittadini: dagli artigiani alle coop, l'Italia vicina all'enciclica
Nell’enciclica di Benedetto XVI c’è l’idea che lo sviluppo debba far spazio al «principio di gratuità». Utopia?
R. «Anche una lucidatrice o una macchina per fresare il legno possono essere un aspetto della gratuità».
Prego, professore?
R. «Pensi al mondo della piccola e media impresa, ai tanti che vogliono sì il profitto, ma come strumento: per vivere e far vivere meglio, ma anche per il bene comune. Sono gli imprenditori a cui piace fare impresa e le cose per bene, che hanno cura del prodotto perché ci tengono e desiderano creare un ambiente confortevole, allearsi col lavoratore, rendere ricco il territorio...».
Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere, è presidente della Fondazione per la sussidiarietà. Un tema centrale, nella Caritas in veritate.
R. «Penso alla tradizione del mercato italiano, al movimento cattolico e a quello operaio...».
E che c’entra?
R. «C’entra, c’entra. Per fare l’esempio dell’Italia, sono movimenti che da subito hanno reso il capitalismo intriso degli ideali di giustizia e di ricerca del bene comune, al di là del vituperato liberismo finanziario. Del resto, all’inizio del secolo scorso le casse rurali e di risparmio o le banche popolari facevano finanza creando bene comune».
Non c’è utopia, dunque?
R. «C’è una lettura profetica, piuttosto, fondata sulla realtà. La sussidiarietà e il mercato sono affrontati a partire da una concezione dell’uomo. Anni fa si parlava al massimo di "risorsa umana", qui si pone l’uomo al cuore dell’economia: carità nella verità. È rivoluzionario: la carità - il "dono di sé commosso", diceva Don Giussani - è la verità dell’uomo fatto a immagine di Dio, che è carità. Quindi l’uomo è responsabile verso gli altri uomini».
E allora?
R. «E allora la sussidiarietà è la valorizzazione di questo uomo che non sta da solo ed è capace di fare il bene. Nasce da un domanda: come posso portare il bene comune? Con lo Stato, dall’alto? O piuttosto dando valore a tutte quelle persone, movimenti e corpi intermedi della società che dal basso, essendo espressione dell’uomo, non possono che agire per il bene?».
Il Papa si riferisce alla globalizzazione...
R. «Il governo dall’alto, come unione di Stati, rischia di non avere effetto perché non valorizza soggetti capaci di fare del bene. Nel mondo ci sono comunità locali, associazioni, movimenti, realtà che operano per la libertà e la giustizia, per l’ambiente o contro il lavoro minorile, esistono persone come l’economista Muhammad Yunus che vanno coinvolte. C’è un’interconnessione di realtà virtuose che dice molto più dei modelli teorici».
E la realtà italiana può essere un modello?
R. «In Italia c’è già un mercato molto più vicino a quello di cui parla l’enciclica. Dalle piccole e medie imprese alle associazioni artigiane alla Lega delle cooperative alla CdO, abbiamo un’economia che accetta il mercato avendo però uno scopo ideale».
L’etica nell’economia?
R. «Il mercato può essere inteso come egoismo puro o come condivisione o come offerta di beni che migliori la vita delle persone. Uno dei grandi meriti dell’enciclica è di non dire "no" al mercato e all’impresa e "sì" solo a non profit e volontariato. Ridefinisce impresa e finanza in modo meno isterico, offre un’idea di mercato più sfaccettata. Rappresenta la fine dell’ideologia per cui l’economia, per definirsi, non ha bisogno dell’uomo».
Va bene, ma la lucidatrice?
R. «Adam Smith distingueva tra valore d’uso e valore di scambio. E il valore di scambio c’è perché questa cosa è utile, fatta bene e bella, quindi vivo meglio. Se il profitto è uno strumento, qual è lo scopo? Il "dono di sé commosso": l’imprenditore guarda al profitto ma insieme cerca di rendere il suo prodotto migliore. Quella del Papa è un’idea di economia più ricca, a colori, reale».
(Gian Guido Vecchi)
Pubblicato su Il Corriere della Sera del 9 luglio 2009
giovedì 9 luglio 2009 Vittadini: dagli artigiani alle coop, l'Italia vicina all'enciclica
Nell’enciclica di Benedetto XVI c’è l’idea che lo sviluppo debba far spazio al «principio di gratuità». Utopia?
R. «Anche una lucidatrice o una macchina per fresare il legno possono essere un aspetto della gratuità».
Prego, professore?
R. «Pensi al mondo della piccola e media impresa, ai tanti che vogliono sì il profitto, ma come strumento: per vivere e far vivere meglio, ma anche per il bene comune. Sono gli imprenditori a cui piace fare impresa e le cose per bene, che hanno cura del prodotto perché ci tengono e desiderano creare un ambiente confortevole, allearsi col lavoratore, rendere ricco il territorio...».
Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere, è presidente della Fondazione per la sussidiarietà. Un tema centrale, nella Caritas in veritate.
R. «Penso alla tradizione del mercato italiano, al movimento cattolico e a quello operaio...».
E che c’entra?
R. «C’entra, c’entra. Per fare l’esempio dell’Italia, sono movimenti che da subito hanno reso il capitalismo intriso degli ideali di giustizia e di ricerca del bene comune, al di là del vituperato liberismo finanziario. Del resto, all’inizio del secolo scorso le casse rurali e di risparmio o le banche popolari facevano finanza creando bene comune».
Non c’è utopia, dunque?
R. «C’è una lettura profetica, piuttosto, fondata sulla realtà. La sussidiarietà e il mercato sono affrontati a partire da una concezione dell’uomo. Anni fa si parlava al massimo di "risorsa umana", qui si pone l’uomo al cuore dell’economia: carità nella verità. È rivoluzionario: la carità - il "dono di sé commosso", diceva Don Giussani - è la verità dell’uomo fatto a immagine di Dio, che è carità. Quindi l’uomo è responsabile verso gli altri uomini».
E allora?
R. «E allora la sussidiarietà è la valorizzazione di questo uomo che non sta da solo ed è capace di fare il bene. Nasce da un domanda: come posso portare il bene comune? Con lo Stato, dall’alto? O piuttosto dando valore a tutte quelle persone, movimenti e corpi intermedi della società che dal basso, essendo espressione dell’uomo, non possono che agire per il bene?».
Il Papa si riferisce alla globalizzazione...
R. «Il governo dall’alto, come unione di Stati, rischia di non avere effetto perché non valorizza soggetti capaci di fare del bene. Nel mondo ci sono comunità locali, associazioni, movimenti, realtà che operano per la libertà e la giustizia, per l’ambiente o contro il lavoro minorile, esistono persone come l’economista Muhammad Yunus che vanno coinvolte. C’è un’interconnessione di realtà virtuose che dice molto più dei modelli teorici».
E la realtà italiana può essere un modello?
R. «In Italia c’è già un mercato molto più vicino a quello di cui parla l’enciclica. Dalle piccole e medie imprese alle associazioni artigiane alla Lega delle cooperative alla CdO, abbiamo un’economia che accetta il mercato avendo però uno scopo ideale».
L’etica nell’economia?
R. «Il mercato può essere inteso come egoismo puro o come condivisione o come offerta di beni che migliori la vita delle persone. Uno dei grandi meriti dell’enciclica è di non dire "no" al mercato e all’impresa e "sì" solo a non profit e volontariato. Ridefinisce impresa e finanza in modo meno isterico, offre un’idea di mercato più sfaccettata. Rappresenta la fine dell’ideologia per cui l’economia, per definirsi, non ha bisogno dell’uomo».
Va bene, ma la lucidatrice?
R. «Adam Smith distingueva tra valore d’uso e valore di scambio. E il valore di scambio c’è perché questa cosa è utile, fatta bene e bella, quindi vivo meglio. Se il profitto è uno strumento, qual è lo scopo? Il "dono di sé commosso": l’imprenditore guarda al profitto ma insieme cerca di rendere il suo prodotto migliore. Quella del Papa è un’idea di economia più ricca, a colori, reale».
(Gian Guido Vecchi)
Pubblicato su Il Corriere della Sera del 9 luglio 2009
FINE VITA/ Non bastano i neuroni a spiegare quella domanda che abita nella nostra testa
Costantino Esposito
(da: www.ilsussidiario.net) Nel dibattito filosofico attuale la coscienza resta per molti ancora un “mistero”, perché ancora inesplicabile risulta essere il rapporto causale tra i meccanismi e le funzioni del nostro cervello e l’esperienza che il nostro io fa di sé stesso come un soggetto cosciente. Come si può spiegare l’emergere da una realtà di tipo fisico e oggettivo (più specificamente neurobiologico) di un fenomeno squisitamente soggettivo, quale è il nostro esser-coscienti, in prima persona, di noi stessi e del mondo? Si tratta di un semplice rapporto di causa-effetto, e quindi di una connessione spiegabile esaurientemente sul piano naturalistico, al pari di ogni altro fenomeno fisico-organico (quali il metabolismo o la riproduzione)? Oppure resta uno iato, una differenza incolmabile tra il piano fisico o cerebrale e quello psichico o mentale?
Senza addentrarci nell’intricata suddivisione delle posizioni in campo, possiamo dire tuttavia che in entrambe queste alternative la coscienza è un mistero in senso sostanzialmente negativo, e cioè indica o l’impossibilità di rendere conto di una realtà inesplicabile (come nei cosiddetti “dualisti”, che tengono ferma la separazione tra le due realtà, quella fisica e quella mentale) oppure, molto più frequentemente, indica la nostra attuale ignoranza su certi processi della causalità fisica, che almeno in linea di principio si deve pensare verrà un giorno colmata grazie allo sviluppo sempre più sofisticato delle nostre tecniche di indagine della natura. In altri termini, il mistero indicherebbe solo un residuo ancora oscuro, il cui destino è quello però di assottigliarsi sempre di più.
Come ha scritto di recente un filosofo della mente, John Searle, «il mistero della coscienza verrà progressivamente rimosso quando risolveremo il problema biologico della coscienza. Il mistero non costituisce un ostacolo metafisico ad una comprensione del funzionamento del cervello; il senso di mistero deriva piuttosto dal fatto che, attualmente, non soltanto non sappiamo come esso funziona, ma non abbiamo nemmeno un’idea chiara di come il cervello potrebbe funzionare per causare la coscienza. Non comprendiamo neppure come sia possibile una cosa simile. Ma ci siamo trovati in una situazione analoga anche in passato» (Il mistero della coscienza, Cortina, Milano 1998, p. 166).
Naturale, dunque, che la questione venga riaccesa dalle ultime rilevazioni da parte di un’equipe anglo-belga di neuroscienziati, e pubblicate sul «New England Journal of Medecine», riguardo a un’attività cerebrale che continuerebbe ad essere esercitata anche in persone che si trovano in uno stato vegetativo persistente, in risposta a determinati stimoli elettromagnetici
Ma prima ancora di tutte le inevitabili ricadute che tale rilevazione avrà sulle discussioni bioetiche riguardo alla soglia tra la vita e la morte e al valore della coscienza individuale, essa fa sorgere nuovamente una domanda, e cioè che cosa veramente accade - per esperienza diretta - quando la nostra attività cerebrale, nel corso del suo stesso funzionamento neurobiologico, sempre sollecitata da stimoli esterni e interni, giunge a consapevolezza di sé.
La nostra mente non solo funziona, ma sa di funzionare; non solo risulta essere un effetto di determinate cause neurobiologiche, ma conosce, giudica e valuta questa sua attività. Non si tratta semplicemente di rivendicare “qualcosa” di irriducibile al funzionamento meccanico del nostro cervello, ma di rendersi conto che dentro a questo meccanismo si rende presente qualcosa di inesplicabile e che possiamo chiamare il “soggetto” del meccanismo stesso.
Una volta Agostino d’Ippona - forse il pensatore più “moderno” di tutti i moderni - ha scritto che la mente umana quando giunge a consapevolezza di sé, e cioè quando arriva a porre la domanda sul perché della propria stessa esistenza o sul senso ultimo della propria vita, si imbatte in un abisso - «abyssus humanae conscientiae» (Confessioni, libro X, 2.2) - nel quale l’io scopre di avere in sé la traccia di qualcosa di altro da sé. E non è un caso che Agostino chiami questo abisso della coscienza umana con il nome di “memoria”, che è come una “caverna” profondissima o uno “scrigno” dalla capacità quasi infinita, in cui sono custodite tutte le esperienze, le conoscenze, le immagini, i sentimenti che abbiamo provato nel corso della nostra vita, e di cui non sempre abbiamo coscienza, ma che continuano a riaffiorare dietro l’impulso di stimoli, occasioni e associazioni esterne.
È nella sua memoria, cioè nell’esercizio concreto e naturale della mente, che l’io si ritrova per così dire addosso quella domanda sul perché, ma anche la risposta a tale domanda: ciò per cui siamo fatti è la felicità, ed è il desiderio di essere felici che ci fa capire la stoffa della nostra coscienza. Ma non una felicità qualsiasi, aggiunge Agostino, identificata con questa o con quell’altra soddisfazione naturalistica, ma con una felicità vera, con quella gioia o quel gusto della verità («gaudium de veritate»: libro X, 23.33) che non è altro che il riconoscimento amoroso di ciò per cui vale la pena vivere.
Senza il riferimento, in noi, a qualcosa che - secondo il meccanismo naturale - sarebbe semplicemente impossibile a noi, non si spiegherebbe quel desiderio e quella evidenza della nostra coscienza. In tal modo la coscienza scopre in sé un “mistero”, inteso stavolta non in senso meramente negativo (cioè dovuto soltanto ai limiti della nostra conoscenza), ma in senso “positivo”, starei per dire razionale, quello che indica che noi siamo strutturalmente in rapporto con il motivo per cui stiamo al mondo – e quindi la nostra coscienza non implica solo la funzione, ma anche la ragione del nostro meccanismo naturale, ossia il suo fine.
Il mistero della coscienza di cui parla la filosofia contemporanea della mente può essere così inteso come la coscienza del mistero, che non manca mai di sorprenderci, come l’aspetto più interessante nella natura della nostra mente. È solo alla luce di questa scoperta di un mistero reale nella nostra coscienza che diviene infine sorprendente quella traccia di risposta che si leva dal silenzio “vegetativo” di una mente che sembrava definitivamente addormentata, se non persa a se stessa e al mondo. Non è solo qualcosa che va “oltre” il meccanismo naturale, ma è il suo centro invisibile, il principio operativo di ogni coscienza.
(da: www.ilsussidiario.net) Nel dibattito filosofico attuale la coscienza resta per molti ancora un “mistero”, perché ancora inesplicabile risulta essere il rapporto causale tra i meccanismi e le funzioni del nostro cervello e l’esperienza che il nostro io fa di sé stesso come un soggetto cosciente. Come si può spiegare l’emergere da una realtà di tipo fisico e oggettivo (più specificamente neurobiologico) di un fenomeno squisitamente soggettivo, quale è il nostro esser-coscienti, in prima persona, di noi stessi e del mondo? Si tratta di un semplice rapporto di causa-effetto, e quindi di una connessione spiegabile esaurientemente sul piano naturalistico, al pari di ogni altro fenomeno fisico-organico (quali il metabolismo o la riproduzione)? Oppure resta uno iato, una differenza incolmabile tra il piano fisico o cerebrale e quello psichico o mentale?
Senza addentrarci nell’intricata suddivisione delle posizioni in campo, possiamo dire tuttavia che in entrambe queste alternative la coscienza è un mistero in senso sostanzialmente negativo, e cioè indica o l’impossibilità di rendere conto di una realtà inesplicabile (come nei cosiddetti “dualisti”, che tengono ferma la separazione tra le due realtà, quella fisica e quella mentale) oppure, molto più frequentemente, indica la nostra attuale ignoranza su certi processi della causalità fisica, che almeno in linea di principio si deve pensare verrà un giorno colmata grazie allo sviluppo sempre più sofisticato delle nostre tecniche di indagine della natura. In altri termini, il mistero indicherebbe solo un residuo ancora oscuro, il cui destino è quello però di assottigliarsi sempre di più.
Come ha scritto di recente un filosofo della mente, John Searle, «il mistero della coscienza verrà progressivamente rimosso quando risolveremo il problema biologico della coscienza. Il mistero non costituisce un ostacolo metafisico ad una comprensione del funzionamento del cervello; il senso di mistero deriva piuttosto dal fatto che, attualmente, non soltanto non sappiamo come esso funziona, ma non abbiamo nemmeno un’idea chiara di come il cervello potrebbe funzionare per causare la coscienza. Non comprendiamo neppure come sia possibile una cosa simile. Ma ci siamo trovati in una situazione analoga anche in passato» (Il mistero della coscienza, Cortina, Milano 1998, p. 166).
Naturale, dunque, che la questione venga riaccesa dalle ultime rilevazioni da parte di un’equipe anglo-belga di neuroscienziati, e pubblicate sul «New England Journal of Medecine», riguardo a un’attività cerebrale che continuerebbe ad essere esercitata anche in persone che si trovano in uno stato vegetativo persistente, in risposta a determinati stimoli elettromagnetici
Ma prima ancora di tutte le inevitabili ricadute che tale rilevazione avrà sulle discussioni bioetiche riguardo alla soglia tra la vita e la morte e al valore della coscienza individuale, essa fa sorgere nuovamente una domanda, e cioè che cosa veramente accade - per esperienza diretta - quando la nostra attività cerebrale, nel corso del suo stesso funzionamento neurobiologico, sempre sollecitata da stimoli esterni e interni, giunge a consapevolezza di sé.
La nostra mente non solo funziona, ma sa di funzionare; non solo risulta essere un effetto di determinate cause neurobiologiche, ma conosce, giudica e valuta questa sua attività. Non si tratta semplicemente di rivendicare “qualcosa” di irriducibile al funzionamento meccanico del nostro cervello, ma di rendersi conto che dentro a questo meccanismo si rende presente qualcosa di inesplicabile e che possiamo chiamare il “soggetto” del meccanismo stesso.
Una volta Agostino d’Ippona - forse il pensatore più “moderno” di tutti i moderni - ha scritto che la mente umana quando giunge a consapevolezza di sé, e cioè quando arriva a porre la domanda sul perché della propria stessa esistenza o sul senso ultimo della propria vita, si imbatte in un abisso - «abyssus humanae conscientiae» (Confessioni, libro X, 2.2) - nel quale l’io scopre di avere in sé la traccia di qualcosa di altro da sé. E non è un caso che Agostino chiami questo abisso della coscienza umana con il nome di “memoria”, che è come una “caverna” profondissima o uno “scrigno” dalla capacità quasi infinita, in cui sono custodite tutte le esperienze, le conoscenze, le immagini, i sentimenti che abbiamo provato nel corso della nostra vita, e di cui non sempre abbiamo coscienza, ma che continuano a riaffiorare dietro l’impulso di stimoli, occasioni e associazioni esterne.
È nella sua memoria, cioè nell’esercizio concreto e naturale della mente, che l’io si ritrova per così dire addosso quella domanda sul perché, ma anche la risposta a tale domanda: ciò per cui siamo fatti è la felicità, ed è il desiderio di essere felici che ci fa capire la stoffa della nostra coscienza. Ma non una felicità qualsiasi, aggiunge Agostino, identificata con questa o con quell’altra soddisfazione naturalistica, ma con una felicità vera, con quella gioia o quel gusto della verità («gaudium de veritate»: libro X, 23.33) che non è altro che il riconoscimento amoroso di ciò per cui vale la pena vivere.
Senza il riferimento, in noi, a qualcosa che - secondo il meccanismo naturale - sarebbe semplicemente impossibile a noi, non si spiegherebbe quel desiderio e quella evidenza della nostra coscienza. In tal modo la coscienza scopre in sé un “mistero”, inteso stavolta non in senso meramente negativo (cioè dovuto soltanto ai limiti della nostra conoscenza), ma in senso “positivo”, starei per dire razionale, quello che indica che noi siamo strutturalmente in rapporto con il motivo per cui stiamo al mondo – e quindi la nostra coscienza non implica solo la funzione, ma anche la ragione del nostro meccanismo naturale, ossia il suo fine.
Il mistero della coscienza di cui parla la filosofia contemporanea della mente può essere così inteso come la coscienza del mistero, che non manca mai di sorprenderci, come l’aspetto più interessante nella natura della nostra mente. È solo alla luce di questa scoperta di un mistero reale nella nostra coscienza che diviene infine sorprendente quella traccia di risposta che si leva dal silenzio “vegetativo” di una mente che sembrava definitivamente addormentata, se non persa a se stessa e al mondo. Non è solo qualcosa che va “oltre” il meccanismo naturale, ma è il suo centro invisibile, il principio operativo di ogni coscienza.
Se non parlano i Vescovi contro la cultura della morte, chi lo farà?
Autore: Rodari Paolo
Fonte: Il Foglio, 26 Gennaio 2010 È dai tempi di Voltaire che il radicalesimo laico vuole “Écraser l’infâme”. Dove l’infame da schiacciare è la Chiesa. Ma tre grandi papi non hanno mai taciuto l’Evangelium vitae
Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” disse di lui Benedetto XVI non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler. E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.
Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”. E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene dice certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli. Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo dì radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo Il chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che, questo tentativo sia terminato”.
Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe
Disprezzo per ogni forma di legge morale”. E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infâme’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.
Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio. Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo Il? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.
Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la Conferenza Episcopale Italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere, la propria identità. Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.
Paolo Rodari
Fonte: Il Foglio, 26 Gennaio 2010 È dai tempi di Voltaire che il radicalesimo laico vuole “Écraser l’infâme”. Dove l’infame da schiacciare è la Chiesa. Ma tre grandi papi non hanno mai taciuto l’Evangelium vitae
Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” disse di lui Benedetto XVI non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler. E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.
Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”. E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene dice certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli. Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo dì radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo Il chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che, questo tentativo sia terminato”.
Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe
Disprezzo per ogni forma di legge morale”. E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infâme’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.
Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio. Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo Il? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.
Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la Conferenza Episcopale Italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere, la propria identità. Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.
Paolo Rodari
Comunicato dei Vescovi dell'Emilia Romagna in vista delle elezioni regionali
28 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il comunicato dei Vescovi della regione Emilia-Romagna in vista delle elezioni regionali.
Gli Arcivescovi e Vescovi della regione Emilia-Romagna desiderano indirizzare ai fedeli delle loro comunità questa comunicazione, in vista delle elezioni regionali del prossimo mese di marzo.
1. Come Vescovi, la nostra prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo proponendo ad ogni uomo la via della fede, come via della libertà, come via della responsabilità e della salvezza.
Ma il Vangelo che dobbiamo annunciare contiene anche una precisa concezione dell'uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona. È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l'attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell'espressione «valori non negoziabili».
2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell'ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell'educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l'accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.
3. È questo complesso di beni che costituisce l'orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l'attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana.
4. Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l'oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l'assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e mass-mediatici o avvilite da interessi particolaristici. Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.
5. La Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28]. Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall'impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798).
6. Ma è un diritto dei fedeli essere illuminati dai propri pastori quando devono prendere decisioni importanti. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente quanto segue.
Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori (cfr. § 2) umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire. Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell'attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica - per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli - dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione. L'aiuto che i sacerdoti devono dare quindi consiste nell'illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele. Ma il sacerdote deve astenersi completamente dall'indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione. Questa indicazione infatti sarebbe in realtà un'indicazione di voto.
La nostra Regione, così come l'intera nostra nazione, sta attraversando un momento difficile. Pensiamo in primo luogo e siamo vicini alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche; e a chi ha perduto o rischia di perdere il lavoro. La consultazione elettorale è una occasione nella quale ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.
In questo modo «la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» [Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa n. 207].
Con la nostra Benedizione. 22 Febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro
CAFFARRA S.Em. Card. CARLO, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEER
VERUCCHI S.E. Mons. GIUSEPPE, Arcivescovo di Ravenna-Cervia e Vicepresidente della CEER
RABITTI S.E. Mons. PAOLO, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
AMBROSIO S.E. Mons. GIANNI, Vescovo di Piacenza - Bobbio
CAPRIOLI S.E. Mons. ADRIANO, Vescovo di Reggio Emilia - Guastalla
GHIRELLI S.E. Mons. TOMMASO, Vescovo di Imola
GHIZZONI S.E. Mons. LORENZO, Vescovo ausiliare di Reggio Emilia - Guastalla
LAMBIASI S.E. Mons. FRANCESCO, Vescovo di Rimini
LANFRANCHI S.E. Mons. ANTONIO, Amministratore Apostolico di Cesena - Sarsina
LOSAVIO Mons. PAOLO, Amministratore Diocesano di Modena - Nonantola
MAZZA S.E. Mons. CARLO, Vescovo di Fidenza
NEGRI S.E. Mons. LUIGI, Vescovo di San Marino - Montefeltro
PIZZI S.E. Mons. LINO, Vescovo di Forlì - Bertinoro
SOLMI S.E. Mons. ENRICO, Vescovo di Parma
STAGNI S.E. Mons. CLAUDIO, Vescovo di Faenza - Modigliana
TINTI S.E. Mons. ELIO, Vescovo di Carpi
VECCHI S.E. Mons. ERNESTO, Vescovo ausiliare di Bologna, Segretario della CEER
1. Come Vescovi, la nostra prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo proponendo ad ogni uomo la via della fede, come via della libertà, come via della responsabilità e della salvezza.
Ma il Vangelo che dobbiamo annunciare contiene anche una precisa concezione dell'uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona. È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l'attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell'espressione «valori non negoziabili».
2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell'ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell'educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l'accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.
3. È questo complesso di beni che costituisce l'orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l'attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana.
4. Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l'oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l'assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e mass-mediatici o avvilite da interessi particolaristici. Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.
5. La Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28]. Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall'impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798).
6. Ma è un diritto dei fedeli essere illuminati dai propri pastori quando devono prendere decisioni importanti. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente quanto segue.
Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori (cfr. § 2) umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire. Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell'attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica - per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli - dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione. L'aiuto che i sacerdoti devono dare quindi consiste nell'illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele. Ma il sacerdote deve astenersi completamente dall'indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione. Questa indicazione infatti sarebbe in realtà un'indicazione di voto.
La nostra Regione, così come l'intera nostra nazione, sta attraversando un momento difficile. Pensiamo in primo luogo e siamo vicini alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche; e a chi ha perduto o rischia di perdere il lavoro. La consultazione elettorale è una occasione nella quale ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.
In questo modo «la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» [Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa n. 207].
Con la nostra Benedizione. 22 Febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro
CAFFARRA S.Em. Card. CARLO, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEER
VERUCCHI S.E. Mons. GIUSEPPE, Arcivescovo di Ravenna-Cervia e Vicepresidente della CEER
RABITTI S.E. Mons. PAOLO, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
AMBROSIO S.E. Mons. GIANNI, Vescovo di Piacenza - Bobbio
CAPRIOLI S.E. Mons. ADRIANO, Vescovo di Reggio Emilia - Guastalla
GHIRELLI S.E. Mons. TOMMASO, Vescovo di Imola
GHIZZONI S.E. Mons. LORENZO, Vescovo ausiliare di Reggio Emilia - Guastalla
LAMBIASI S.E. Mons. FRANCESCO, Vescovo di Rimini
LANFRANCHI S.E. Mons. ANTONIO, Amministratore Apostolico di Cesena - Sarsina
LOSAVIO Mons. PAOLO, Amministratore Diocesano di Modena - Nonantola
MAZZA S.E. Mons. CARLO, Vescovo di Fidenza
NEGRI S.E. Mons. LUIGI, Vescovo di San Marino - Montefeltro
PIZZI S.E. Mons. LINO, Vescovo di Forlì - Bertinoro
SOLMI S.E. Mons. ENRICO, Vescovo di Parma
STAGNI S.E. Mons. CLAUDIO, Vescovo di Faenza - Modigliana
TINTI S.E. Mons. ELIO, Vescovo di Carpi
VECCHI S.E. Mons. ERNESTO, Vescovo ausiliare di Bologna, Segretario della CEER
Muore il Card. Špidlík, il discorso del Papa Benedetto XVI al termine delle esequie
ROMA, domenica, 18 aprile 2010 (ZENIT.org).- Si è spento venerdì sera a Roma, all’età di 90 anni, il Cardinale gesuita Tomáš Špidlík, celebre per i suoi numerosi studi sulla spiritualità delle Chiese d'Oriente.
Venerati Fratelli, illustri Signori Signore, cari fratelli e sorelle!
Tra le ultime parole pronunciate dal compianto Cardinale Špidlík, vi sono state queste: "Per tutta la vita ho cercato il volto di Gesù, e ora sono felice e sereno perché sto per andare a vederlo". Questo stupendo pensiero – così semplice, quasi infantile nella sua espressione, eppure così profondo e vero – rimanda immediatamente alla preghiera di Gesù, che è risuonata poc’anzi nel Vangelo: "Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo" (Gv 17,24). E’ bello e consolante meditare questa corrispondenza tra il desiderio dell’uomo, che aspira a vedere il volto del Signore, e il desiderio di Gesù stesso. In realtà, quella di Cristo è ben più di un’aspirazione: è una volontà. Gesù dice al Padre: "voglio che quelli che mi hai dato siano con me". Ed è proprio qui, in questa volontà, che noi troviamo la "roccia", il fondamento solido per credere e per sperare. La volontà di Gesù in effetti coincide con quella di Dio Padre, e con l’opera dello Spirito Santo costituisce per l’uomo una sorta di "abbraccio" sicuro, forte e dolce, che lo conduce alla vita eterna.
Che immenso dono ascoltare questa volontà di Dio dalla sua stessa bocca! Penso che i grandi uomini di fede vivono immersi in questa grazia, hanno il dono di percepire con particolare forza questa verità, e così possono attraversare anche dure prove, come le ha attraversate Padre Tomáš Špidlík, senza perdere la fiducia, e conservando anzi un vivo senso dell’umorismo, che è certamente un segno di intelligenza ma anche di libertà interiore. Sotto questo profilo, era evidente la somiglianza tra il nostro compianto Cardinale e il Venerabile Giovanni Paolo II: entrambi erano portati alla battuta spiritosa e allo scherzo, pur avendo avuto in gioventù vicende personali difficili e per certi aspetti simili. La Provvidenza li ha fatti incontrare e collaborare per il bene della Chiesa, specialmente perché essa impari a respirare pienamente "con i suoi due polmoni", come amava dire il Papa slavo.
Questa libertà e presenza di spirito ha il suo fondamento oggettivo nella Risurrezione di Cristo. Mi piace sottolinearlo perché ci troviamo nel tempo liturgico pasquale e perché lo suggeriscono la prima e la seconda lettura biblica di questa celebrazione. Nella sua prima predicazione, il giorno di Pentecoste, san Pietro, ricolmo di Spirito Santo, annuncia il compimento in Gesù Cristo del Salmo 16. E’ stupendo vedere come lo Spirito Santo riveli agli Apostoli tutta la bellezza di quelle parole nella piena luce interiore della Risurrezione: "Contemplavo il Signore innanzi a me, / egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. / Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, / e anche la mia carne riposerà nella speranza" (At 2,25-26; cfr Sal 16/15,8-9). Questa preghiera trova un compimento sovrabbondante quando Cristo, il Santo di Dio, non viene abbandonato negli inferi. Egli per primo ha conosciuto "le vie della vita" ed è stato colmato di gioia con la presenza del Padre (cfr At 2,27-28; Sal 16/15,11). La speranza e la gioia di Gesù Risorto sono anche la speranza e la gioia dei suoi amici, grazie all’azione dello Spirito Santo. Lo dimostrava abitualmente Padre Špidlík con il suo modo di vivere, e questa sua testimonianza diventava sempre più eloquente col passare degli anni, perché, malgrado l’età avanzata e gli inevitabili acciacchi, il suo spirito rimaneva fresco e giovanile. Che cos’è questo se non amicizia con il Signore Risorto?
Nella seconda lettura, san Pietro benedice Dio che "nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva". E aggiunge: "Perciò siete ricolmi di gioia, anche se dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove" (1 Pt 1,3.6). Anche qui emerge chiaramente come la speranza e la gioia siano realtà teologali che promanano dal mistero della Risurrezione di Cristo e dal dono del suo Spirito. Potremmo dire che lo Spirito Santo le prende dal cuore di Cristo Risorto e le trasfonde nel cuore dei suoi amici.
Volutamente ho introdotto l’immagine del "cuore", perché, come molti di voi sanno, Padre Špidlík la scelse per il motto del suo stemma cardinalizio: "Ex toto corde", "con tutto il cuore". Questa espressione si trova nel Libro del Deuteronomio, dentro il primo e fondamentale comandamento della legge, là dove Mosè dice al popolo: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (Dt 6,4-5). "Con tutto il cuore – ex toto corde" si riferisce dunque al modo con cui Israele deve amare il suo Dio. Gesù conferma il primato di questo comandamento, al quale abbina quello dell’amore per il prossimo, affermando che esso è "simile" al primo e che da entrambi dipendono tutta la legge e i profeti (cfr Mt 22,37-39). Scegliendo questo motto, il nostro venerato Fratello poneva, per così dire, la sua vita dentro il comandamento dell’amore, la inscriveva tutta nel primato di Dio e della carità.
C’è un altro aspetto, un ulteriore significato dell’espressione "ex toto corde", che sicuramente Padre Špidlík aveva presente e intendeva manifestare col suo motto. Sempre a partire dalla radice biblica, il simbolo del cuore rappresenta nella spiritualità orientale la sede della preghiera, dell’incontro tra l’uomo e Dio, ma anche con gli altri uomini e con il cosmo. E qui bisogna ricordare che nello stemma del Cardinale Špidlík il cuore, che campeggia nello scudo, contiene una croce nei cui bracci si intersecano le parole PHOS e ZOE, "luce" e "vita", che sono nomi di Dio. Dunque, l’uomo che accoglie pienamente, ex toto corde, l’amore di Dio, accoglie la luce e la vita, e diventa a sua volta luce e vita nell’umanità e nell’universo.
Ma chi è quest’uomo? Chi è questo "cuore" del mondo, se non Gesù Cristo? E’ Lui la Luce e la Vita, perché in Lui "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9). E qui mi piace ricordare che il nostro defunto Fratello è stato un membro della Compagnia di Gesù, cioè un figlio spirituale di quel sant’Ignazio che pone al centro della fede e della spiritualità la contemplazione di Dio nel mistero di Cristo. In questo simbolo del cuore si incontrano Oriente e Occidente, in un senso non devozionistico ma profondamente cristologico, come hanno messo in luce altri teologi gesuiti del secolo scorso. E Cristo, figura centrale della Rivelazione, è anche il principio formale dell’arte cristiana, un ambito che ha avuto in Padre Špidlík un grande maestro, ispiratore di idee e di progetti espressivi, che hanno trovato una sintesi importante nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico.
Vorrei concludere ritornando al tema della Risurrezione, citando un testo molto amato dal Cardinale Špidlík, un passo degli Inni sulla Risurrezione di Sant’ Efrem il Siro: "Dall’alto Egli è disceso come Signore, dal ventre è uscito come un servo, la morte si è inginocchiata davanti a Lui nello Sheol, e la vita l’ha adorato nella sua risurrezione. Benedetta la sua vittoria!" (n. 1, 8).
La Vergine Madre di Dio accompagni l’anima del nostro venerato Fratello nell’abbraccio della Santissima Trinità, dove "con tutto il cuore" loderà in eterno il suo infinito Amore. Amen.
Città del Vaticano, martedì, 20 aprile
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]
Tra le ultime parole pronunciate dal compianto Cardinale Špidlík, vi sono state queste: "Per tutta la vita ho cercato il volto di Gesù, e ora sono felice e sereno perché sto per andare a vederlo". Questo stupendo pensiero – così semplice, quasi infantile nella sua espressione, eppure così profondo e vero – rimanda immediatamente alla preghiera di Gesù, che è risuonata poc’anzi nel Vangelo: "Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo" (Gv 17,24). E’ bello e consolante meditare questa corrispondenza tra il desiderio dell’uomo, che aspira a vedere il volto del Signore, e il desiderio di Gesù stesso. In realtà, quella di Cristo è ben più di un’aspirazione: è una volontà. Gesù dice al Padre: "voglio che quelli che mi hai dato siano con me". Ed è proprio qui, in questa volontà, che noi troviamo la "roccia", il fondamento solido per credere e per sperare. La volontà di Gesù in effetti coincide con quella di Dio Padre, e con l’opera dello Spirito Santo costituisce per l’uomo una sorta di "abbraccio" sicuro, forte e dolce, che lo conduce alla vita eterna.
Che immenso dono ascoltare questa volontà di Dio dalla sua stessa bocca! Penso che i grandi uomini di fede vivono immersi in questa grazia, hanno il dono di percepire con particolare forza questa verità, e così possono attraversare anche dure prove, come le ha attraversate Padre Tomáš Špidlík, senza perdere la fiducia, e conservando anzi un vivo senso dell’umorismo, che è certamente un segno di intelligenza ma anche di libertà interiore. Sotto questo profilo, era evidente la somiglianza tra il nostro compianto Cardinale e il Venerabile Giovanni Paolo II: entrambi erano portati alla battuta spiritosa e allo scherzo, pur avendo avuto in gioventù vicende personali difficili e per certi aspetti simili. La Provvidenza li ha fatti incontrare e collaborare per il bene della Chiesa, specialmente perché essa impari a respirare pienamente "con i suoi due polmoni", come amava dire il Papa slavo.
Questa libertà e presenza di spirito ha il suo fondamento oggettivo nella Risurrezione di Cristo. Mi piace sottolinearlo perché ci troviamo nel tempo liturgico pasquale e perché lo suggeriscono la prima e la seconda lettura biblica di questa celebrazione. Nella sua prima predicazione, il giorno di Pentecoste, san Pietro, ricolmo di Spirito Santo, annuncia il compimento in Gesù Cristo del Salmo 16. E’ stupendo vedere come lo Spirito Santo riveli agli Apostoli tutta la bellezza di quelle parole nella piena luce interiore della Risurrezione: "Contemplavo il Signore innanzi a me, / egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. / Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, / e anche la mia carne riposerà nella speranza" (At 2,25-26; cfr Sal 16/15,8-9). Questa preghiera trova un compimento sovrabbondante quando Cristo, il Santo di Dio, non viene abbandonato negli inferi. Egli per primo ha conosciuto "le vie della vita" ed è stato colmato di gioia con la presenza del Padre (cfr At 2,27-28; Sal 16/15,11). La speranza e la gioia di Gesù Risorto sono anche la speranza e la gioia dei suoi amici, grazie all’azione dello Spirito Santo. Lo dimostrava abitualmente Padre Špidlík con il suo modo di vivere, e questa sua testimonianza diventava sempre più eloquente col passare degli anni, perché, malgrado l’età avanzata e gli inevitabili acciacchi, il suo spirito rimaneva fresco e giovanile. Che cos’è questo se non amicizia con il Signore Risorto?
Nella seconda lettura, san Pietro benedice Dio che "nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva". E aggiunge: "Perciò siete ricolmi di gioia, anche se dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove" (1 Pt 1,3.6). Anche qui emerge chiaramente come la speranza e la gioia siano realtà teologali che promanano dal mistero della Risurrezione di Cristo e dal dono del suo Spirito. Potremmo dire che lo Spirito Santo le prende dal cuore di Cristo Risorto e le trasfonde nel cuore dei suoi amici.
Volutamente ho introdotto l’immagine del "cuore", perché, come molti di voi sanno, Padre Špidlík la scelse per il motto del suo stemma cardinalizio: "Ex toto corde", "con tutto il cuore". Questa espressione si trova nel Libro del Deuteronomio, dentro il primo e fondamentale comandamento della legge, là dove Mosè dice al popolo: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (Dt 6,4-5). "Con tutto il cuore – ex toto corde" si riferisce dunque al modo con cui Israele deve amare il suo Dio. Gesù conferma il primato di questo comandamento, al quale abbina quello dell’amore per il prossimo, affermando che esso è "simile" al primo e che da entrambi dipendono tutta la legge e i profeti (cfr Mt 22,37-39). Scegliendo questo motto, il nostro venerato Fratello poneva, per così dire, la sua vita dentro il comandamento dell’amore, la inscriveva tutta nel primato di Dio e della carità.
C’è un altro aspetto, un ulteriore significato dell’espressione "ex toto corde", che sicuramente Padre Špidlík aveva presente e intendeva manifestare col suo motto. Sempre a partire dalla radice biblica, il simbolo del cuore rappresenta nella spiritualità orientale la sede della preghiera, dell’incontro tra l’uomo e Dio, ma anche con gli altri uomini e con il cosmo. E qui bisogna ricordare che nello stemma del Cardinale Špidlík il cuore, che campeggia nello scudo, contiene una croce nei cui bracci si intersecano le parole PHOS e ZOE, "luce" e "vita", che sono nomi di Dio. Dunque, l’uomo che accoglie pienamente, ex toto corde, l’amore di Dio, accoglie la luce e la vita, e diventa a sua volta luce e vita nell’umanità e nell’universo.
Ma chi è quest’uomo? Chi è questo "cuore" del mondo, se non Gesù Cristo? E’ Lui la Luce e la Vita, perché in Lui "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9). E qui mi piace ricordare che il nostro defunto Fratello è stato un membro della Compagnia di Gesù, cioè un figlio spirituale di quel sant’Ignazio che pone al centro della fede e della spiritualità la contemplazione di Dio nel mistero di Cristo. In questo simbolo del cuore si incontrano Oriente e Occidente, in un senso non devozionistico ma profondamente cristologico, come hanno messo in luce altri teologi gesuiti del secolo scorso. E Cristo, figura centrale della Rivelazione, è anche il principio formale dell’arte cristiana, un ambito che ha avuto in Padre Špidlík un grande maestro, ispiratore di idee e di progetti espressivi, che hanno trovato una sintesi importante nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico.
Vorrei concludere ritornando al tema della Risurrezione, citando un testo molto amato dal Cardinale Špidlík, un passo degli Inni sulla Risurrezione di Sant’ Efrem il Siro: "Dall’alto Egli è disceso come Signore, dal ventre è uscito come un servo, la morte si è inginocchiata davanti a Lui nello Sheol, e la vita l’ha adorato nella sua risurrezione. Benedetta la sua vittoria!" (n. 1, 8).
La Vergine Madre di Dio accompagni l’anima del nostro venerato Fratello nell’abbraccio della Santissima Trinità, dove "con tutto il cuore" loderà in eterno il suo infinito Amore. Amen.
Città del Vaticano, martedì, 20 aprile
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]
www.Tempi 15 Giugno 2010
La subitanea morte della vita artificiale
di Giorgio Israel È passato poco tempo e già il clamore sulla realizzazione della “vita artificiale” si è spento. Eppure i giornali avevano parlato a titoli di scatola di una svolta nella storia dell’umanità. Certo, dopo il primo botto mediatico si è capito che la realizzazione non era così epocale. Si era prelevato il materiale genetico di un batterio; quindi si erano selezionati nel micoplasma i geni necessari per le funzioni vitali, eliminando quelli “inutili”; si era aggiunto un cromosoma sintetico per poi introdurre il tutto in una cellula svuotata del suo Dna che così veniva controllata da un Dna parzialmente artificiale. Un tentativo senz’altro importante, ma essenzialmente manipolativo, una sorta di “meccano”, com’è stato efficacemente definito da uno scienziato pur favorevole a questo tipo di esperimenti. È un po’ avventato parlare di vita in relazione a un meccano sul Dna. Tornare indietro con la memoria fa capire il perché.
Viviamo in un’epoca dalla memoria labile, visto che nessuno sembra ricordare che pochi anni fa esplose una bolla mediatica colossale attorno a un evento oggi quasi dimenticato: la clonazione di un essere vivente, la famosa pecora Dolly. Eppure, a pensarci bene, produrre un animale del tutto uguale a quello di partenza con una semplice manipolazione genetica era un exploit di gran lunga più clamoroso della limitata manipolazione di Venter. In quest’ultimo caso si prospetta al più la possibilità di fabbricare batteri “operai” destinati a scopi ristretti, ma la via verso la fabbricazione di individui complessi, per non dire esseri umani, si staglia in un orizzonte indecifrabile. Nel caso di Dolly, si era ottenuto in modo rapido e semplice un nuovo essere vivente. Sembrava derivarne la prospettiva concreta di clonare esseri umani, di produrre un “esercito di cloni” sul modello della fantascienza di Guerre Stellari. Conservo ancora nei miei scaffali alcuni dei libri che uscirono all’epoca, per esempio uno che uscì in Francia nel 1999 (Le clonage humain) che mobilitava illustri specialisti per analizzare le prospettive morali e sociali che si aprivano. L’antropologo Marc Augé paventava il ritorno all’origine mitica dell’umanità, al “cuore delle tenebre” di Conrad, alla perdita della relazione di parentela su cui si era costruita la storia umana. Cosa è rimasto di questo dibattito? Nulla. Si è saputo poi che una clonazione di successo veniva al termine di un numero enorme di tentativi falliti. Dolly è morta invecchiando tristemente con misteriosa velocità. Sono caduti nell’oblìo i pochi scienziati pazzi che dissero di aver clonato in segreto esseri umani. In breve, della clonazione non si parla più.
Eppure qualcosa doveva essere rimasto a livello teorico. Nel libro sopra citato il biologo Henri Atlan spiegava come l’essere riusciti a clonare un essere vivente significava il crollo del paradigma trentennale della genetica molecolare «tutto è nei geni». Si era constatato che il programma di sviluppo non si riduce al genoma ma è fatto di interazioni tra i geni e altri fattori, proteici e di altro tipo, del nucleo e del citoplasma. Del resto, era un fallimento già decretato una decina di anni prima dal Nobel Gerald Edelman. Bene. L’esperimento di Venter è stato commentato da più d’uno, anche da noti scienziati, dicendo che ci si deve mettere bene in testa che il Dna dirige tutto l’organismo, inclusa la costituzione della sua identità, e che chi non l’accetta è un mistico. Ma è morta la riflessione teorica in biologia? Di certo, rincorrere il sensazionalismo e gli slogan non aiuta il razionalismo scientifico, bensì proprio quello spirito mistico-magico che si dice di voler combattere.
di Giorgio Israel È passato poco tempo e già il clamore sulla realizzazione della “vita artificiale” si è spento. Eppure i giornali avevano parlato a titoli di scatola di una svolta nella storia dell’umanità. Certo, dopo il primo botto mediatico si è capito che la realizzazione non era così epocale. Si era prelevato il materiale genetico di un batterio; quindi si erano selezionati nel micoplasma i geni necessari per le funzioni vitali, eliminando quelli “inutili”; si era aggiunto un cromosoma sintetico per poi introdurre il tutto in una cellula svuotata del suo Dna che così veniva controllata da un Dna parzialmente artificiale. Un tentativo senz’altro importante, ma essenzialmente manipolativo, una sorta di “meccano”, com’è stato efficacemente definito da uno scienziato pur favorevole a questo tipo di esperimenti. È un po’ avventato parlare di vita in relazione a un meccano sul Dna. Tornare indietro con la memoria fa capire il perché.
Viviamo in un’epoca dalla memoria labile, visto che nessuno sembra ricordare che pochi anni fa esplose una bolla mediatica colossale attorno a un evento oggi quasi dimenticato: la clonazione di un essere vivente, la famosa pecora Dolly. Eppure, a pensarci bene, produrre un animale del tutto uguale a quello di partenza con una semplice manipolazione genetica era un exploit di gran lunga più clamoroso della limitata manipolazione di Venter. In quest’ultimo caso si prospetta al più la possibilità di fabbricare batteri “operai” destinati a scopi ristretti, ma la via verso la fabbricazione di individui complessi, per non dire esseri umani, si staglia in un orizzonte indecifrabile. Nel caso di Dolly, si era ottenuto in modo rapido e semplice un nuovo essere vivente. Sembrava derivarne la prospettiva concreta di clonare esseri umani, di produrre un “esercito di cloni” sul modello della fantascienza di Guerre Stellari. Conservo ancora nei miei scaffali alcuni dei libri che uscirono all’epoca, per esempio uno che uscì in Francia nel 1999 (Le clonage humain) che mobilitava illustri specialisti per analizzare le prospettive morali e sociali che si aprivano. L’antropologo Marc Augé paventava il ritorno all’origine mitica dell’umanità, al “cuore delle tenebre” di Conrad, alla perdita della relazione di parentela su cui si era costruita la storia umana. Cosa è rimasto di questo dibattito? Nulla. Si è saputo poi che una clonazione di successo veniva al termine di un numero enorme di tentativi falliti. Dolly è morta invecchiando tristemente con misteriosa velocità. Sono caduti nell’oblìo i pochi scienziati pazzi che dissero di aver clonato in segreto esseri umani. In breve, della clonazione non si parla più.
Eppure qualcosa doveva essere rimasto a livello teorico. Nel libro sopra citato il biologo Henri Atlan spiegava come l’essere riusciti a clonare un essere vivente significava il crollo del paradigma trentennale della genetica molecolare «tutto è nei geni». Si era constatato che il programma di sviluppo non si riduce al genoma ma è fatto di interazioni tra i geni e altri fattori, proteici e di altro tipo, del nucleo e del citoplasma. Del resto, era un fallimento già decretato una decina di anni prima dal Nobel Gerald Edelman. Bene. L’esperimento di Venter è stato commentato da più d’uno, anche da noti scienziati, dicendo che ci si deve mettere bene in testa che il Dna dirige tutto l’organismo, inclusa la costituzione della sua identità, e che chi non l’accetta è un mistico. Ma è morta la riflessione teorica in biologia? Di certo, rincorrere il sensazionalismo e gli slogan non aiuta il razionalismo scientifico, bensì proprio quello spirito mistico-magico che si dice di voler combattere.
Editoriale www.ilsussidiario.net martedì 22 giugno 2010
Cristiani a una svolta
di Massimo Camisasca C'è un evento misterioso nella storia della Chiesa che in modo particolare abita la mia riflessione: la sparizione di alcune antiche comunità cristiane, spazzate via dalla violenza, dalle divisioni fra i fratelli, dalla noncuranza degli altri popoli.
Già sant’Agostino, alla fine della sua vita, aveva avvertito, sotto il peso delle invasioni vandaliche, il brivido di questa tragica possibilità. L’Africa del Nord aveva allora circa 300 vescovi. A cosa si sarebbero ridotte quelle diocesi dopo la conquista musulmana? E le comunità nate dal primo viaggio apostolico di san Paolo, situabili nell’odierna Turchia? Non ne rimane quasi traccia. Tutto sembra ridotto a piccole presenze, perseguitate, che vengono conosciute per lo più a causa di tragici fatti di sangue.
Diversa è la situazione in Libano, Giordania, Siria, Terrasanta. Lì i cristiani sono state minoranze importanti o addirittura, in Libano, presenze la cui storia si identifica con la storia stessa della nazione. Eppure, dovunque in questi stati, assistiamo a un esodo che sembra non avere fine. La stessa cosa, e con il medesimo dolore, avviene in Iraq, soprattutto dopo la guerra anti Saddam, guerra che ha liberato il Paese dal dittatore, ma ha causato morte, immane distruzione e instabilità.
Manifestando grande attenzione a tutto ciò, insieme a una grande sollecitudine pastorale, il Papa ha voluto un Sinodo straordinario sulla presenza della Chiesa in Medio Oriente. Siamo a un tornante decisivo della presenza dei Cristiani nei luoghi che hanno visto la gesta di Gesù e degli apostoli. Quali speranze per la terra da cui la speranza stessa è sorta e si è diffusa in tutto il mondo?
Proviamo a immaginare, quasi percorrere, alcune linee fondamentali della riflessione sinodale. La prima: l’unità dei Cristiani. I discepoli di Gesù devono imparare di nuovo, dopo secoli e, in taluni casi, millenni di divisioni, a pensare assieme e a lavorare assieme.
«Abbiamo un avvenire e dobbiamo prenderlo in mano» - afferma significativamente l’Instrumentum laboris del Sinodo. E continua: «Ciò dipenderà in gran parte dalla maniera con cui sapremo collaborare con gli uomini di buona volontà in vista del bene comune delle società di cui siamo membri. […]. Il nostro abbandono alla Provvidenza di Dio significa anche, da parte nostra, una maggiore comunione». La ridotta incidenza dei cristiani è, infatti, anche il frutto malato delle loro divisioni, delle loro incomprensioni quando non delle loro lotte interne.
Seconda: le potenze del mondo devono capire (ma sarà possibile?) che la sparizione dei cristiani dal Medio Oriente sarà una grave fonte di instabilità per quella regione, un passo indietro nel cammino verso la democrazia. «È opportuno ricordare - afferma il già citato documento - che i cristiani sono “cittadini indigeni” e che, pertanto, appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e all’identità stessa dei loro rispettivi Paesi. La loro scomparsa rappresenterebbe una perdita per questo pluralismo che ha sempre caratterizzato i Paesi del Medio Oriente. Senza la voce cristiana, le società mediorientali risulterebbero impoverite».
Terza: le comunità cristiane del mondo occidentale devono sostenere con pellegrinaggi, con progetti di lavoro, finanziati attraverso fondi pubblici e privati, con campagne di stampa, la permanenza dei cristiani lì dove sono nati e cresciuti. La lotta al terrorismo è anch’essa parte di questa battaglia.
Davide contro Golia? Parrebbe proprio di sì. Ma noi sappiamo anche come è andata a finire. Tutto il segreto sta, dunque, nella fede e nel coraggio che sanno creare le premesse delle grandi svolte storiche. Se Dio vorrà.
di Massimo Camisasca C'è un evento misterioso nella storia della Chiesa che in modo particolare abita la mia riflessione: la sparizione di alcune antiche comunità cristiane, spazzate via dalla violenza, dalle divisioni fra i fratelli, dalla noncuranza degli altri popoli.
Già sant’Agostino, alla fine della sua vita, aveva avvertito, sotto il peso delle invasioni vandaliche, il brivido di questa tragica possibilità. L’Africa del Nord aveva allora circa 300 vescovi. A cosa si sarebbero ridotte quelle diocesi dopo la conquista musulmana? E le comunità nate dal primo viaggio apostolico di san Paolo, situabili nell’odierna Turchia? Non ne rimane quasi traccia. Tutto sembra ridotto a piccole presenze, perseguitate, che vengono conosciute per lo più a causa di tragici fatti di sangue.
Diversa è la situazione in Libano, Giordania, Siria, Terrasanta. Lì i cristiani sono state minoranze importanti o addirittura, in Libano, presenze la cui storia si identifica con la storia stessa della nazione. Eppure, dovunque in questi stati, assistiamo a un esodo che sembra non avere fine. La stessa cosa, e con il medesimo dolore, avviene in Iraq, soprattutto dopo la guerra anti Saddam, guerra che ha liberato il Paese dal dittatore, ma ha causato morte, immane distruzione e instabilità.
Manifestando grande attenzione a tutto ciò, insieme a una grande sollecitudine pastorale, il Papa ha voluto un Sinodo straordinario sulla presenza della Chiesa in Medio Oriente. Siamo a un tornante decisivo della presenza dei Cristiani nei luoghi che hanno visto la gesta di Gesù e degli apostoli. Quali speranze per la terra da cui la speranza stessa è sorta e si è diffusa in tutto il mondo?
Proviamo a immaginare, quasi percorrere, alcune linee fondamentali della riflessione sinodale. La prima: l’unità dei Cristiani. I discepoli di Gesù devono imparare di nuovo, dopo secoli e, in taluni casi, millenni di divisioni, a pensare assieme e a lavorare assieme.
«Abbiamo un avvenire e dobbiamo prenderlo in mano» - afferma significativamente l’Instrumentum laboris del Sinodo. E continua: «Ciò dipenderà in gran parte dalla maniera con cui sapremo collaborare con gli uomini di buona volontà in vista del bene comune delle società di cui siamo membri. […]. Il nostro abbandono alla Provvidenza di Dio significa anche, da parte nostra, una maggiore comunione». La ridotta incidenza dei cristiani è, infatti, anche il frutto malato delle loro divisioni, delle loro incomprensioni quando non delle loro lotte interne.
Seconda: le potenze del mondo devono capire (ma sarà possibile?) che la sparizione dei cristiani dal Medio Oriente sarà una grave fonte di instabilità per quella regione, un passo indietro nel cammino verso la democrazia. «È opportuno ricordare - afferma il già citato documento - che i cristiani sono “cittadini indigeni” e che, pertanto, appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e all’identità stessa dei loro rispettivi Paesi. La loro scomparsa rappresenterebbe una perdita per questo pluralismo che ha sempre caratterizzato i Paesi del Medio Oriente. Senza la voce cristiana, le società mediorientali risulterebbero impoverite».
Terza: le comunità cristiane del mondo occidentale devono sostenere con pellegrinaggi, con progetti di lavoro, finanziati attraverso fondi pubblici e privati, con campagne di stampa, la permanenza dei cristiani lì dove sono nati e cresciuti. La lotta al terrorismo è anch’essa parte di questa battaglia.
Davide contro Golia? Parrebbe proprio di sì. Ma noi sappiamo anche come è andata a finire. Tutto il segreto sta, dunque, nella fede e nel coraggio che sanno creare le premesse delle grandi svolte storiche. Se Dio vorrà.
Il cardinale Scola: sull’amore serve una riforma della Chiesa
«Per combattere la pedofilia c’è bisogno di umanizzare la sessualità»
L’INTERVISTA al Card. A. Scola - Aldo Cazzullo, Corriere .it
«NON REPRIMIAMO MA ESALTIAMO LA DIFFERENZA TRA UOMO E DONNA»
VENEZIA - «Io sono la madre del bell’amore …». Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, sta rivedendo gli appunti del discorso del Redentore. Partendo dal passo delle Scritture sul «bell’amore », toccherà temi delicati come sessualità, pedofilia, verginità e celibato.
Perché questa scelta?
«Per la fatica di noi cristiani a comunicare che lo stile di vita affettiva e sessuale indicato dalla Chiesa è buono e conveniente per l’uomo di oggi. Invece pare quasi che questa proposta non solo sia iperdatata, impotente a favorire il desiderio umano di gioia piena, ma che sia addirittura contraria alla libertà e priva di realismo, incapace di tener conto di ciò che l’uomo ha imparato circa se stesso e circa il mondo delle emozioni, degli affetti, dei rapporti con l’altro, grazie a una lunga storia e alle recenti scoperte scientifiche. Ho sentito tutto questo come una provocazione a dire che gli uomini e le donne di oggi, magari senza volerlo, rischiano di smarrire qualcosa di profondo, perdono una grande chance di realizzazione, se mettono da parte la proposta cristiana circa la vita affettiva e sessuale».
Ma su cosa si fonda questa proposta?
«Mi pare che l’idea biblica del "bell’amore", che la tradizione cristiana ha approfondito, sia particolarmente adeguata proprio per la sua capacità di coniugare l’amore alla bellezza, di vederlo scaturire da essa e percepirlo come "diffusivo" di bellezza, capace di farla splendere sul volto degli altri. I Padri della Chiesa riferiscono il tema biblico del "bell’amore" non solo alla Madonna ma anche a Gesù. Tommaso parla della bellezza come dello "splendore della verità"; per Bonaventura colui che contempla Dio, cioè che lo ama, è reso tutto bello. Ma questa capacità spesso manca nell’esperienza sessuale degli uomini e delle donne di oggi. Viverne la bellezza significa strappare la sessualità al dualismo tra spirito e corpo; come se trattenessimo la sessualità nell’animalesco e poi a tratti avessimo spiritualissimi slanci d’intenzione di bell’amore. Pascal diceva che l’uomo è a metà strada tra l’animale e l’angelo, ma deve stare bene attento a non guardare solo all’uno o all’altro; ognuno di noi, inscindibilmente uno di anima e di corpo, ha da fare i conti con la dimensione sessuale del proprio io per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte».
Patriarca, lei conosce l’obiezione mossa agli uomini di Chiesa: parlano di cose che non vivono, se non talora in modo deviato, e non li riguardano.
«Ho appena detto che "ogni uomo e ogni donna" devono fare i conti con la dimensione sessuale per tutta la vita! Certo, chi è chiamato alla verginità o al celibato li fa in un modo singolare ma, sia ben chiaro, senza mutilazioni psichiche e spirituali. Il fatto poi che il messaggio cristiano sia portato in vasi di argilla, e quindi che uomini di Chiesa possano cadere in contraddizioni tragiche e gravissime a livello affettivo e sessuale, non inficia di per sé la proposta come tale. Ovviamente non lo dico per coprire scandali».
Come uscire dallo scandalo della pedofilia?
«Il Santo Padre, a partire dalla "Lettera ai cattolici di Irlanda", ha saputo affrontare la situazione in modo chiaro e deciso: una condanna senza mezzi termini della gravità estrema di questo peccato e di questo reato. Le parole chiave — misericordia, giustizia in leale collaborazione con le autorità civili, ed espiazione—consentono di affrontare ogni singolo caso. Il Papa non sottovaluta la corresponsabilità che ne viene ad ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale. È uno scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata ad una profonda penitenza e ad una riforma che non potrà non riguardare tutti i livelli della sua missione. Una cosa però mi ha colpito in questa vicenda: quelli che dovrebbero parlare, per aiutarci a capire la radice di questo male e tentare di espungerlo, stanno zitti ».
A chi pensa?
«Agli psicologi, agli educatori, ai pedagogisti, agli uomini chiamati ad approfondire questi lati oscuri dell’io. La stampa ha denunciato il fenomeno con enfasi comprensibile, entro certi termini anche giustificabile, ma indiscutibilmente eccessiva».
Lei parla della necessità di riforma della Chiesa.
«Come il Santo Padre ci ha indicato, i casi terribili di pedofilia e le provate responsabilità di ingenua copertura o negligenza da parte delle autorità richiamano con forza alla Chiesa la sua condizione di realtà sempre in riforma. Benedetto XVI esige penitenza, andare alle radici della misericordia, cioè all’incontro personale con il Tu di Cristo, e ricorda che i nemici più pericolosi della Chiesa vengono dall’interno e non dall’esterno».
Ma in cosa dovrebbe consistere la riforma?
«Nello specifico, riscoprire il nesso tra il bell’amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell’altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell’io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale».
A quale modo si riferisce?
«Cito l’esempio più sofisticato. I più recenti studi della neuroscienza, come quelli di Helen Fisher, riconducono tutte le dimensioni dell’amore, compreso "l’amore romantico", a pure modificazioni neuronali del nostro cervello. Fine della libertà e della creatività anche in questo ambito? È vero che noi abbiamo bisogno di mangiare e bere, come gli animali; ma non mangiamo e beviamo come animali, anzi la cucina è diventata un’arte, un aspetto della civiltà; e questo vale a maggior ragione per la dimensione sessuale. Una pretesa riduzionistica come quella della Fisher è una variante della tentazione di concepire l’uomo come puro esperimento di se stesso. Così si crea una mentalità, un clima in cui il desiderio, l’energia della libertà che incontra la realtà, diventa privo di senso, e la dimensione sessuale assume una fisionomia quasi animalesca. Ma questo un uomo e una donna, quando sono in sé, non possono accettarlo».
Castità e sessualità sono sentite come antitesi.
«La castità tiene in ordine l’io. Eliminarla significa ridurre l’amore a mera abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco e cioè sull’idea che nell’uomo esista un "istinto sessuale" come avviene negli animali. Non è vero, lo dimostra certa psicanalisi: anche nel nostro inconscio più profondo niente si gioca senza un coinvolgimento dell’io. Il sacrificio ed il distacco richiesti dalla castità mantengono l’io personale unito, aprendo la strada ad un possesso più autentico. Il sacrificio non annulla il possesso, è la condizione che lo potenzia. I dottori della Chiesa parlavano in proposito di "gaudium" (godimento). Il puro piacere, che per sua natura finisce subito, chiede di essere inserito nel godimento, perché se resta chiuso in se stesso annulla lentamente il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che quando dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione».
Godimento e sessualità sembrano concetti incompatibili con la dottrina cattolica.
«Non è così. Il messaggio biblico è stato il primo storicamente parlando a far vedere la differenza sessuale in un’ottica assolutamente positiva e creativa, come dono di Dio. Ma, come in tutte le cose umane, il positivo, il bene, il vero non sono mai a buon mercato. Però senza il bello, il buono, il vero, la vita si affloscia, non ha in se energia per condurre alla pienezza del reale. Nei Libro dei Proverbi, tra le cose troppo ardue a comprendersi, l’autore considera "la via dell’uomo in una giovane donna". La donna è la figura di colei che sta all’inizio: io esco da lei quando nasco. Allora quando l’uomo e la donna si incontrano fanno al tempo stesso l’esperienza di ricominciare quel che in qualche modo già conoscevano e di dar vita a una novità. Qui c’è l’inestirpabile radice della fecondità. L’amore oggettivo non è mai un rapporto a due. Lo impariamo dalla Trinità ».
Ma cosa c’entra questo con la riforma della Chiesa?
«C’entra e come! Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell’amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell’amore. Penso ai miei genitori, agli occhi con cui mio papà a novant’anni guardava mia mamma pure novantenne, moribonda, stremata da un cancro violento al rene. Penso alle coppie di anziani che quasi ogni domenica, alla fine della messa, vengono a dirmi: "Questa settimana sono cinquanta", oppure "questa settimana sono sessant’anni di matrimonio". Quale amore avrebbe custodito l’io meglio di questo legame indissolubile? Oggettivamente non c’è paragone tra la densità di un’esperienza così definitiva e il susseguirsi indefinito di una sequenza di relazioni precarie. Alla fine, sia la necessità di amare definitivamente, sia la fragilità sessuale sono segnate dal terrore della morte. Per amare veramente devo essere amato definitivamente, cioè oltre la morte; ed è quello che Gesù è venuto a fare. Se c’è un delitto che noi cristiani commettiamo è non far vedere il dono stupendo di Gesù: dare la vita per farci capire la bellezza dell’amore oggettivo ed effettivo. Esso ha sempre un carattere nuziale, inscindibile intreccio di differenza, dono di sé e fecondità. L’altro non è fuori dal mio io, l’altro mi attraversa tutti i giorni; lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è una risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l’uomo del terzo millennio che voglia salvare la via del bell’amore, la quale ci fa godere davvero la vita».
Aldo Cazzullo
VENEZIA - «Io sono la madre del bell’amore …». Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, sta rivedendo gli appunti del discorso del Redentore. Partendo dal passo delle Scritture sul «bell’amore », toccherà temi delicati come sessualità, pedofilia, verginità e celibato.
Perché questa scelta?
«Per la fatica di noi cristiani a comunicare che lo stile di vita affettiva e sessuale indicato dalla Chiesa è buono e conveniente per l’uomo di oggi. Invece pare quasi che questa proposta non solo sia iperdatata, impotente a favorire il desiderio umano di gioia piena, ma che sia addirittura contraria alla libertà e priva di realismo, incapace di tener conto di ciò che l’uomo ha imparato circa se stesso e circa il mondo delle emozioni, degli affetti, dei rapporti con l’altro, grazie a una lunga storia e alle recenti scoperte scientifiche. Ho sentito tutto questo come una provocazione a dire che gli uomini e le donne di oggi, magari senza volerlo, rischiano di smarrire qualcosa di profondo, perdono una grande chance di realizzazione, se mettono da parte la proposta cristiana circa la vita affettiva e sessuale».
Ma su cosa si fonda questa proposta?
«Mi pare che l’idea biblica del "bell’amore", che la tradizione cristiana ha approfondito, sia particolarmente adeguata proprio per la sua capacità di coniugare l’amore alla bellezza, di vederlo scaturire da essa e percepirlo come "diffusivo" di bellezza, capace di farla splendere sul volto degli altri. I Padri della Chiesa riferiscono il tema biblico del "bell’amore" non solo alla Madonna ma anche a Gesù. Tommaso parla della bellezza come dello "splendore della verità"; per Bonaventura colui che contempla Dio, cioè che lo ama, è reso tutto bello. Ma questa capacità spesso manca nell’esperienza sessuale degli uomini e delle donne di oggi. Viverne la bellezza significa strappare la sessualità al dualismo tra spirito e corpo; come se trattenessimo la sessualità nell’animalesco e poi a tratti avessimo spiritualissimi slanci d’intenzione di bell’amore. Pascal diceva che l’uomo è a metà strada tra l’animale e l’angelo, ma deve stare bene attento a non guardare solo all’uno o all’altro; ognuno di noi, inscindibilmente uno di anima e di corpo, ha da fare i conti con la dimensione sessuale del proprio io per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte».
Patriarca, lei conosce l’obiezione mossa agli uomini di Chiesa: parlano di cose che non vivono, se non talora in modo deviato, e non li riguardano.
«Ho appena detto che "ogni uomo e ogni donna" devono fare i conti con la dimensione sessuale per tutta la vita! Certo, chi è chiamato alla verginità o al celibato li fa in un modo singolare ma, sia ben chiaro, senza mutilazioni psichiche e spirituali. Il fatto poi che il messaggio cristiano sia portato in vasi di argilla, e quindi che uomini di Chiesa possano cadere in contraddizioni tragiche e gravissime a livello affettivo e sessuale, non inficia di per sé la proposta come tale. Ovviamente non lo dico per coprire scandali».
Come uscire dallo scandalo della pedofilia?
«Il Santo Padre, a partire dalla "Lettera ai cattolici di Irlanda", ha saputo affrontare la situazione in modo chiaro e deciso: una condanna senza mezzi termini della gravità estrema di questo peccato e di questo reato. Le parole chiave — misericordia, giustizia in leale collaborazione con le autorità civili, ed espiazione—consentono di affrontare ogni singolo caso. Il Papa non sottovaluta la corresponsabilità che ne viene ad ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale. È uno scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata ad una profonda penitenza e ad una riforma che non potrà non riguardare tutti i livelli della sua missione. Una cosa però mi ha colpito in questa vicenda: quelli che dovrebbero parlare, per aiutarci a capire la radice di questo male e tentare di espungerlo, stanno zitti ».
A chi pensa?
«Agli psicologi, agli educatori, ai pedagogisti, agli uomini chiamati ad approfondire questi lati oscuri dell’io. La stampa ha denunciato il fenomeno con enfasi comprensibile, entro certi termini anche giustificabile, ma indiscutibilmente eccessiva».
Lei parla della necessità di riforma della Chiesa.
«Come il Santo Padre ci ha indicato, i casi terribili di pedofilia e le provate responsabilità di ingenua copertura o negligenza da parte delle autorità richiamano con forza alla Chiesa la sua condizione di realtà sempre in riforma. Benedetto XVI esige penitenza, andare alle radici della misericordia, cioè all’incontro personale con il Tu di Cristo, e ricorda che i nemici più pericolosi della Chiesa vengono dall’interno e non dall’esterno».
Ma in cosa dovrebbe consistere la riforma?
«Nello specifico, riscoprire il nesso tra il bell’amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell’altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell’io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale».
A quale modo si riferisce?
«Cito l’esempio più sofisticato. I più recenti studi della neuroscienza, come quelli di Helen Fisher, riconducono tutte le dimensioni dell’amore, compreso "l’amore romantico", a pure modificazioni neuronali del nostro cervello. Fine della libertà e della creatività anche in questo ambito? È vero che noi abbiamo bisogno di mangiare e bere, come gli animali; ma non mangiamo e beviamo come animali, anzi la cucina è diventata un’arte, un aspetto della civiltà; e questo vale a maggior ragione per la dimensione sessuale. Una pretesa riduzionistica come quella della Fisher è una variante della tentazione di concepire l’uomo come puro esperimento di se stesso. Così si crea una mentalità, un clima in cui il desiderio, l’energia della libertà che incontra la realtà, diventa privo di senso, e la dimensione sessuale assume una fisionomia quasi animalesca. Ma questo un uomo e una donna, quando sono in sé, non possono accettarlo».
Castità e sessualità sono sentite come antitesi.
«La castità tiene in ordine l’io. Eliminarla significa ridurre l’amore a mera abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco e cioè sull’idea che nell’uomo esista un "istinto sessuale" come avviene negli animali. Non è vero, lo dimostra certa psicanalisi: anche nel nostro inconscio più profondo niente si gioca senza un coinvolgimento dell’io. Il sacrificio ed il distacco richiesti dalla castità mantengono l’io personale unito, aprendo la strada ad un possesso più autentico. Il sacrificio non annulla il possesso, è la condizione che lo potenzia. I dottori della Chiesa parlavano in proposito di "gaudium" (godimento). Il puro piacere, che per sua natura finisce subito, chiede di essere inserito nel godimento, perché se resta chiuso in se stesso annulla lentamente il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che quando dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione».
Godimento e sessualità sembrano concetti incompatibili con la dottrina cattolica.
«Non è così. Il messaggio biblico è stato il primo storicamente parlando a far vedere la differenza sessuale in un’ottica assolutamente positiva e creativa, come dono di Dio. Ma, come in tutte le cose umane, il positivo, il bene, il vero non sono mai a buon mercato. Però senza il bello, il buono, il vero, la vita si affloscia, non ha in se energia per condurre alla pienezza del reale. Nei Libro dei Proverbi, tra le cose troppo ardue a comprendersi, l’autore considera "la via dell’uomo in una giovane donna". La donna è la figura di colei che sta all’inizio: io esco da lei quando nasco. Allora quando l’uomo e la donna si incontrano fanno al tempo stesso l’esperienza di ricominciare quel che in qualche modo già conoscevano e di dar vita a una novità. Qui c’è l’inestirpabile radice della fecondità. L’amore oggettivo non è mai un rapporto a due. Lo impariamo dalla Trinità ».
Ma cosa c’entra questo con la riforma della Chiesa?
«C’entra e come! Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell’amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell’amore. Penso ai miei genitori, agli occhi con cui mio papà a novant’anni guardava mia mamma pure novantenne, moribonda, stremata da un cancro violento al rene. Penso alle coppie di anziani che quasi ogni domenica, alla fine della messa, vengono a dirmi: "Questa settimana sono cinquanta", oppure "questa settimana sono sessant’anni di matrimonio". Quale amore avrebbe custodito l’io meglio di questo legame indissolubile? Oggettivamente non c’è paragone tra la densità di un’esperienza così definitiva e il susseguirsi indefinito di una sequenza di relazioni precarie. Alla fine, sia la necessità di amare definitivamente, sia la fragilità sessuale sono segnate dal terrore della morte. Per amare veramente devo essere amato definitivamente, cioè oltre la morte; ed è quello che Gesù è venuto a fare. Se c’è un delitto che noi cristiani commettiamo è non far vedere il dono stupendo di Gesù: dare la vita per farci capire la bellezza dell’amore oggettivo ed effettivo. Esso ha sempre un carattere nuziale, inscindibile intreccio di differenza, dono di sé e fecondità. L’altro non è fuori dal mio io, l’altro mi attraversa tutti i giorni; lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è una risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l’uomo del terzo millennio che voglia salvare la via del bell’amore, la quale ci fa godere davvero la vita».
Aldo Cazzullo
Pietro Barcellona: il vero declino dell’Italia? Uomini senza "patria"
giovedì 22 luglio 2010 Il Sussidiario.net
La politica vive giorni impopolari. La procura di Caltanissetta, che ha riaperto i fascicoli sulle stragi di mafia dei primi anni ’90, minaccia la rivelazione imminente di verità sconvolgenti, chiedendosi se «la politica» sarebbe capace di portarne il peso. Nel dubbio, meglio aspettare. Un grande giornale di sinistra attacca una delle realtà politiche più virtuose del paese, ma sulla base di ragioni di appartenenza ideale che esulano dalla politica.
Più raffinata è stata l’analisi di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, alla quale è seguito un dibattito. L’Italia è in declino perché è un «paese senza politica». Prende le mosse invece Pietro Barcellona da un recente articolo di Barbara Spinelli sul nostro declino industriale. «Non mi convincono diverse cose. Ma qui non si tratta soltanto di fare una critica tradizionale al capitalismo o alla politica», dice. Occorre spingersi più addentro la grande crisi che stiamo vivendo. Che sarà anche politica, ma la politica, dice Barcellona, viene dopo. Prima vengono le persone. E il lavoro. «Chi lavora ha smarrito il senso del lavoro - dice Barcellona -. Ma questo è l’esito della caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita». Ecco perché a farci superare la crisi non potranno essere gli intellettuali, con le loro analisi, ma «piccoli gruppi». Gruppi creativi, fatti di persone che «mettono in gioco una trascendenza umana storica».
Professore, il futuro del paese appare pieno di incertezza. Per Galli della Loggia manca la politica. Per Barbara Spinelli manca un pensiero, anche economico, capace di alternative, di non rassegnarsi cioè al «dogma» del presente.
Ci sono fenomeni di declino e di degrado evidenti. Penso che tuttavia la prima ragione di incertezza sia nella crisi che sta attraversando lo stesso Occidente, e che noi viviamo in modo drammatico per una serie di ragioni, anche storiche, che riguardano il cuore del nostro modello di vita. Non si tratta più soltanto di mettere in questione il capitalismo economico e finanziario, ma di chiedersi se anche il nostro modello produttivo non sia al tramonto.
Non si direbbe: proprio l’Italia, grazie al suo tessuto di piccole e medie imprese, sembra aver superato la crisi meglio di tanti altri paesi che davano lezioni di sviluppo.
Ma le piccole e le medie imprese che cosa sono, se non le persone che le fanno? Non si tratta più di fare l’elogio delle maestranze e dell’inventiva degli imprenditori italiani giustamente noti in tutto il mondo. Prima c’era un paese forte di un’identità definita, che nel lavoro esprimeva una forma non solo di ricerca dei mezzi per vivere, ma anche di cura di sé e di attenzione alla società. C’era nel lavoro degli italiani, insomma, qualcosa di più della semplice ricerca della retribuzione. Oggi questo quid va scomparendo.
Lei sembra fare un discorso ampio, che comprende la storia del nostro paese dal dopoguerra fino ad oggi.
Il grande capitalismo, le industrie italiane e di stato che erano nelle classifiche italiane e internazionali, si sono ridimensionate o sono addirittura scomparse. Il nostro tessuto di medie e piccole imprese certamente è una delle ragioni per cui questo paese ancora non è morto. Esso alimenta occupazione e legami sociali, ma tutto questo è una realtà a macchia di leopardo, gli stessi distretti sono in difficoltà e il loro andamento non rende completamente la situazione di diffusa difficoltà che si registra nel paese.
Dove sta il punto?
Nella soggettività di chi lavora. Come vede non ne faccio un problema di disoccupazione, anche se la delocalizzazione produttiva presenta risvolti drammatici. Il vero problema è lo «scollamento» totale di chi lavora rispetto al proprio lavoro. Un lavoratore non può non sapere cosa produce, per chi produce e «perché» produce. Oggi secondo me in pochi saprebbero rispondere e le conseguenze di questo fatto rischiano di essere terribili.
Sta dicendo, in altre parole, che mentre crediamo di essere usciti dalla crisi, una crisi ben più grave potrebbe essere alle porte. È così?
Il grande problema di oggi è la caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita. La situazione che stiamo vivendo mi ricorda quello che scrive Peter Brown nel suo studio dedicato al crollo dell’impero romano, che non si è sfaldato innanzitutto per una crisi politica o territoriale ma di motivazioni. Il cittadino romano della decadenza non credeva più all’impero, non sapeva più per quale motivo partecipare alla vita collettiva. Per molti versi è una situazione che ricorda quella attuale. Siamo vittime - e prigionieri - di una forma allucinata di godimento che rompe ogni legame, non fa più vedere l’insieme, rende invisibile la totalità dei rapporti e rescinde, giorno per giorno, il legame con la vita.
Quali sono le conseguenze di questo declino?
Si è progressivamente privatizzato, in modo meschino e mediocre, il nostro immaginario. Non si proietta più verso il futuro, con una meta non solo per sé ma anche per gli altri e per le nuove generazioni. Siamo alla mercé di un presente senza prospettive. Ecco perché, se anche riuscissimo ad elaborare le strategie più raffinate, potremmo fare ben poco. La rivoluzione industriale ha cambiato i costumi della società, ma è stata una rivoluzione caratterizzata da alcune coordinate circoscritte: il territorio, la famiglia, la parrocchia, il quartiere. Ora la nostra malattia spirituale ci ha reso privi di un collante identitario. Ha «frammentato» la mente delle persone che vivono e lavorano. Parliamo di una crisi verso la quale ben poco possono fare i Berlusconi, le Marcegaglia e i Montezemolo.
Torniamo alle cause della «malattia spirituale». Dal suo discorso par di capire che l’Italia del boom economico era diversa.
Sì. Il dopoguerra è stato per tutti un periodo entusiasmante, il desiderio di costruzione e di cooperazione era palpabile. Lo si vedeva anche al sud, che non era allora il «deserto dei Tartari» che si è visto dopo. Quello spirito è andato perduto. Ma anche negli anni ’70, così carichi di ambiguità per la rivolta giovanile piccolo-borghese che li ha segnati - e che io non ho mai amato - c’è stato un periodo di grande entusiasmo. Forse proprio lì però vanno cercate le cause storiche della nostra crisi.
Perché?
Perché sono gli anni della rivolta contro i padri. La profezia di Alexander Mitscherlich, secondo la quale saremmo andati verso una società senza padri, si è avverata e spiega quello che sta ora sotto i nostri occhi: una società frantumata in atomi senza nascita, uomini che non sanno perché vivono e lavorano. E non lo sanno perché non riconoscono più di essere nati da qualcuno. Ma senza padre è pregiudicata la nascita e dunque il perché di tutto: del posto di lavoro, dei partiti, del paese, degli altri. L’idea di avere un debito verso il passato, che possa anche essere di stimolo per guardare al futuro del nostro mondo, è stata cancellata.
Non trova, come scrive Galli della Loggia, che il vuoto sia determinato anche dalla scomparsa della politica, «vero cuore duro - scrive l’editorialista - della nostra crisi»?
No, la politica viene dopo. Per fare politica le persone debbono stare insieme, ma per stare insieme debbono lavorare insieme, trovare una sintesi. Un fattore chiave di questa sintesi è la famiglia. La politica non è un artefatto astratto della società umana. La società prima si costruisce nelle pratiche collettive e poi si dà una rappresentazione politica. Oggi ad essere in crisi è il rapporto con ciò che vedo, che tocco, che consumo, e il cui senso non riesco più a collegare con una comunità operosa.
Traduca, professore.
Nessuno, ai tempi della Fiat 500 - la prima però! - poteva guidarla senza pensare alle fabbriche di Torino, a chi vi lavorava e alle decisioni di Agnelli e Valletta. Oggi i popoli dei paesi che falliscono non sanno realmente «perché», dal punto di vista della concretezza della loro esistenza.
A questo punto la domanda è d’obbligo: dove passa la via per uscire dalla crisi?
Credo che occorra ripartire dai piccoli gruppi. Ogni analisi che prescinde da un riferimento al ruolo che possono avere le persone in carne e ossa, è destinata ad essere nulla più che un gioco di parole. Solo piccoli gruppi possono agire, allargando la loro attività di comunicazione e con essa il loro essere. Non importa da chi sono composti: uno può fare l’ingegnere elettronico, un altro il filosofo del linguaggio, un altro l’idraulico. Importa ritrovare il senso della comunità e superare il modello individualistico meschino che ci distrugge.
In che cosa «ritrovare il senso della comunità» è essenziale per ridare uno spessore al soggetto, e come può il suo discorso non essere equivocato in senso ideologico?
In effetti preferisco parlare di gruppi, perché «comunità» può essere un termine obsoleto. Il problema è cominciare a rendersi conto che se un individuo resta isolato, pensa meno ed è meno creativo. Nei gruppi l’individualità non si mortifica ma si esalta, perché la persona trova il suo pieno valore non nell’isolamento ma nell’essere in relazione. Dal punto di vista teorico lo sentiamo ogni giorno, basti pensare alla retorica dell’«altro» che continuamente ci sommerge. Ma nella pratica tutto questo manca, perché gli individui appaiono incapaci di aprirsi davvero ad una esperienza di differenza.
Nel suo articolo, Barbara Spinelli invece afferma che senza alternative non c’è futuro. «C’è arretratezza - scrive - anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze timorose del futuro, e delle conversioni montali e produttive che il futuro comporta».
In questo ha ragione, perché se pensiamo che la storia è finita non ha più senso far nulla. Ma il progresso economico, scientifico e tecnologico non solo non ha risposto al bisogno di futuro degli uomini, li ha anche ingannati. Non si può impunemente scambiare il progresso con Dio. Il bisogno di Dio può non essere vissuto in termini cattolici, ma non può essere ignorato il bisogno umano di una trascendenza rispetto al presente. C’è, come non mai, la necessità di ritrasformare l’istante, quello della nostra «triste allegria» ottusa ed istantanea, in durata, sia a livello personale che comunitario. Per questo insisto sul gruppo: ogni gruppo mette in gioco una trascendenza umana storica.
Cosa rimprovera all’eterno dibattito sulla «crisi morale» del paese?
Il non andare alla radice. La crisi che io avverto non è quella della politica o della costruzione di alternative, ma l’estinzione della passione di vivere. Non si riesce a capire che una società vive non perché dibatte di politica o si inventa futuri possibili, ma perché possiede uno «statuto antropologico», vive cioè di una rappresentazione di cos’è l’uomo. Questa rappresentazione, la nostra società, l’ha persa. (Federico Ferraù)
Più raffinata è stata l’analisi di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, alla quale è seguito un dibattito. L’Italia è in declino perché è un «paese senza politica». Prende le mosse invece Pietro Barcellona da un recente articolo di Barbara Spinelli sul nostro declino industriale. «Non mi convincono diverse cose. Ma qui non si tratta soltanto di fare una critica tradizionale al capitalismo o alla politica», dice. Occorre spingersi più addentro la grande crisi che stiamo vivendo. Che sarà anche politica, ma la politica, dice Barcellona, viene dopo. Prima vengono le persone. E il lavoro. «Chi lavora ha smarrito il senso del lavoro - dice Barcellona -. Ma questo è l’esito della caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita». Ecco perché a farci superare la crisi non potranno essere gli intellettuali, con le loro analisi, ma «piccoli gruppi». Gruppi creativi, fatti di persone che «mettono in gioco una trascendenza umana storica».
Professore, il futuro del paese appare pieno di incertezza. Per Galli della Loggia manca la politica. Per Barbara Spinelli manca un pensiero, anche economico, capace di alternative, di non rassegnarsi cioè al «dogma» del presente.
Ci sono fenomeni di declino e di degrado evidenti. Penso che tuttavia la prima ragione di incertezza sia nella crisi che sta attraversando lo stesso Occidente, e che noi viviamo in modo drammatico per una serie di ragioni, anche storiche, che riguardano il cuore del nostro modello di vita. Non si tratta più soltanto di mettere in questione il capitalismo economico e finanziario, ma di chiedersi se anche il nostro modello produttivo non sia al tramonto.
Non si direbbe: proprio l’Italia, grazie al suo tessuto di piccole e medie imprese, sembra aver superato la crisi meglio di tanti altri paesi che davano lezioni di sviluppo.
Ma le piccole e le medie imprese che cosa sono, se non le persone che le fanno? Non si tratta più di fare l’elogio delle maestranze e dell’inventiva degli imprenditori italiani giustamente noti in tutto il mondo. Prima c’era un paese forte di un’identità definita, che nel lavoro esprimeva una forma non solo di ricerca dei mezzi per vivere, ma anche di cura di sé e di attenzione alla società. C’era nel lavoro degli italiani, insomma, qualcosa di più della semplice ricerca della retribuzione. Oggi questo quid va scomparendo.
Lei sembra fare un discorso ampio, che comprende la storia del nostro paese dal dopoguerra fino ad oggi.
Il grande capitalismo, le industrie italiane e di stato che erano nelle classifiche italiane e internazionali, si sono ridimensionate o sono addirittura scomparse. Il nostro tessuto di medie e piccole imprese certamente è una delle ragioni per cui questo paese ancora non è morto. Esso alimenta occupazione e legami sociali, ma tutto questo è una realtà a macchia di leopardo, gli stessi distretti sono in difficoltà e il loro andamento non rende completamente la situazione di diffusa difficoltà che si registra nel paese.
Dove sta il punto?
Nella soggettività di chi lavora. Come vede non ne faccio un problema di disoccupazione, anche se la delocalizzazione produttiva presenta risvolti drammatici. Il vero problema è lo «scollamento» totale di chi lavora rispetto al proprio lavoro. Un lavoratore non può non sapere cosa produce, per chi produce e «perché» produce. Oggi secondo me in pochi saprebbero rispondere e le conseguenze di questo fatto rischiano di essere terribili.
Sta dicendo, in altre parole, che mentre crediamo di essere usciti dalla crisi, una crisi ben più grave potrebbe essere alle porte. È così?
Il grande problema di oggi è la caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita. La situazione che stiamo vivendo mi ricorda quello che scrive Peter Brown nel suo studio dedicato al crollo dell’impero romano, che non si è sfaldato innanzitutto per una crisi politica o territoriale ma di motivazioni. Il cittadino romano della decadenza non credeva più all’impero, non sapeva più per quale motivo partecipare alla vita collettiva. Per molti versi è una situazione che ricorda quella attuale. Siamo vittime - e prigionieri - di una forma allucinata di godimento che rompe ogni legame, non fa più vedere l’insieme, rende invisibile la totalità dei rapporti e rescinde, giorno per giorno, il legame con la vita.
Quali sono le conseguenze di questo declino?
Si è progressivamente privatizzato, in modo meschino e mediocre, il nostro immaginario. Non si proietta più verso il futuro, con una meta non solo per sé ma anche per gli altri e per le nuove generazioni. Siamo alla mercé di un presente senza prospettive. Ecco perché, se anche riuscissimo ad elaborare le strategie più raffinate, potremmo fare ben poco. La rivoluzione industriale ha cambiato i costumi della società, ma è stata una rivoluzione caratterizzata da alcune coordinate circoscritte: il territorio, la famiglia, la parrocchia, il quartiere. Ora la nostra malattia spirituale ci ha reso privi di un collante identitario. Ha «frammentato» la mente delle persone che vivono e lavorano. Parliamo di una crisi verso la quale ben poco possono fare i Berlusconi, le Marcegaglia e i Montezemolo.
Torniamo alle cause della «malattia spirituale». Dal suo discorso par di capire che l’Italia del boom economico era diversa.
Sì. Il dopoguerra è stato per tutti un periodo entusiasmante, il desiderio di costruzione e di cooperazione era palpabile. Lo si vedeva anche al sud, che non era allora il «deserto dei Tartari» che si è visto dopo. Quello spirito è andato perduto. Ma anche negli anni ’70, così carichi di ambiguità per la rivolta giovanile piccolo-borghese che li ha segnati - e che io non ho mai amato - c’è stato un periodo di grande entusiasmo. Forse proprio lì però vanno cercate le cause storiche della nostra crisi.
Perché?
Perché sono gli anni della rivolta contro i padri. La profezia di Alexander Mitscherlich, secondo la quale saremmo andati verso una società senza padri, si è avverata e spiega quello che sta ora sotto i nostri occhi: una società frantumata in atomi senza nascita, uomini che non sanno perché vivono e lavorano. E non lo sanno perché non riconoscono più di essere nati da qualcuno. Ma senza padre è pregiudicata la nascita e dunque il perché di tutto: del posto di lavoro, dei partiti, del paese, degli altri. L’idea di avere un debito verso il passato, che possa anche essere di stimolo per guardare al futuro del nostro mondo, è stata cancellata.
Non trova, come scrive Galli della Loggia, che il vuoto sia determinato anche dalla scomparsa della politica, «vero cuore duro - scrive l’editorialista - della nostra crisi»?
No, la politica viene dopo. Per fare politica le persone debbono stare insieme, ma per stare insieme debbono lavorare insieme, trovare una sintesi. Un fattore chiave di questa sintesi è la famiglia. La politica non è un artefatto astratto della società umana. La società prima si costruisce nelle pratiche collettive e poi si dà una rappresentazione politica. Oggi ad essere in crisi è il rapporto con ciò che vedo, che tocco, che consumo, e il cui senso non riesco più a collegare con una comunità operosa.
Traduca, professore.
Nessuno, ai tempi della Fiat 500 - la prima però! - poteva guidarla senza pensare alle fabbriche di Torino, a chi vi lavorava e alle decisioni di Agnelli e Valletta. Oggi i popoli dei paesi che falliscono non sanno realmente «perché», dal punto di vista della concretezza della loro esistenza.
A questo punto la domanda è d’obbligo: dove passa la via per uscire dalla crisi?
Credo che occorra ripartire dai piccoli gruppi. Ogni analisi che prescinde da un riferimento al ruolo che possono avere le persone in carne e ossa, è destinata ad essere nulla più che un gioco di parole. Solo piccoli gruppi possono agire, allargando la loro attività di comunicazione e con essa il loro essere. Non importa da chi sono composti: uno può fare l’ingegnere elettronico, un altro il filosofo del linguaggio, un altro l’idraulico. Importa ritrovare il senso della comunità e superare il modello individualistico meschino che ci distrugge.
In che cosa «ritrovare il senso della comunità» è essenziale per ridare uno spessore al soggetto, e come può il suo discorso non essere equivocato in senso ideologico?
In effetti preferisco parlare di gruppi, perché «comunità» può essere un termine obsoleto. Il problema è cominciare a rendersi conto che se un individuo resta isolato, pensa meno ed è meno creativo. Nei gruppi l’individualità non si mortifica ma si esalta, perché la persona trova il suo pieno valore non nell’isolamento ma nell’essere in relazione. Dal punto di vista teorico lo sentiamo ogni giorno, basti pensare alla retorica dell’«altro» che continuamente ci sommerge. Ma nella pratica tutto questo manca, perché gli individui appaiono incapaci di aprirsi davvero ad una esperienza di differenza.
Nel suo articolo, Barbara Spinelli invece afferma che senza alternative non c’è futuro. «C’è arretratezza - scrive - anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze timorose del futuro, e delle conversioni montali e produttive che il futuro comporta».
In questo ha ragione, perché se pensiamo che la storia è finita non ha più senso far nulla. Ma il progresso economico, scientifico e tecnologico non solo non ha risposto al bisogno di futuro degli uomini, li ha anche ingannati. Non si può impunemente scambiare il progresso con Dio. Il bisogno di Dio può non essere vissuto in termini cattolici, ma non può essere ignorato il bisogno umano di una trascendenza rispetto al presente. C’è, come non mai, la necessità di ritrasformare l’istante, quello della nostra «triste allegria» ottusa ed istantanea, in durata, sia a livello personale che comunitario. Per questo insisto sul gruppo: ogni gruppo mette in gioco una trascendenza umana storica.
Cosa rimprovera all’eterno dibattito sulla «crisi morale» del paese?
Il non andare alla radice. La crisi che io avverto non è quella della politica o della costruzione di alternative, ma l’estinzione della passione di vivere. Non si riesce a capire che una società vive non perché dibatte di politica o si inventa futuri possibili, ma perché possiede uno «statuto antropologico», vive cioè di una rappresentazione di cos’è l’uomo. Questa rappresentazione, la nostra società, l’ha persa. (Federico Ferraù)
Quella cura della Chiesa che non va mai in ferie
Benedetto XVI in vacanza non sta con le mani in mano
Bruno Mastroianni su Tempi.
Benedetto XVI in vacanza non sta con le mani in mano. Nella residenza estiva di Castelgandolfo si dedica all’impostazione di una nuova enciclica (sulla fede, a quanto pare) e a un’appendice ai due volumi su Gesù di cui il secondo è in fase di traduzione e di prossima pubblicazione. Non c’è da sorprendersi. Papa Ratzinger ci ha abituati a questo stile sobrio e laborioso. Egli è il Papa che si dà da fare, quello capace di rimboccarsi le maniche e agire in modo non appariscente. Altro che il teorico che molti avevano paventato all’inizio del pontificato. Fino a qualche tempo fa si ricordava soprattutto come colui che aveva parlato della «sporcizia che c’è nella Chiesa». Oggi – bisogna ammetterlo – balza agli occhi quanto sia stato capace di mettere mano alla ramazza. L’intellettuale lucido e preparato è anche un lavoratore che non si stanca: si spende per la sua Chiesa con serena determinazione. Così approfitta anche delle ferie per proseguire in quel suo progetto di rieducare i battezzati all’abc della fede. Seguendo il programma annunciato fin dall’inizio del pontificato: «Il Signore mi ha voluto “pietra” su cui tutti possano poggiare con sicurezza». All’Angelus del 18 luglio ha detto che «la persona umana ha bisogno prima di tutto di Dio», perché «senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia». Ecco cosa fa il Papa mentre si riposa: non si stanca di riportare al primo posto ciò che, per distrazione e cedimento alla mentalità corrente, avevamo lasciato in fondo.
Benedetto XVI in vacanza non sta con le mani in mano. Nella residenza estiva di Castelgandolfo si dedica all’impostazione di una nuova enciclica (sulla fede, a quanto pare) e a un’appendice ai due volumi su Gesù di cui il secondo è in fase di traduzione e di prossima pubblicazione. Non c’è da sorprendersi. Papa Ratzinger ci ha abituati a questo stile sobrio e laborioso. Egli è il Papa che si dà da fare, quello capace di rimboccarsi le maniche e agire in modo non appariscente. Altro che il teorico che molti avevano paventato all’inizio del pontificato. Fino a qualche tempo fa si ricordava soprattutto come colui che aveva parlato della «sporcizia che c’è nella Chiesa». Oggi – bisogna ammetterlo – balza agli occhi quanto sia stato capace di mettere mano alla ramazza. L’intellettuale lucido e preparato è anche un lavoratore che non si stanca: si spende per la sua Chiesa con serena determinazione. Così approfitta anche delle ferie per proseguire in quel suo progetto di rieducare i battezzati all’abc della fede. Seguendo il programma annunciato fin dall’inizio del pontificato: «Il Signore mi ha voluto “pietra” su cui tutti possano poggiare con sicurezza». All’Angelus del 18 luglio ha detto che «la persona umana ha bisogno prima di tutto di Dio», perché «senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia». Ecco cosa fa il Papa mentre si riposa: non si stanca di riportare al primo posto ciò che, per distrazione e cedimento alla mentalità corrente, avevamo lasciato in fondo.
RELIGIONE CIVILE? Dio parla solo alla coscienza
Repubblica — 22 gennaio 2009
La lettura dei contributi che caratterizzano questo dialogo sulla "religione civile" mi ha lasciato profondamente perplesso. Al di là della sofisticazione delle ragioni e della eleganza delle proposizioni, si tratta di una proposta vecchia che abbiamo già visto ma, soprattutto, che ha rappresentato uno dei fattori determinanti della grande tragedia della modernità europea. Religione civile penso significhi competenza della società, o meglio dello stato, sulla dinamica religiosa personale e sulla sua espressione di carattere sociale. Quindi si afferma la competenza della struttura, in qualche modo statuale, sulla religione. Che cosa ha vissuto l' Europa dal 1648 fin quasi ad oggi? Un rapporto Chiesa-Stato, sancito in maniera esplicita fino all' impudenza, dai trattati di Westfalia: un popolo avrà la religione del suo principe. Vale la pena ricordare a tanti laicisti, anche di casa cattolica, che l' unica autorità morale e politica che non sottoscrisse i trattati di Westfalia fu il Papa. Tutto questo significò che in Europa c' era spazio unicamente per le religioni che si identificavano con la religione del principe. Chi non si conformava, i "non conformisti", appunto, avevano soltanto una libertà: quella di andare altrove. Quando insegnavo in Cattolica, dicevo ai miei studenti che gli Stati Uniti d' America che sono, piaccia o no, una delle più grandi democrazie dell' età moderna, non sono stati fatti da gente in fuga dall' intolleranza dello stato borbonico, dello stato pontificio e neanche dai granducati dell' Italia centrale; erano protestanti "non conformisti" che fuggivano dall' Olanda, dal Belgio, dalla Germania, dal Lussemburgo perché non avevano identificato la loro religione con quella del loro principe. L' assunzione della religione come competenza della società e dello stato distrugge la sostanza etica e personale della religione a prescindere dal fatto, poi, che i totalitarismi moderni e contemporanei nati sulla base del laicismo hanno, ad un certo punto, gettato la maschera, rifiutato la stessa religione civile o dello stato erigendo lo stato a religione. Così abbiamo avuto la religione del nazismo, del marx-leninismo, dello stalinismo, del maoismo, e quant' altro, e questi stati-religione sono stati i responsabili delle più grandi tragedie della storia contemporanea e hanno distrutto la vita e la dignità di milioni di persone in quel XX secolo, che Robert Conquest ha definito, drammaticamente, il secolo delle idee assassine. Noi italiani, povera gente, che fa sempre le cose in modo più benevolo l' abbiamo avuta anche noi la nostra religione civile, dallo stato unitario in poi, la religione per cui sostanzialmente lo stato rappresentava un punto di vista imprescindibile e si caricava di valenze, in qualche modo religiose. L' abbecedario di questa religione civile, ci ha ricordato Augusto Del Noce, era il Cuore di Edmondo de Amicis: ma la fondazione evoluta di questa religione era la storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, con questa storia dell' Italia fatta da borghesi, illuministi, massoni, razionalisti, progressisti contro quel popolo che era sostanzialmente una massa di cafoni, fanatizzata dai frati, dai preti e dalle suore. E' improponibile, oggi, rimettersi nelle braccia di questa rovinosa collusione fra stato e religione e, certo, se si parla di unità come propiziata da questa religione civile, sarebbe solo una frettolosa e violenta omologazione. Mi sembra proprio una omologazione nuova dell' ordine regna a Varsavia, non più di una unità ma di una omologazione del popolo; di una omologazione del popolo e della società su una concezione artificiosamente imposta anche con caratteri di religiosità. E' evidente che questa posizione totalmente reazionaria è estranea al cuore dell' Occidente laico e religioso, è estranea a quell' Occidente caratterizzato, come ha ricordato Benedetto XVI a Regensburg, dal domandare greco, dal profetismo ebraico e dalla rivelazione cristiana. L' Occidente ha al suo centro non la società o lo stato ma la persona, con la sua dignità, la sua libertà; quindi, al centro quella libertà di coscienza che si esprime in tutte le forme dell' espressione umana ma, significativamente, nella libertà della scelta religiosa. Chi tenta di arpionare la religione arpiona la libertà di coscienza e la libertà di coscienza è un valore non negoziabile. E' infatti nello spazio della coscienza personale che, come dice il Concilio Ecumenico Vaticano II, Dio parla al cuore dell' uomo. Ma si può anche dire, più laicamente, che la coscienza è il luogo dove l' uomo percepisce il senso ultimo del mistero, della vita e delle cose. Perciò, giù le mani dalla coscienza personale. Se la proposta della religione civile è una riedizione di ciò che abbiamo visto, vissuto e pagato con la nostra vita, noi non ne abbiamo bisogno assolutamente; come dicono in Liguria "abbiamo già dato". La strada maestra è un' altra, è quella della tradizione laica e cattolica dell' Occidente che ha, oggi, di fronte a sé la possibilità di essere riattualizzata, rivissuta e riproposta. L' essenza profonda del rapporto religione-società è quella che ha trovato la sua formulazione limpida e insuperabile nella posizione di Papa Gelasio. C' è una distinzione invalicabile, che non può e non deve essere valicata, fra religione e stato. La Chiesa non può interferire nel compito di governare i popoli, ma gli imperatori non debbono pretendere di interferire nella vita interna della Chiesa. Questa distinzione ha reso libera e quindi valida e forte l' identità ecclesiale, e l' identità ecclesiale ha contribuito alla nascita di una società più umana ed ha, per questo, combattuto ogni deriva laicista. Ciascuno nel suo ordine, come dice limpidamente la nostra Costituzione, indipendenti e sovrani e da questa indipendenza e sovranità nasce la possibilità di un dialogo, di un confronto, di una collaborazione. Io mi identifico, a differenza di altri, con la grande tradizione ambrosiana e amo ripensare a quel momento epocale nella storia della Chiesa e della società europea ai suoi inizi, quando quel piccolo, ma straordinario gigante della fede e della libertà che era Sant' Ambrogio si parò di fronte ad un primo rappresentante della religione civile dell' impero romano, il "cristianissimo" imperatore Teodosio, e gli disse, in forza della sua autorevolezza episcopale, "Tu sei una grande cosa, o Cesare, sulla terra, ma sei una piccola cosa sotto il cielo e io difendo i diritti del cielo". Quando la Chiesa ha difeso i diritti del cielo, ha difeso la libertà di coscienza, ha difeso la dignità e l' espressione libera di questa dignità in tutte le attività dell' uomo. Come diceva il grande, indimenticato Giovanni Paolo II, la Chiesa lavorando per la propria libertà ha lavorato per la libertà dell' uomo, dei popoli, delle nazioni. Questa è la strada, è questa la strada in cui si può rinnovare un dialogo fra una vera, sana laicità occidentale e una vera, sana presenza cristiana, non tentata di clericalismo e di laicismo. Tutto il resto appartiene al passato, chi vuole farci ritornare al passato si assuma questa responsabilità e lo dica chiaramente. Forse aveva ragione un mio vecchio professore di Teologia del Seminario di Vengono che diceva "guardate che le cose peggiori le fanno i progressisti ultra reazionari". Luigi Negri è Vescovo di San Marino-Montefeltro - LUIGI NEGRI

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